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Come parlare di vaccini

L'efficacia del vaccino dipende anche da questo: sapere, saper parlare, saper ascoltare

È tempo di riunioni di famiglia e le piattaforme di videochiamate lavorano col favore delle tenebre affinché nessuno si senta lasciato indietro. E allora ti capiterà di parlare con quel parente esitante, o magari proprio con quello no-vax.

Infatti, secondo un sondaggio della Cattolica diffuso a giugno 2020, più del 48% di chi ha risposto si è detto esitante davanti alla possibilità di vaccinarsi contro l’epidemia di Covid in corso. Inoltre “1 italiano su 3 è abbastanza convinto che i vaccini siano una manovra di arricchimento delle case farmaceutiche; mentre il 23% pensa che siano una mossa politica e il 35% teme che vaccinarsi possa avere effetti collaterali gravi.” Comunque, il 43% non crede troppo all’efficacia dei vaccini e il 28% pensa ci sia lo zampino di Big Pharma nel falsificare i test clinici.

Che stia esultando perché il verbo no-vax si è diffuso, che sia soddisfatto per la tua sopraffina capacità di non cadere nei tranelli delle fake news: fermati, se sei da una parte avrai probabilmente a che fare l’altra.

  1. Prepara le risposte, ma anche le domande.

Prima delle opinioni ci sono i fatti: mettiamoci d’accordo su questi. I vaccini allenano il sistema immunitario, perché sia pronto a combattere organismi dannosi, chiamati patogeni (come i Coronavirus).  Spingono il corpo a produrre anticorpi contro i patogeni, senza causare la malattia. Ci sono tre tipi di vaccini: quelli tradizionali, che contengono patogeni indeboliti o gli antigeni, proteine prodotte dai patogeni; i vaccini mRNA (come quello di Biontech), che contengono del materiale genetico che fa produrre alle cellule l’antigene; i vaccini vettoriali (come quello di Astra Zeneca), che usano un altro virus innocuo come vettore per introdurre materiale virale in una cellula. All’inizio del 2021 anche dei vaccini di tipo tradizionale cominceranno l’iter per l’approvazione. I vaccini mRNA contengono: 4 sali per mantenere il pH, uno zucchero stabilizzatore, acqua, lipidi (grassi) che avvolgono il materiale genetico. Ecco le risposte. Non dimenticare di chiedere a chi hai davanti che cosa sa e che cosa invece manca, siamo tutti in ricerca quando si tratta di queste informazioni. (per approfondire https://www.health.com/condition/infectious-diseases/coronavirus/pfizer-covid-19-vaccine-ingredient-list)

  1. Sii semplice, trova un terreno comune.

Uno dei più grandi timori di chi esita è quello verso i test clinici a cui sono sottoposti i vaccini, troppo veloci e troppo misteriosi. Troviamo un modo easy per raccapezzarci. Abbiamo già visto la particolarità dei nuovi vaccini: è anche la tecnologia a renderli più facili a essere ricavati. 48 vaccini in sperimentazione clinica in tutto il mondo, 11 già nella fase finale dei test. Più attenzione che mai, e mai così tanti soldi. Soprattutto, mai così tanti politici e case farmaceutiche sottoposti a pressione per dare un risultato. Allora ti sorge il dubbio che la fretta sia cattiva consigliera. Capiamo un attimo come funzionano i controlli sui test clinici.

Questi ultimi consistono di tre fasi: nella prima si studiano sicurezza e tollerabilità del vaccino, nella seconda il dosaggio e nella terza fase anche l’efficacia generale e specifica. I test su dosaggio ed efficacia sono stati condotti anche con gruppo di controllo placebo. Se tutti quelli che si contagiano dopo le vaccinazioni fanno parte del gruppo placebo (vaccinato “per finta”) l’efficacia è al 100 per cento. Per l’approvazione, vediamo, servono i dati e questi ci sono.

Gli enti governativi di regolamentazione in ambito farmaceutico, come il Pei tedesco per esempio, ricevono i test clinici e valutano rischi e benefici. Le richieste sono presentate all’Agenzia europea del farmaco (Ema), dove per le procedure di sperimentazione sono selezionati esperti provenienti dagli enti di ciascun paese. C’è una grande struttura che fa sì che macchine senza freni non siano vendute. Un vaccino del quale non sono disponibili i dati di sicurezza non viene approvato. È lecito chiedersi: dovremmo fidarci della serietà di queste organizzazioni?

