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Biden: come cambiano i rapporti tra USA ed Europa?

Il neopresidente americano Joe Biden deve riappacificare un’America divisa e guardare agli storici alleati sul continente europeo

LA NUOVA AMERICA DI BIDEN

Joe Biden si è ritrovato un Paese estremamente polarizzato e dilaniato dai crescenti movimenti di estrema destra, figli del trumpismo degli ultimi quattro anni. Pertanto, sin dal suo discorso successivo alla vittoria elettorale di novembre e poi soprattutto nel discorso di insediamento alla Casa Bianca del 21 gennaio 2021, si è percepita la volontà di ricucire le fratture americane. Più volte Biden ha fatto appello all’unità, dichiarandosi «il presidente di tutti» e dicendo in riferimento agli elettori repubblicani che «loro non sono nostri nemici, loro sono americani».

La prima, vera, grande differenza di Biden rispetto al suo predecessore riguarda la lotta alla pandemia di Covid-19: mascherine obbligatorie e implementazione del piano vaccinale, in contrasto con la leggerezza che ha contraddistinto Trump sull’argomento nell’ultimo anno. Anche la scelta di alcuni membri della sua squadra di governo sottolinea la presa di distanza dal suo successore. Anthony Blinken è il nuovo Segretario di Stato ed è un grande fautore del multilateralismo e del globalismo. Il suo operato sarà all’insegna del The America is back – mentre Trump puntava sull’isolazionismo. John Kerry, invece, è a capo delle politiche ambientali e il suo primo obiettivo è il ritorno americano negli Accordi di Parigi del 2015.

Infine, se si guarda gli executive orders firmati da Biden nelle poche settimane successive all’insediamento, si individuano tre direzioni:

  1. La lotta contro la pandemia
  2. L’impegno ambientale (stop alle sovvenzioni a industrie petrolifere e di gas, investimenti green)
  3. L’attenzione per i migranti e i diritti umani (muro al confine messicano, cittadinanza dei baby dreamer, fine del Muslim Ban)

A ciò si aggiunga il pacchetto di aiuti economici (da 1.900 miliardi) per la ripresa economica approvato dal Congresso a inizio marzo.

L’EREDITA DELLA POLITICA ESTERA AMERICANA

Gli Stati Uniti, in materia di politica estera, soffrono di alcuni problemi storici come l’illusione di essere uno Stato destinato a cambiare il corso delle relazioni internazionali e un Paese dal forte sentimento imperialista. Inoltre, il deep state a Washington ha da un lato una certa nostalgia per il sistema bipolare della Guerra fredda, ma dall’altro si illude di poter vivere in un mondo unipolare in cui l’unica superpotenza è quella americana. Infine, gli USA non si sono ancora rialzati dal dissesto economico frutto delle guerre in Medio Oriente e della crisi del 2008, e continuano a soffrire della sindrome di attacco a sorpresa (acutizzatasi dopo l’11 settembre).

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Biden proverà a superare l’isolazionismo di Trump – fedele al suo America first –, recuperando innanzitutto il multilateralismo e il globalismo. Ciò si tradurrà obbligatoriamente nella spartizione degli oneri e degli onori dell’essere una potenza egemone. Perciò, in Europa, si tenterà un rilancio della NATO per rinsaldare i rapporti di alleanza incrinati durante il mandato di Trump.

Inoltre, si attuerà un ritorno negli accordi internazionali – come OMS, Paris Agreement e WTO. Biden proverà anche a recuperare i trattati sul nucleare con l’Iran (firmati da Obama e abbandonati da Trump) e rinnovare gli accordi con la Russia (con il Trattato New START). Infine, dedicherà grande importanza alla democrazia – sia negli USA alla luce dell’eredità trumpista sia nel mondo con il Summit for Democracy.

Un altro argomento vitale per il neopresidente è quello dei diritti umani. Sul continente americano le questioni concernono il Black Lives Matter Movement, i confini e le migrazioni; nel resto del mondo la difesa dei diritti umani può essere impiegata come soft power contro Russia e Cina (rispettivamente per il caso Navalny e la persecuzione degli uiguri). 

I NUOVI RAPPORTI CON LA UE

Il Covid ha lasciato un’Europa più unita dal punto di vista dell’integrazione grazie al Next Generation EU. Lo stanziamento dei fondi, infatti, ha segnato un importante avanzamento in termini di integrazione europea. Tuttavia, proprio il negoziato sul NGEUE ha acuito le fratture tra Nord e Sud (in materia economica) e tra Ovest ed Est (in materia di diritti).

Dunque, anche nella UE è centrale il richiamo a unità e solidarietà, come si evince dal Discorso sullo stato dell’Unione di settembre di Ursula von der Leyen. La Presidente della Commissione europea ha infatti detto che «Abbiamo trasformato la paura e la divisione tra gli Stati membri in fiducia nella nostra Unione. Abbiamo mostrato cosa è possibile quando ci fidiamo l’uno dell’altro e ci fidiamo delle nostre istituzioni europee».

Se da un lato c’è chi, come Macron, spera di sfruttare l’isolazionismo USA per realizzare il progetto di un’autonomia strategica, dall’altro molti Stati europei vedono ancora Washington come un alleato indispensabile. In primis, in funzione di difesa militare con la riesumazione della NATO. In seconda battuta, per una questione commerciale ed economica. Inoltre, per diventare una superpotenza militare l’Europa dovrebbe investire cifre esorbitanti, rischiando di sprecare tempo e risorse in un ambito lontano dagli obiettivi dell’Unione.

Nel report A new EU-US agenda for global change, l’Unione ha proposto alcuni punti di collaborazione con l’alleato americano: lotta al Covid, transizione ecologica, digitalizzazione e tecnologia, diritti umani e democrazia. La conclusione mostra chiaramente le intenzioni europee: «Quando il partenariato transatlantico è forte, la UE e gli Stati Uniti sono entrambi più forti. È tempo di ricollegarsi a una nuova agenda per la cooperazione transatlantica e globale per il mondo di oggi».

Staremo a vedere in che modo Joe Biden si comporterà e quali saranno le relazioni tra USA e UE nei prossimi mesi.