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Antifascismo e intellettualismo in Lessico Famigliare della Ginzburg.

Un romanzo che offre il ritratto dell’Italia democratica e socialista, un’Italia però “elitaria” e “intellettuale”.

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno
all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire: «Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna» o «De cosa spussa l’acido solfidrico», per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”.

Assolute protagoniste del libro della Ginzburg, letterata e politica (deputata della Repubblica italiana), figura di primo piano nella letteratura italiana del Novecento, sono le parole, i lessemi che scandiscono la quotidianità della famiglia Levi. Quel lessico famigliare che ogni famiglia, vivendo i suoi momenti di abitudinarietà ma anche di eccezionalità, forgia e porta con sé dovunque si trovi.

Tra tutte le parole che abitano il libro della Ginzburg, rivestono una particolare attenzione i proper nouns. A questo proposito, l’ignoto e acuto autore che curò parte del peritesto del libro, identificato da Domenico Scarpa in Italo Calvino, mise in luce come nel libro della Ginzburg “i personaggi vi sono designati col nome e cognome della loro vera identità” e che “se si facesse un «indice dei nomi» del libro vi si vedrebbero allineate molte delle figure più famose della vita politica, sociale, letteraria, universitaria in cui riconosciamo fisionomie note: un ritratto di famiglia dell’Italia migliore”.

La critica

È dunque la critica di stampo antifascista e comunista a provare subito entusiasmo nei confronti del romanzo. Un romanzo che offre il ritratto dell’Italia democratica e socialista, un’Italia però “elitaria” e “intellettuale”. È su questo punto che si leva una voce di feroce critica nei confronti del romanzo della Ginzburg. La voce di Alberto Asor Rosa, allora giovane collaboratore del “Mondo Nuovo”, settimanale della sinistra detta “nuova” o “operaista” che faceva capo a Lelio Basso. Il giovane giornalista accusò Lessico Famigliare di snobismo e intellettualismo: “è noto che una delle componenti più vistose dello snobismo intellettuale consiste nel mostrare al volgo quanti e quali personaggi illustri si siano conosciuti nella propria vita, e come ci si possa considerare dei loro, per antica e pressoché fatale elezione” .

La critica di Alberto Asor Rosa nei confronti della “casta intellettuale”  del romanzo della Ginzburg, trova eco nella critica letteraria degli anni Sessanta. In particolare, in un anonimo articolo pubblicato sui “Quaderni Piacentini” si prende di mira “il gergo cifrato e inaccessibile ai più della Ginzburg … tipica rappresentante di una certa élite borghese italiana, radicale e cosmopolita, ferocemente, nonostante le
apparenze, chiusa in se stessa”.

Dunque, come definire il romanzo della Ginzburg? Una sincera e innocente raccolta di memorie della vita della Ginzburg, sì intellettualmente attiva e colma di incontri con i personaggi della Storia, italiana e non solo o come una celata e superba esaltazione dell’intellettualismo antifascista borghese?

Il perché del romanzo

Da questo quesito se ne genera un altro, di gran lunga più importante: qual è l’obiettivo del romanzo della Ginzburg? Ricordare la lotta contro il fascismo? A questo proposito, Alberto Asor Rosa nota che:“la lotta contro il fascismo ci appare come la creazione della borghesia «intellettuale » contro la stupida rozzezza della borghesia «incolta » e «reazionaria »” .

Dunque, Alberto Asor Rosa, di formazione marxista, vicino alle posizioni operaiste di Mario Tronti, si schiera dalla parte del popolo, di quella classe operaia, che non trova posto nel mondo della Ginzburg.
La risposta si può trovare nella persona di Leone Ginzburg. Marito di Natalia, letterato e antifascista italiano, proveniva da una famiglia russa benestante. Studioso e docente di letteratura russa, era anche amico di Noberto Bobbio, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Carlo Levi, Elio Vittorini, tra i fondatori della casa editrice Einaudi. Dunque, una figura intellettualmente e culturalmente vivace, che, nel 1931, decise di aderire al movimento “Giustizia e Libertà” , il cui obiettivo era quello di battersi “per la libertà, per la repubblica, per la giustizia sociale”.

In nome di questi tre ideali, Leone Ginzburg, catturato e incarcerato a Regina Coeli a Roma, fu torturato dai tedeschi perché si rifiutò di collaborare. Morì in carcere, la mattina del 5 febbraio 1944. Leone Ginzburg non diede la vita per l’Italia intellettuale e borghese, ma per l’Italia tutta, composta da nobili, borghesi, operai, contadini uniti dalla volontà di abbattere fascismo e nazismo e fondare su basi nuove, democratiche, la nazione.