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25 Aprile: storia e memoria

73 anni fa i partigiani liberarono l'Italia dall'oppressione nazifascista

“Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati” (Piero Calamandrei)

L’anniversario della Liberazione si celebra ogni anno il 25 aprile e fa parte delle cosiddette “festività civili” dello Stato italiano. Venne istituito come giorno di festa nazionale nel 1946, da un decreto legge di Alcide de Gasperi. Costituisce una data fondamentale per la storia d’Italia e ha un importante significato politico, in quanto simboleggia la vittoria della lotta di resistenza partigiana contro il nazifascismo.

Ma come è nata la Resistenza?

Dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, le truppe italiane erano state lasciate completamente allo sbando, Mussolini era stato liberato dai nazisti dalla prigione sul Gran Sasso e aveva costituito nel Nord e nel centro Italia la Repubblica Sociale, con capitale a Salò, mentre il Sud era controllato dal governo Badoglio, dal re e dagli Alleati. In questo contesto presero vita le prime formazioni partigiane, inizialmente concentrate dove la morfologia del territorio permetteva l’azione per bande, ovvero nelle zone montuose e collinari del Nord Italia.

I gruppi partigiani erano formati da uomini di diversa estrazione politica, con il comune desiderio però di liberare l’Italia dall’oppressione nazifascista e di ricostruirne il futuro. Vi aderirono infatti i membri dei tradizionali partiti antifascisti: comunisti, socialisti e azionisti, ma anche liberali, monarchici e cattolici. Diventarono partigiani anche giovani ragazzi renitenti alla leva della Repubblica Sociale, soldati allo sbando e molti operai e lavoratori attivisti. Le bande partigiane operavano in clandestinità, e le loro azioni militari inizialmente erano di guerriglia e sabotaggio nei confronti dei fascisti e dei tedeschi. Nello stesso periodo nelle grandi città nacquero i GAP (gruppi di azione partigiana), radicati principalmente tra gli operai delle grandi fabbriche.

Bisognava scegliere da che parte stare, e questa scelta non fu presa unicamente dai partigiani, ma anche dalla popolazione civile, che spesso sosteneva le bande armate in vari modi e per questo fu vittima di feroci rappresaglie e massacri da parte dei nazifascisti, come quelli di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema.

Come si organizzarono politicamente i partigiani?

I principali partiti antifascisti costituirono il C.L.N. (Comitato di liberazione nazionale), che si articolò subito in sezioni locali e nel CLNAI (CLN Alta Italia). Tuttavia, all’interno del CLN c’erano diverse posizioni politiche e idee sul futuro dell’Italia. Inoltre erano in molti ad unirsi alla resistenza non soltanto per liberare il proprio Paese ma anche per trasformarlo, per cambiare nel profondo la società, nella speranza che si attuasse una vera e propria rivoluzione, sul modello sovietico, che portasse maggiore democrazia e giustizia sociale.

I contrasti furono appianati nel marzo 1944, con la celebre “svolta di Salerno”, ovvero quando il leader comunista Palmiro Togliatti, al Consiglio nazionale del PCI di Napoli, esortò i membri del suo partito a stringere un’alleanza con tutti i principali partiti antifascisti e ad entrare nel governo monarchico del Sud, operazione necessaria in quel momento, per sconfiggere definitivamente il nazifascismo.

La svolta di Salerno portò alla formazione del primo governo di unità nazionale e alla fine dell’isolamento politico del CLN, con conseguenti aiuti angloamericani alle formazioni partigiane.

La liberazione di Roma, la crescita della Resistenza, la posizione degli Alleati

Nel giugno del 1944 Roma venne liberata, e nell’estate le operazioni militari dei partigiani divennero di più ampio respiro fino all’occupazione di ampie zone di territorio e di piccoli centri urbani del Nord. I membri crebbero ad 82 mila.

Tuttavia gli angloamericani, che risalivano verso nord, non volevano dare troppo spazio alle formazioni partigiane (di cui molte erano di ideologia socialista e comunista) temendo un loro eccessivo peso politico al termine della guerra.

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Crisi della Resistenza e Protocolli di Roma

L’inverno 44-45 fu il momento peggiore per il movimento di resistenza: gli americani per quei mesi interruppero l’offensiva contro i tedeschi, mentre i repubblichini ripresero slancio, scatenando una feroce caccia all’uomo e macchiandosi di terribili eccidi, soprattutto ai danni della popolazione civile. Nel dicembre del 1944 si giunse alla firma dei Protocolli di Roma tra CLNAI, governo italiano e Alleati: gli americani avrebbero dato un sussidio mensile ai gruppi partigiani, ma il CLN al termine della guerra avrebbe dovuto obbedire agli Alleati consegnando le armi e sciogliendo le formazioni partigiane.

