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All’Ombra della Cattedrale: Secondo Atto

Un nuovo sguardo sulla cultura medievale

Cominciamo il nostro viaggio alla riscoperta del Medioevo. Per capire come si sia giunti a un ritratto tanto falsato di questa epoca, bisogna smantellare i pregiudizi nell’ordine in cui si sono accumulati. Questo ci porta alla presunta decadenza delle Arti e delle Lettere, di cui tanto si parlò nel Rinascimento.

“Le arti e le lettere, che parevano essere perite in un solo naufragio insieme alla società romana, parvero rifiorire e, dopo dieci secoli di tenebre, brillare di nuovo splendore”

Dictionnaire Général des Lettres, 1872

In primo luogo, sarà vero che la cultura classica era stata dimenticata dai medievali? E se anche fosse, per definire il Medioevo come “ignorante” non bisogna dimostrare che non abbiano creato qualcosa di nuovo e altrettanto valido?

Il Medioevo riuscì a conservare e creare al tempo stesso. Ecco come. Ecco perché.

 

La cultura tardoantica

Se gli umanisti avessero giudicato con meno fretta, avrebbero scoperto che i medievali conservarono per tutto il corso della loro Storia una profonda conoscenza della classicità. Classicità che era entrata in crisi già nella tarda età antica, oltretutto. Quando Romolo Augustolo viene deposto, e fino alla metà del VII secolo, lo stacco si sente ben poco.

La cultura antica viene vissuta in questa fase secondo due mentalità differenti. Una è quella classica dell’otium, che vede lo studio come un passatempo elitario da coltivare in solitudine: questa mentalità è tipica dei nobili, dei proprietari terrieri, degli eruditi. L’altra è quella cristiana, che cerca nel sapere greco-romano elementi per rafforzare il credo religioso cattolico, diffusissima delle gerarchie ecclesiastiche e dei monaci.

L’educazione classica non viene meno. I figli di famiglie nobili o ricche vengono educati da precettori privati secondo la pedagogia greco-romana. Le antiche scuole non chiudono i battenti: anzi, quelle di Roma, Milano, Lione, Arles continuano a vantare un certo afflusso almeno fino al VI secolo.

È in questo periodo, oggettivamente più sclerotico di altri nella storia medievale e generale, che si evidenzia una tendenza comune a tutti i dieci secoli del Medioevo: la capacità di distinguere il vecchio dal nuovo, il recepito dall’originale. E così, accanto ai copisti che conservano le opere classiche, troviamo eruditi che elaborano nuovi sistemi teologici, nuove regole monastiche (San Benedetto da Norcia) o rivolgono le loro abilità intellettuale ai tempi correnti (Gregorio di Tours, Historia Francorum; Isidoro di Siviglia, Storia dei Goti, degli Svevi e dei Vandali). È in questi secoli che il Medioevo comincia a farsi allievo degli antichi, ma non suo emulo, e che vive senza sensi di colpa le ambizioni intellettuali di produrre qualcosa di originale.

 

La conservazione dei classici

È bene ricordare che le grandi opere della classicità vengono ancora conservate, lette e apprezzate, come avverrà del resto per tutto il Medioevo. Isidoro di Siviglia, San Benedetto, San Colombano scrivono in un ottimo latino e sono profondi conoscitori della cultura antica.

Un esempio. Le Etimologie, l’opera più importante di Isidoro di Siviglia, sono uno dei cardini della cultura medievale. Consistono in una raccolta di termini con annessa spiegazione e interpretazione, che si evolve fino a offrire di un compendio delle conoscenze dell’epoca in quasi ogni campo: scientifico, poetico, teologico e storico. Certo, la correttezza filologica e linguistica è assente (ma non è questo un vizio solo medievale, dato che accomuna anche le summae etimologiche dell’età antica, come il De lingua latina di Varrone), ma Isidoro usa una vera rassegna di citazioni antiche nella sua esegesi. Questo dimostra che aveva una biblioteca ben rifornita di testi classici.

La direttiva lungo la quale si tramanda la cultura classica è duplice. Le opere antiche vengono importate in Oriente dai monofisiti, dai nestoriani e dagli ebrei in fuga dall’Impero Bizantino, dove saranno vantaggiosamente assimilate dagli arabi, ma sono anche copiate e conservate negli scriptoria monastici occidentali. E qui emerge la seconda grande tendenza della cultura medievale: l’ecclesiasticità. La maggior parte della cultura medievale è un prodotto della Chiesa o di chierici e si pone, in ogni caso, come uno studio del Sacro. Materie come la medicina e il diritto civile – opposto al diritto canonico – saranno ancora nel tardo Duecento soggette a discriminazioni da parte di alcune frange estremiste della scena intellettuale, in quanto prive di valore religioso.

