Officina Magazine
Magazine online d'attualità e opinioni

40 milioni di persone ridotte in schiavitù: cosa dicono i dati?

Le statistiche dell’ONU e del Global Slavery Index danno un riscontro allarmante della violazione dei diritti umani nel mondo

Il lungo cammino per la conquista dei diritti umani e gli interventi giuridici e sociali a livello locale e internazionale di cui sentiamo spesso parlare possono portare a pensare alla schiavitù come a un retaggio del passato. Così non è: secondo i dati del Global Slavery Index pubblicato dalla Walk Free Foundation, si stima che oggi oltre 40 milioni di persone vivano in condizioni di schiavitù, l’equivalente della popolazione di uno Stato come la Spagna. È evidente che si tratta di un problema estremamente attuale e impellente, ma del quale spesso non si ha una chiara consapevolezza.

La Convenzione sulla schiavitù emessa nel 1926 dalle Nazioni Unite definisce la schiavitù come “lo stato o la condizione di persone su cui sono esercitati alcuni o tutti i poteri del diritto di proprietà”. Si tratta di un fenomeno che si presenta oggi sotto diverse forme. Esempi ne sono la tratta di esseri umani, la schiavitù per debiti o quella ereditaria. Il problema interessa 40,3 milioni di persone in tutto il mondo, di cui il 71% sono donne e il restante 29% uomini.

Secondo i dati forniti dal Global Slavery Index, Il numero più alto di vittime è quello legato ai lavori forzati. 29.9 milioni di persone oggi sono infatti costrette a lavorare nel settore privato, in quello pubblico o sono sfruttate sessualmente. Altrettanto allarmante è il dato relativo ai matrimoni forzati, che nel 2016 contavano 15.4 di vittime. L’88% sono donne e di queste più di un terzo è stato costretto a sposarsi prima dei 18 anni. Non di rado, infatti, i matrimoni forzati vengono contratti in età precoce. Si conta che circa il 44% delle vittime di giovane età avessero meno di 15 anni.

Cause

La schiavitù è un fenomeno che interessa i Paesi di tutto il mondo e che rappresenta una problematica ingente anche per Stati come il Regno Unito o la Spagna, che vantano una casistica ridotta. Esistono però fattori che possono favorire lo sfruttamento, come i sistemi di governo dittatoriali. Qui molto spesso è proprio lo Stato che impone ai cittadini di lavorare. O anche le situazioni di conflitto, dove vengono meno il rispetto della legge e la tutela della sicurezza degli individui.

Il Paese in cui si stima il maggior numero di vittime infatti è la Corea del Nord di Kim Jong-un, che secondo il Global Slavery Index conta circa 2,640,000 di persone ridotte in schiavitù su una popolazione di 25,243,917. In altre parole, una persona su dieci è vittima di una forma di sfruttamento e non di rado è proprio lo Stato ad imporle. Come ha osservato una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, le violazioni dei diritti umani nella Corea del Nord sono una componente essenziale del sistema politico.

Al secondo posto c’è l’Eritrea, il regime dittatoriale di Isaias Afewerki dove oggi 451,000 persone sono vittime di sfruttamento. In Eritrea non ci sono state elezioni politiche dal 1993 e quelle stabilite dagli accordi dell’ONU per il 2001 non si sono mai tenute. L’opposizione non esiste e chi protesta finisce nei campi di prigionia. La fuga di massa che il Paese sta vivendo, secondo l’ONU e il Human Right Watch, deriva soprattutto dalle violazioni dei diritti umani. Esecuzioni sommarie senza processo, sparizioni, torture ed episodi di coercizione sono all’ordine del giorno.

Il Burundi, la Repubblica Centrafricana, l’Afghanistan, la Mauritania, il Sudan del Sud, il Pakistan, la Cambodia e l’Iran chiudono la classifica mondiale dei 10 Paesi con il più alto tasso di vittime di schiavitù. La maggior parte di questi Paesi, come l’Afghanistan e il Pakistan, vivono situazioni di conflitto. Conseguenze naturali sono l’infrazione della legge, la mancanza di sicurezza e di tutela delle persone. Ben tre Stati (Corea del Nord, Eritrea, Burundi) sono caratterizzati dalla presenza di regimi autoritari. Questi impongono direttamente ai cittadini forme di schiavitù come il lavoro forzato.

Il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale.