Tuttavia, il movimento sopravvisse ai mesi invernali e arrivò, seppur decimato, alla primavera. Nelle città intanto crescevano le agitazioni operaie coordinate dalle squadre gappiste e dai CLN di fabbrica. Il Terzo Reich era ormai accerchiato dai russi e dagli americani, la sconfitta nazista era vicina, il momento dell’insurrezione anche in Italia era giunto.

L’insurrezione generale di aprile

Il primo aprile gli Alleati in Italia avevano compiuto l’ultima offensiva contro le linee tedesche, ma avevano ammonito i partigiani a non intervenire ancora. Tuttavia il 10 Aprile il Partito Comunista aveva fatto circolare tra i suoi militanti la famosa direttiva numero 16, in cui si comunicava  che era giunta l’ora di «scatenare l’attacco definitivo»; il 16 aprile il CLNAI aveva emanato simili istruzioni di insurrezione generale.

Tra il 24 e il 26 Aprile, mentre gli alleati erano ancora in Emilia, le città di Milano, Torino e Genova insorsero contro i nazifascisti. Furono infatti gli operai e i civili a combattere nelle città, dopo la proclamazione di scioperi generali avvenuta nei giorni precedenti, prima dell’arrivo dei partigiani.

Il 24 aprile gli alleati superarono il Po, il 25 Aprile i soldati tedeschi e fascisti cominciarono a ritirarsi da Torino e Milano, dopo la ribellione della popolazione e l’arrivo coordinato dei partigiani. È per questo motivo che venne scelta come data simbolica della Liberazione proprio il 25 Aprile, anche se la guerra continuò fino all’inizio di maggio, con feroci rappresaglie e regolamenti di conti da entrambe le parti.

La sera del 25 aprile Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como su un’autocolonna tedesca, insieme ad alcuni gerarchi della repubblica sociale e all’amante, Claretta Petacci. Vennero raggiunti nei pressi di Dongo dalla 52^ brigata Garibaldi e subito fucilati, per essere poi appesi a testa in giù a piazzale Loreto.

Che significato ha avuto la guerra partigiana?

Il  carattere fortemente popolare dell’insurrezione segnò un’impressione indelebile nella memoria di chi vi aveva partecipato e restituì una nuova dignità al popolo italiano, screditato per l’appoggio dato al regime mussoliniano. Non fu un caso inoltre che i partigiani avessero deciso di dare il via alle insurrezioni prima dell’arrivo degli Alleati: volevano dimostrare il potere effettivo della resistenza partigiana e porre fine all’occupazione, senza l’aiuto di nessuno, in un modo difficilmente dimenticabile. Erano in molti a sperare infatti che i CLN diventassero gli organi della nuova democrazia popolare, ma poco dopo vennero applicati i protocolli di Roma, con conseguente disarmo e scioglimento delle brigate partigiane.

La guerra di resistenza tuttavia non è stata solo una guerra di liberazione contro l’oppressore nazista, ma anche, e più tragicamente, una guerra civile, di italiani contro italiani.

La Resistenza italiana fu composta da circa centomila membri attivi a cui si aggiunsero parecchie migliaia di persone appartenenti alla “resistenza civile”. I morti furono 35mila, 21mila i mutilati e 9000 i deportati in Germania. Essa dette un contributo fondamentale allo sviluppo della guerra in Italia, e alla sua Liberazione.

Ma non solo: troppo spesso ci dimentichiamo che i diritti di cui ora noi godiamo, sanciti dalla nostra costituzione repubblicana, derivano dal sacrificio di questi uomini e donne, in massima parte ragazzi giovanissimi. Senza il loro sacrificio la nostra vita non sarebbe la stessa.

La festa del 25 Aprile oggi

Oggi più che mai l’anniversario della Liberazione deve essere ricordato e celebrato, ma non solo il 25 Aprile. La memoria si deve infatti tramutare in impegno quotidiano nel ricordare e fare propri i valori per cui sono morti tanti giovani uomini e donne, che lottavano per regalarci un’Italia libera e democratica. Questi valori, oggi, a più di settant’anni dalla fine della guerra, non sono affatto scontati ed è nostro dovere dunque difendere concretamente e tutti i giorni questi valori, trasformandoli in comportamenti di pace, solidarietà e tolleranza.