Questa predisposizione è più pronunciata nell’Alto Medioevo, in cui monasteri e abbazie furono gli unici centri di cultura europei. Dal XII secolo si formerà un nuovo ceto di intellettuali, sempre chierici, che nel Duecento porterà allo sviluppo delle università, la cui tendenza a laicizzarsi è notevole ed è compiutamente realizzata al termine dell’Età di Mezzo.

 

La rinascita carolingia

Giungiamo così all’epoca di Carlo Magno (742-814 d.C.). Questo grande imperatore si rese conto dell’utilità di una buona educazione per l’amministrazione dei suoi domini e, al contempo, volle far rivivere la gloria romana, di cui il suo Sacro Romano Impero sarebbe risultato erede e rappresentante. Fondò presso la sua corte l’Accademia palatina, dove accolse grammatici, letterati e poeti che si occuparono di far rivivere le lettere classiche. Basti pensare che essi si assegnarono nomi d’arte di poeti antichi per firmare le loro opere! Altrettanta emulazione si ebbe nel campo dell’architettura e delle costruzioni.

Jacques Le Goff ha giustamente precisato i limiti di questa “Rinascita”. Essi consistono sostanzialmente in una diffusione ristretta ed elitaria della cultura: le scuole palatine formano funzionari e amministratori, ma i monaci non insegnano più i rudimenti del sapere agli abitanti del circondario. La dimostrazione pratica è data dalla sostituzione della calligrafia corsiva con la minuscola carolina, più estetica ma meno rapida da copiare. Significa che era calata la domanda di libri, i quali peraltro nascevano per essere ammirati più che letti. In effetti la cultura carolingia fu vissuta come un tesoro da custodire gelosamente e i manoscritti stessi divennero oggetti d’arte: Carlo Magno in persona ne vendette alcuni per distribuire elemosine.

Gli intellettuali del Quattro-Cinquecento, pur disprezzando il Medioevo, ne salvarono questo periodo, proprio perché costituiva una sorta di Rinascimento in miniatura. Nella loro visione la cultura classica ebbe sotto Carlo Magno l’attenzione che meritava. Durante gli altri novecento anni di storia medievale, al contrario, fu unicamente grazie agli arabi che si conservarono le opere delle grandi menti dell’Antichità.

Personalmente lo reputo un paradosso. Se davvero in Europa non era rimasto niente della cultura classica, come è possibile che essa rifiorisse sotto Carlo Magno, dato che mancava ancora qualche secolo all’inizio delle grandi traduzioni dall’arabo?

 

Il secolo della rivoluzione intellettuale

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Tale secolo è il dodicesimo, in cui si incontrarono due feconde tendenze storiche dell’Occidente medievale. La prima è la diffusione delle traduzioni di testi arabi – che erano talvolta traduzioni di originali greci – dalla Sicilia e dalle regioni iberiche; la seconda il progressivo inurbamento, che porta al fiorire di nuove città. La nuova mentalità, quella cittadina e borghese, ha come fondamenti l’intraprendenza, l’impegno e l’etica del lavoro, inteso come professione remuneratrice su cui l’uomo fonda la sua esistenza materiale e morale. La condizione di intellettuale, che precedentemente era uno degli aspetti della vita del funzionario di corte o dell’uomo di Chiesa, diventa un mestiere: si studia, si pensa e si scrive per guadagnarsi da vivere, come occupazione principale e indipendente nella vita. È con Pietro Abelardo (1079-1142) che abbiamo il primo professore della Storia.

È iniziata una vera rivoluzione, destinata a cambiare per sempre la civiltà occidentale. In questo momento, oltre a un rinvigorito apprezzamento per i Classici, la civiltà medievale si dimostra capace di uscire dalla logica dell’imitazione: viene a crearsi una cultura originale e innovativa. Basti pensare al cosiddetto “spirito chartrense”, un affascinante coacervo di razionalismo ed empirismo dalle spiccate caratteristiche proto-scientifiche, in cui Classicità e Cristianità si fondono in un unico amalgama. Pietro Abelardo scrisse anche il primo “discorso sul metodo” della Storia, rendendo ingente il debito che Cartesio contrasse consapevolmente o meno con lui.

Questa epoca di rinnovamento non esclude infatti lo studio e l’ammirazione per le opere degli Antichi. A tal proposito porto tre citazioni da fonti coeve, il modo migliore di dimostrare una tesi nel campo della ricerca storica.

La prima è di Pietro di Blois: ”Non si passa dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della scienza se non rileggendo ogni giorno, con amore sempre più vivo, le opere degli Antichi […]. Ogni giorno l’alba mi troverà intento a studiarli”.