E in Italia? Secondo i dati forniti dalla WFF, si stima che nel nostro Paese siano circa 145,000 le vittime di sfruttamento. Insieme a Bulgaria, Cipro, Grecia e Romania l’Italia è uno dei Paesi a più alto rischio di schiavitù in Europa. A causa dei continui sbarchi sulle coste italiane, infatti, è cresciuto il numero delle persone vulnerabili e quindi delle potenziali vittime di schiavitù. Queste spesso finiscono in mano alle mafie e alimentano il lavoro nero.

Marco Omizzolo, sociologo ed esperto di caporalato e sfruttamento degli immigrati, ha affermato che “il problema non sono i migranti, ma un sistema di accoglienza e un mercato del lavoro che sulle sponde settentrionali e orientali del Mediterraneo manifestano grossi limiti. I flussi migratori li mettono solo in evidenza. Il problema è strutturale”. Inutile dire che una delle piaghe peggiori del nostro Paese in questo senso sia il caporalato, florido fenomeno economico del settore agricolo su cui speculano le organizzazioni criminali. Secondo il “Rapporto agromafie e caporalato” pubblicato nel 2018 dall’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil, oggi sono circa 30mila le aziende coinvolte e più di 430mila i braccianti sottopagati e costretti a lavorare per oltre 12 ore al giorno.

Soltanto in Italia il business del caporalato frutta 4.8 miliardi di euro. Nel mondo lo sfruttamento in tutte le sue forme vale complessivamente 150 miliardi di dollari. Il profitto economico è la causa principale del fenomeno della schiavitù. Esso varia a seconda della regione: in Asia vale 51,8 miliardi di dollari, in Europa 46,9 e in Medio Oriente 8,5 miliardi. Si tratta di cifre strettamente connesse ai settori in cui avviene lo sfruttamento, che spaziano da quello agricolo e edilizio al traffico di organi.

«Abbiamo bisogno di chiarire che non possiamo più tollerare la schiavitù. E quando un regime pratica la schiavitù dobbiamo avere il coraggio di rompere le relazioni commerciali».

Così si è espresso Andrew Forrest, fondatore e presidente della Free Walk Foundation, che si è rivolto alle istituzioni e ai governi di tutto il mondo dichiarando che «sradicare la schiavitù è giusto moralmente, politicamente, da un punto di vista logico ed economico. Attraverso un uso responsabile del potere, della forza di convinzione, della volontà collettiva, possiamo portare il mondo verso la fine della schiavitù».

Progressi

Secondo il Government Response Index 2018, l’impegno dei governi e delle istituzioni internazionali nella lotta alla schiavitù è aumentato negli ultimi tre anni e molti Paesi sono intervenuti in campo giuridico e sociale in favore di una maggiore tutela della persona. Basti pensare che nel 2018, 122 Paesi hanno reso penalmente perseguibile la tratta di esseri umani. Questo è avvenuto in linea con il protocollo delle Nazioni Unite sulla prevenzione, soppressione e persecuzione del traffico di esseri umani.

Olanda, Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Belgio, Croazia, Spagna, Norvegia, Portogallo e Montenegro sono i 10 Stati che nel 2018 sono intervenuti più significativamente contro la schiavitù. Il segreto? Una forte volontà politica, ricerca e indagini sul campo e la consapevolezza del problema da parte della società civile. Anche l’Unione Europea ha fatto passi avanti: oggi tutti i 27 stati membri hanno introdotto nella legislazione nazionale la Direttiva 2014/95/UE del Parlamento Europeo, che stabilisce che le aziende debbano rendere pubbliche le informazioni sulle politiche adottate in campo ambientale e sociale, relative quindi al rispetto dei diritti umani e alla lotta contro la corruzione.

Per contro, i 10 Paesi che intervengono meno nella lotta alla schiavitù sono la Corea del nord, Libia, Eritrea, la Repubblica Centrafricana, Iran, Guinea Equatoriale, Burundi, Congo, Sudan e Mauritania. La complicità del governo, il disinteresse politico e la mancanza di risorse fanno sì che in questi paesi la violazione dei diritti umani attraverso la violenza e lo sfruttamento sia all’ordine del giorno.  L’Eritrea ne è un caso esemplare: il governo eritreo ha imposto la leva obbligatoria a tempo indeterminato a partire dai 18 anni di età. Spesso, però, le mansioni richieste durante l’addestramento si rivelano veri e propri lavori forzati e forme di abuso.