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Che cos’è il reddito di cittadinanza universale?

Possiamo immaginare un mondo nel quale il lavoro sia una scelta dell’individuo e non imposto dalle condizioni economiche?

Lo UBI è una delle più ambiziose politiche sociali del nostro tempo.
La sigla sta per Universal Basic Income, tradotto, Reddito di Cittadinanza Universale.

Versato a tutti, lo Universal Basic Income sarebbe l’unico reddito non tassabile, mentre si tasserebbe ogni altra risorsa, rendendo così possibile il recupero delle uscite attraverso le spese dei membri più benestanti.

Il Reddito di Cittadinanza Universale consiste in un’erogazione di denaro, versata a intervalli regolari da una comunità politica a tutti i suoi membri, su base individuale, senza vincoli.
In poche parole all’interno di un Paese che fornisce il reddito universale, ogni membro dotato di cittadinanza riceve una somma mensile di denaro. Questo indipendentemente dalla propria età, condizione economica o lavorativa.
Versato a tutti, lo Universal Basic Income sarebbe l’unico reddito non tassabile. Si tasserebbe ogni altra risorsa, rendendo così possibile il recupero delle uscite attraverso le spese dei membri più benestanti.

A differenza dei redditi minimi garantiti (fra i quali compare il famoso reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle) lo UBI non prevederebbe alcun obbligo, quali iscriversi ad un centro d’impiego, dare la disponibilità a svolgere lavori di pubblica utilità, accettare un qualsiasi impiego proposto dalle agenzie interinali, indipendentemente dalla sua natura o remunerazione.

Fin da subito è risultato chiaro che le persone a cui veniva fornito il reddito non smettevano di lavorare né spendevano il denaro ricevuto per beni superflui.

Non esiste un unico modello di UBI, al contrario molte proposte diverse per quanto riguarda la quantità di denaro erogata, le fonti per il riversamento di una spesa così onerosa per uno stato e la possibilità di una convivenza o meno con la politica del welfare state (il sistema di servizi sociali, sanitari, educativi e ambientali).

Il Reddito Universale non è una novità dei nostri tempi. Già nel 1795 Thomas Paine lo ideò, e Friedrich von Hayek, economista premio Nobel, lo sostenne e lo rese noto nel corso del ‘900. Fin dagli anni ‘70 inoltre sono stati condotti test, soprattutto negli USA e in Canada. In essi è risultato chiaro che le persone a cui veniva fornito il reddito non smettevano di lavorare né spendevano il denaro ricevuto per beni superflui.

Ma abbiano prove del contrario. La Finlandia ha selezionato fra il 2017 e il 2019 un campione di 2mila persone disoccupate tra i 25 e i 58 anni. Hanno ricevuto la garanzia di un assegno mensile di 560 euro (non tassati) per due anni. Lo avrebbero riscosso anche nel caso in cui nel biennio in questione avessero trovato lavoro. Il risultato è stato un incremento del benessere, ma non una crescita dell’occupazione.

Potrebbe anche essere l’unica soluzione al problema del calo dei posti di lavoro a crescita esponenziale, dovuta all’automatizzazione di sempre più tipi di lavoro.

Lo Universal Basic Income sembrerebbe essere un progetto estremamente dispendioso e rischioso. Guadagnare una somma fissa di denaro indipendentemente dal modo in cui si contribuisce all’interno della società sembra alquanto utopistico. Ma questa potrebbe anche essere l’unica soluzione al problema del calo dei posti di lavoro a crescita esponenziale, dovuta all’automatizzazione di sempre più tipi di lavoro. Inoltre il timore economico costringe molti giovani, e non solo, ad abbandonare il proprio percorso di studi per dedicarsi subito al lavoro. La scuola stessa è ad oggi organizzata per formare individui pronti ad affrontare la necessità impellente del lavoro.

Possiamo immaginare un mondo nel quale il lavoro sia una scelta dell’individuo e non imposto dalle condizioni economiche?
Lo Universal Basic Income, forse, ci permette di farlo.