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C’era una volta l’Italia, culla della cultura

La cultura italiana durante il lockdown

Nella nebulosità delle restrizioni attuate, una è stata chiara sin dall’inizio: i luoghi di cultura non possono restare aperti. Correva il primo marzo quando il Consiglio dei Ministri annunciava la chiusura di realtà culturali onde evitare il propagarsi del contagio. Mens sana in corpore sano è una delle locuzioni latine più note al giorno d’oggi. Viene citata per sottolineare l’importanza, e l’efficienza, di trovare un equilibrio tra le facoltà intellettive e quelle fisiche. Ciò nonostante, il Governo è l’unico che non fa propria questa espressione.

Nella famigerata fase 2, tra le diverse concessioni autorizzate dal Governo, vi è il permesso di praticare jogging all’aria aperta, che sia in un parco o per la strada. Oggi niente può più fermare i runner, coloro che all’inizio della quarantena erano stati etichettati come untori e venivano perseguitati dagli sceriffi dei balconi. Diversamente, la cultura è ancora arenata sul divano. Infatti biblioteche, cinema, musei e teatri rimangono chiusi e suonano come campane a morto. Sono le vittime più violentemente colpite dal virus e dal distanziamento sociale che ne consegue. Qualcuno obietterebbe che non sono servizi essenziali del cittadino e, in quanto tali, è corretto tenerli in lockdown ancora per qualche settimana o addirittura qualche mese come nel caso delle sale cinematografiche.

Così facendo si ignora l’importanza delle imprese culturali non solo per la comunità, ma per l’intero Paese. Vero che il “settore cultura” non produce ricchezza materialmente parlando, eppure nello scenario europeo quasi il 15% del totale delle imprese culturali parla italiano. Come se non bastasse, l’Italia è lo Stato con il maggior numero di siti UNESCO: vanta 55 aree identificate come patrimoni dell’umanità. Si tratta di un’industria distintiva ed essenziale per il nostro Paese. Inoltre non vi è dubbio che le arti ricreative offrano un sereno e sano svago per la mente del singolo cittadino che deve altresì fare i conti con la rivelazione di una pandemia. E con quest’ultima abituarsi alla convivenza.

Le persone hanno bisogno di un recupero psicofisico, non solo fisico, nonostante la trasformazione di molti in chef a cinque stelle. I ragazzi hanno bisogno di tornare a sognare ad occhi aperti ed i bambini a loro volta hanno bisogno di tornare a volare con la fantasia. Dopo un cupo periodo dominato dall’assenza di stimoli tutti abbiamo bisogno di tornare ad essere curiosi. La storia insegna che la curiosità conduce alla scoperta del mondo.

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La cultura in primo luogo è fattore di identità: affonda le radici nella nostra terra sin dai tempi antichi. Dalla Magna Grecia all’Impero romano, dall’Umanesimo al Rinascimento, l’Italia da sempre è un fiorente centro culturale. In secondo luogo è promotrice di libertà. Infatti conoscenza e libertà sono concetti strettamente correlati tra loro. Se è vero che nel sapere risiede l’arma contro l’oppressione, incitiamo alla conoscenza e poniamo fine all’atroce crimine a cui stiamo assistendo: il depauperamento della cultura.

Tuttavia l’intero mondo dell’arte è stato abile nel dare sfogo alla sua creatività potenziando gli strumenti digitali, grazie ai quali è entrato nelle case di tutti superando persino i confini nazionali. Durante la quarantena, con il Tondo Doni rimasto solo, la Galleria degli Uffizi ha fatto rivivere le sue opere su TikTok e si appresta ad aprire il 18 maggio auspicando ad un considerevole numero di italiani in visita che possano, seppure in minima parte, colmare la mancanza di visitatori internazionali. Numerose sono state le iniziative giocate sulle piattaforme virtuali. Anche la Pinacoteca di Brera abbraccia il digitale diffondendo sul canale Youtube video in pillole dal titolo “Appunti per una resistenza culturale”, attraverso i quali racconta le sue opere.

Presto o tardi anche per l’ultima ruota del carro arriverà la fase 2 e porterà con sé  misure contingentate. Allora la domanda d’obbligo è: quando la macchina della bellezza verrà accesa, gli italiani avranno voglia di trovarsi soli davanti alla Venere di Botticelli? O, disfattisti come sono, lasceranno morire i luoghi d’arte? Bisogna constatare che le persone, spesso incatenate alla frase “Non ho tempo” in un mondo dove tutto viene usufruito ricorrendo al paradigma della brevità, dove persino l’attesa di 9 minuti alla fermata dell’autobus sembra un’eternità, di rado scelgono come passatempo i luoghi d’arte. Nella nostra epoca l’homo ludens agisce prettamente nelle enoteche, non nelle pinacoteche.

Una sola cosa fa ben sperare: le librerie sono aperte, sia i canali di vendita diretta che i franchising dei grandi gruppi editoriali hanno alzato le saracinesche in ogni città d’Italia. Dunque non resta che correre ad assaltarle con l’augurio che un libro conduca verso la catarsi: la purificazione e la liberazione dai mali che consentirà di guardare al futuro con occhi speranzosi.