Officina Magazine
Magazine online d'attualità e opinioni

A conti fatti una settimana dopo Sanremo

Le novità, la vittoria di Alessandro Mahmood e la politica

La 69esima edizione del festival di Sanremo, svoltasi tra il 5 e il 9 febbrario 2019, è stata a conti fatti una delle più discusse degli ultimi anni. La rivoluzione di questa edizione, per quanto riguarda lo share, è stata la percentuale di giovani che l’hanno seguita. Sono stati infatti più del 50%, superando anche la fascia adulta. Di conseguenza è stato molto alto il numero di interazioni social e dibattito online.

Anche tra i cantanti in gara hanno figurato artisti rappresentanti la fascia più giovane dell’Italia. Sono loro i portatori di quella musica che si suona nei locali durante il weekend o che compare nelle playlist dei giovanissimi. Dalla scena trap e rap a quella indie, l’apertura al panorama musicale italiano è stata sicuramente più significativa. Sanremo, un tempo un palco importante per artisti – giovani o meno – che volessero far conoscere la loro musica, che volessero consacrare la loro carriera o riconfermarsi protagonisti, ultimamente si era quasi completamente trasformata in una gara musicale anacronistica e fuori contesto rispetto alla musica che realmente veniva prodotta ogni giorno.

Un marchio che da segno di qualità si era trasformato nel suo contrario. Un tempio accessibile solo a chi recidivamente si sforzasse di riproporre una tradizione ormai da tempo incapace di comunicare qualcosa di vero. A dispetto però delle prime impressioni questi artisti si sono classificati al termine delle cinque serate in posizioni anche piuttosto alte della classifica, battendo i big classici. Segno che un lento rinnovamento può essere accolto in maniera positiva.

Sanremo per gli italiani è sempre stato più di un festival musicale. Rappresenta una tradizione, un momento di aggregazione. Se volete, è anche uno specchio della situazione che l’italia si trova a vivere in quel periodo al di fuori dell’ambito musicale. Prima ancora che si alzasse il sipario sul palco dell’Ariston, il dibattito politico aveva già raggiunto il festival. Nelle settimane precedenti Claudio Baglioni incalzato dalle domande dei giornalisti aveva espresso disaccordo nei confronti dell’attuale linea politica italiana. Da lì erano partiti attacchi, minacce vere o presunte sulla possibilità di revocargli l’incarico.

Ti potrebbe interessare anche...

A causa forse di questi sentori di partenza si era così scelto di dare al festival un taglio nettamente slegato dalla politica, durante le cinque serate sono stati assenti riferimenti o confronti sul tema per lasciare spazio interamente alla musica. Ma la proclamazione del vincitore ha aperto una serie di polemiche e discussioni che si sono protratte anche a distanza di giorni.

In primis è sorta la questione dei metodi di votazione, che hanno creato parecchie incomprensioni. Il voto assegnato a ciascun artista derivava da più fattori con differenti valori percentuali. Per circa il 40% influiva il televoto espresso dal pubblico mentre la restante percentuale era ulteriormente spartita nelle votazioni della sala stampa e della giuria demoscopica, quest’ultima poi sostituita nell’ultima serata da una giuria d’onore. Sebbene il televoto rivestisse il peso maggiore sulla votazione finale, la vittoria è stata assegnata per merito della giuria d’onore al candidato che tra i tre finalisti aveva ottenuto il minor numero di voti da casa. Questo ha generato il malcontento del pubblico pagante che si è sentito preso in giro sulla potenzialità del proprio voto.

Non è strano che si affidi la decisione finale a una giuria selezionata. Questa prassi è diffusa in molti contesti non solo musicali. Forse sarebbe stato meglio sospendere del tutto il televoto per quella serata. In ogni caso le modalità di votazione saranno riviste e modificate per la prossima edizione.

In secondo luogo l’opinione pubblica si è divisa anche riguardo alla scelta del vincitore: Alessandro Mahmood, un giovane cantautore di Milano, vincitore di Sanremo giovani che gli ha permesso l’accesso alla gara dei big. Il ragazzo ha subito attecchi per le sue origini egiziane. Alcuni ritengono che la vittoria sia stata politica, forzatamente voluta dalla giuria. Come sempre più spesso accade, appigliarsi ad ogni pretesto per emanare sentenze, intavolare discorsi che non hanno nessuna sostanza sembra essere la modalità di espressione di chi non sa averne una propria o di chi non sa svolgere il proprio mestiere.

Al di là delle vane parole, sono però ancora una volta i fatti a contare davvero. E Mahmood oltre ad un EP e collaborazioni importanti anche come autore di alcuni dei testi più apprezzati di quest’anno (per esempio Hola di Marco Mengoni e Nero bali di Elodie, Gue Pequeno e Michele Bravi), a una settimana dal festival domina le classifiche della Fimi e vanta un record assoluto su Spotify come brano italiano più suonato in poco tempo e a livello globale come uno dei brani più ascoltati al mondo. A maggio rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest. E non aggiungerei altro.