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Caos a Tripoli: cosa sta succedendo in Libia?

Nelle ultime settimane la capitale libica Tripoli è stata teatro di violenti scontri, gli ultimi di una lunga serie che prosegue a intermittenza dalla destituzione di Gheddafi nel 2011. L’obiettivo di questo articolo è cercare di semplificare la questione per comprenderne i retroscena e le dinamiche politiche, strategiche ed economiche

Il 24 agosto la Libia è ripiombata nel caos. La Settima Brigata ha tentato una rivolta contro il Governo di Accordo Nazionale di Al Sarraj. Per capire la divisione delle forze politiche in campo, è necessario fare un breve riassunto.

Quali sono le forze in campo?

Max Weber, sociologo tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX secolo, definiva lo Stato come «un’impresa istituzionale di carattere politico nella quale l’apparato amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della coercizione fisica legittima, in vista dell’attualizzazione degli ordinamenti». Il monopolio della coercizione fisica legittima è ciò che manca in Libia, dove la sfera politico-amministrativa è tutt’altro che unitaria.

Diversi sono infatti gli attori politico-militari presenti in differenti aree del paese, al-Sarraj e Haftar primi fra tutti. Il primo – Fayez al-Sarraj – è primo ministro e presidente del consiglio presidenziale del governo di Tripoli, il Governo di Accordo Nazionale voluto nel 2016 dalle Nazioni Unite; il secondo – il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar – dal 2016 è a capo del governo cirenaico avente sede a Tobruk e gode dell’appoggio delle forze militari.

Principali città libiche

Nel braccio di ferro tra il governo occidentale di Sarraj e quello orientale di Haftar si inseriscono le numerose milizie armate, il cui potere è cresciuto esponenzialmente in seguito al vuoto di potere lasciato dalla destituzione di Gheddafi, ucciso il 20 ottobre 2011 a Sirte. La Primavera Araba libica ha posto fine a un regime durato 42 anni, ma ha lasciato dietro di sé un panorama politico frammentato ed instabile. Oltre ai due governi e alle milizie tribali, dopo la morte del Raìs si è affacciato sullo scenario libico anche l’ISIS e, nonostante la parziale vittoria delle forze militari libiche nella battaglia di Sirte del 2016, la minaccia jihadista potrebbe riapparire presto, data la situazione di crisi in cui versa ora il paese.

Fayez al-Sarraj (a sinistra) e Khalifa Haftar (a destra)

 

Cosa sta succedendo ora?

Alla base dei recenti disordini vi è proprio la frammentazione politica del paese, e soprattutto della capitale. A giugno, un report di Wolfram Lacher per Small Arms Survey – “Capital of Militias” metteva in evidenza il sistema venutosi a creare attorno al governo di Tripoli: un vero e proprio oligopolio. Approfittando della debolezza di al-Sarraj, le principali milizie di Tripoli e dintorni – come i gruppi Brigate Rivoluzionarie, Nawasi e Ghnewa – hanno creato una sorta di “cartello”, riuscendo ad aumentare sempre più la propria influenza non solo politica ma anche economica e finanziaria, ponendosi al fianco del Governo di Accordo Nazionale nella gestione della città.

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Ovviamente, laddove vi sono vantaggi per alcuni vi sono svantaggi per altri. Il 24 agosto la Settima Brigata, esclusa dai processi di spartizione del potere, ha deciso di attaccare Tripoli adducendo come motivazione ufficiale la volontà di “ripristinare la sicurezza e combattere la corruzione”. Le azioni della Settimana Brigata – guidata da al-Kani e formata da uomini una volta vicini a Gheddafi e ora sostenitori di Haftar –  hanno causato la risposta delle milizie del “cartello” vicine ad al-Sarraj, causando violenti scontri.

Il governo di Tripoli ha definito l’attacco della Settima Brigata come una minaccia alla transizione politica pacifica ed ha pertanto immediatamente dichiarato lo stato di emergenza. Gli scontri hanno causato più di 60 morti e 250 feriti, 1800 famiglie hanno dovuto lasciare la propria abitazione e 400 detenuti di un carcere vicino alla capitale hanno approfittato del caos per evadere. Dopo giorni di violenze e confusione, il 4 settembre è stata firmata dalle varie parti in gioco una tregua. L’accordo è stato reso possibile dalla mediazione dell’UNSMIL (UN Support Mission in Libya) e del segretario generale Ghassan Salamè.

Nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite, l’accordo sembra aver trovato un equilibrio tutt’altro che stabile: il 7 settembre il generale Haftar ha minacciato di essere pronto a marciare sulla capitale, e tre giorni più tardi un gruppo armato, che secondo le prime indiscrezioni dovrebbe essere una cellula dell’ISIS, ha attaccato la sede della compagnia petrolifera nazionale della Libia – la National Oil Corporation (NOC) – facendo vacillare nuovamente la capitale.

La presenza militare straniera in Libia

Nello stesso giorno dell’attacco al NOC, la Farnesina ha reso noto che il Ministro degli Esteri Moavero Milanesi si è recato in Libia per incontrare Haftar nell’intento di instaurare un “dialogo politico inclusivo con tutti gli interlocutori per una Libia unita e stabile”. Infatti, sebbene l’Italia abbia sin dal primo istante supportato il governo di al-Sarraj, il nostro governo intende dimostrare la volontà di favorire una transizione pacifica. L’Italia non è però l’unico attore internazionale a muoversi in territorio libico. Se il nostro governo si pone dalla parte del Governo di Accordo Nazionale con il benestare degli Stati Uniti, dall’altra parte il governo di Tobruk guidato da Haftar gode dell’appoggio della Francia in primis, ma anche di Russia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Le milizie islamiche sono invece sostenute da Qatar e Turchia. Sebbene gli attori internazionali in campo siano molti, i principali sono Italia e Francia. Contemporaneamente alla cronaca dei fatti delle ultime settimane, si è parlato molto delle tensioni tra Italia e Francia nel contesto libico. Ma quali sono i loro interessi?

Per quanto riguarda l’Italia, almeno due sono le ragioni che hanno spinto gli ultimi governi a concentrarsi sulla Libia e dichiarare sostegno ad al-Sarraj. Innanzitutto, motivazioni economiche: la parte ovest del paese – quella controllata cioè dal Governo di Accordo Nazionale – è ricca di giacimenti di gas e petrolio, fondamentali per l’ENI. In secondo luogo, la Libia è diventata cruciale per l’Italia per la gestione dei flussi migratori, basti pensare all’accordo di Minniti o alla recente decisione presa in agosto dal nostro governo di donare 12 motovedette alla Libia per controllare le partenze dei migranti. Nella situazione attuale, l’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha denunciato “atrocità indicibili” ai danni soprattutto di migranti, donne e bambini nelle aree urbane, in primis a Tripoli, e ha inoltre affermato che la Libia non soddisfa i criteri per poter essere definita porto sicuro in cui riportare i migranti intercettati e salvati in mare.

Anche la Francia ha diverse ragioni per voler rimanere in Libia. Come per l’italiana Eni, anche per la francese Total petrolio e gas sono essenziali, estratti dalla Francia nella Cirenaica di Haftar. Alle giustificazioni economiche si aggiungono poi quelle geopolitiche; già ben presente nel Sahel, Macron intende consolidare sempre più la propria influenza su tutta l’area nordafricana. Inoltre, il presidente francese potrebbe voler strappare la leadership europea alla Germania; controllare la Libia significa controllare i flussi migratori al centro delle tensioni interne all’Unione. È probabilmente in quest’ottica che a luglio 2017 Macron ha riunito al-Sarraj e Haftar  – senza invitare l’Italia – e favorito un accordo di pace che avrebbe dovuto portare a elezioni il prossimo dicembre, elezioni che sembrano ora improbabili.

Cosa fare ora?

Risolvere la crisi libica significa favorire la convivenza dei vari gruppi in gioco e dei loro interessi. Una transizione pacifica verso una nuova Libia non può avvenire sino a quando la cooperazione tra tutte le parti non diverrà realtà. Per questo, è fondamentale che tutte le forze politiche, governative e militari presenti in Libia dialoghino per trovare una soluzione. Al contrario di quanto avvenuto a Parigi nel luglio dello scorso anno, quando al tavolo dei negoziati si sono seduti solo al-Sarraj e Haftar, è necessario che tutti, comprese le milizie, partecipino a un nuovo ciclo di trattative, che potrebbe avvenire il prossimo novembre a Palermo.