Successivamente, in una missiva all’arcivescovo di Norwich, il chierico inglese Daniele di Morley, disapprova il fatto che Platone e Aristotele erano trascurati dall’insegnamento di molti maestri.

E per concludere Giovanni di Salisbury riferisce così la dottrina del suo maestro Bernardo di Chartres, peraltro condividendola appieno: “Spulcia Virgilio o Lucano e, quale che sia la filosofia da te professata, troverai di che perfezionarla. In ciò […] consiste il profitto della lettura preliminare degli antichi autori”.

Lettura preliminare: significa che sulla base della cultura classica i medievali si sentono autorizzati – e direi anche tenuti – a costruire altro.

L’atteggiamento medievale verso gli antichi, parentesi carolingia a parte, fu perciò quello di epigoni umili ma indipendenti, che assimilavano l’imprescindibile bagaglio culturale preesistente non per imitarlo ciecamente, ma per trarne spunti e supporto nell’elaborazione di nuove teorie, nuovi sistemi e nuove estetiche. Come scrisse Bernardo di Chartres riferendosi agli intellettuali suoi contemporanei,

“Siamo nani arrampicati sulle spalle di giganti. Così vediamo di più e più lontano di loro, non perché la nostra vista sia più acuta o la nostra statura più alta, ma perché ci sollevano nell’aria con la loro statura gigantesca”.

Perché, seppur piccoli, restano i nani a vedere più lontano dei giganti.

 

Universitates Christianitatis

La rivoluzione del XII secolo, che maturerà i suoi frutti nel Duecento, lascia un’eredità anche sociologica e amministrativa. Le università sono istituzioni squisitamente medievali, a partire dal nome stesso: accolgono maestri e studenti dalla mentalità borghese (e non classica) in una struttura medievale, quella della corporazione.

Le associazioni di studenti e maestri si erano già formate; la prima fu Bologna nel 1088. Nel Duecento, però, le università si istituzionalizzano, ottenendo sedi, privilegi e segni tangibili di distinzione sociale, come i riti, le insegne e le divise dei maestri – e di cui poi saranno dotati anche gli studenti, come testimonia François Villon nel Quattrocento. Gli elementi della vita universitaria sono tutti regolati all’interno degli Statuti universitari. Nel 1180 il re di Francia concederà i primi privilegi agli scolastici di Parigi – solo nel 1257 nascerà la Sorbona – e nel 1214 anche Oxford riceverà delle facilitazioni.

Gli Statuti contengono altresì indicazioni molto attuali a livello operativo su programmi e cicli di studio, rendendo chiaro l’immenso debito che il moderno sistema mondiale d’istruzione superiore ha nei confronti dell’Età di Mezzo.

 

Come nasce l’odio

Viene spontaneo chiedersi a cosa sia dovuto il pregiudizio degli umanisti verso il Medioevo.

I rinascimentali non si immaginarono come nani sulle spalle di giganti, bensì come semplici emuli, il cui compito era riprodurre il più fedelmente possibile le arti e le lettere classiche. Dato che apprezzavano gli affreschi romani, non avrebbero potuto degnare di considerazione le altrettanto pregevoli miniature medievali. E, idolatrando il Partenone, non guardarono mai con ammirazione alla cattedrale di Notre Dame o al Palazzo di Westminster. Anzi, in modo del tutto infondato, li reputarono esempi di architettura barbarica, tanto che molti monumenti furono distrutti o saccheggiati. Nel XVII secolo circolò addirittura un manuale su come smantellare edifici medievali!

A nessuno venne in mente che, se i costruttori medievali erano riusciti a edificare cattedrali così poderose, sarebbero stati in grado di edificare anche templi sul modello greco. Il punto era che non avevano voluto. Si credeva che ne fossero incapaci e, di conseguenza, inferiori ai costruttori antichi.

È in Francia che il peso del pregiudizio si avverte di più, forse perché fu il Paese medievale per eccellenza, dove ancora oggi i segni dell’Età di Mezzo si affollano numerosi per strade e biblioteche. La dittatura dell’imitazione classica non mieté le sue vittime solo tra i cultori del Medioevo: falciò ogni altro moto proprio della cultura, come seppero bene gli Impressionisti, i quali ebbero però la forza di reagire con una contro-esposizione delle loro opere. Ed è un francese, Matisse, a dichiarare che il Rinascimento è la “decadenza”, senza dubbio in modo eccessivo e provocatorio, ma calzante.

Visitando una mostra di arte medievale, Matisse sospirò anche che uno studio attento dei “secoli bui” gli avrebbe risparmiato vent’anni di lavoro. I venti anni che impiegò per liberarsi dall’idea di doversi conformare necessariamente all’estetica classica nel fare arte.

La cultura medievale è una cultura libera.