In effetti, c’è anche una questione di lotta alle élite nel fidarsi più facilmente di post con migliaia di condivisioni e di notizie da siti non certificati che dei grandi broadcasters. Dobbiamo comprendere questa sfiducia, e spiegare che il punto non è chi, ma come.

  1. Non buttarla in caciara: non si tratta di esperti vs gente comune.

Non esistono gli ignoranti in senso assoluto, lo si è tutti relativamente in qualcosa. Anche per questo l’autorevolezza è una questione importante: ogni volta che portiamo un’informazione infatti tendiamo a chiederci “Dove l’hai letta? chi l’ha detto?”. Per K. Popper, noto filosofo del ‘900, una conoscenza è scientifica se può essere falsificata. La conoscenza non deriva da un’autorità della quale può essere messa in discussione la buona fede, ma da un processo di ricerca collettiva, e di dialogo critico e informato. E allora capiamo come tanti esperti certificati possano dire sciocchezze e meritino, per questo, di essere controllati, ma non rifiutati a priori.

Occorre confrontarsi con loro, ascoltando attentamente ciò che propongono, facendo attenzione al metodo grazie al quale sono pervenuti ai risultati cui dobbiamo affidare la nostra salute. Facendo della fiducia negli esperti una motivazione, si rischia di spostare la battaglia sul terreno del chi, mentre la cosa importante è il come. Naturalmente lo stesso vale per le fonti degli esperti anti-esperti, quelli che ti dicono “quello che i giornali non ti dicono”.

Se gli esperti fossero d’accordo saremmo tutti più tranquilli. Una ricerca pubblicata nel 2017 su Pubmed lo dimostra: dire “il 90 percento degli scienziati medici sono d’accordo sulla sicurezza dei vaccini e sul dovere di tutti i genitori di vaccinare i loro bambini” ha ridotto significativamente le loro preoccupazioni sui vaccini e la convinzione di un legame con l’autismo. Ma l’opinione pubblica in Italia percepisce la comunità scientifica come ambigua e controversa. Solo tenendo a mente la lezione di Popper possiamo distinguere il dibattito dalla caciara. La buona scienza non è dogmatica, i confronti la fanno progredire, ma un terreno comune c’è: l’evidenza oggettiva e il metodo scientifico.

  1. Racconta la storia.

Gli anti-vaccinisti esistono da quando ci sono i vaccini. Nel corso dell’Ottocento si organizzarono in vere e proprie società anti-vaccinazione. Le loro argomentazioni nascevano dal disgusto dell’infettare le persone con materiale proveniente da animali, oltre che dalla mancanza di menzione della pratica nella Bibbia, fino ad affermare che i vaccinati si sarebbero lentamente trasformati in mucche.

Nel 1988 Wakefield pubblica un articolo su The Lancet sulla correlazione fra vaccino contro il Morbillo-la Parotite-Rosolia (MPR) e l’autismo. Attraverso una accurata analisi della situazione medica dei bambini, si indovinava la correlazione fra vaccino e autismo confrontandoli con le date di vaccinazione. Diverse altre ricerche si svilupparono sull’argomento e tutti i co-autori, tranne Wakefield (radiato poi dall’Albo dei Medici), ritrattarono. Fra queste, qualche anno fa, è stata pubblicata sul British Medical Journal l’analisi di Brian Deer, il quale descrive nel dettaglio gli errori di questa ricerca:

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  • 3 dei 9 bambini considerati autistici non avevano realmente il disturbo. Solo 1 su 9 aveva la diagnosi documentata.
  • Nonostante l’articolo dichiarasse i 12 bambini “precedentemente normali”, cinque avevano documentati e preesistenti disturbi della crescita.
  • Le date dell’insorgenza dei disturbi autistici vennero spostate di qualche settimana dopo l’inoculazione dell’MPR.
  • In nove casi, ordinarie malattie dei tessuti del colon sono state cambiate dopo una revisione della ricerca di una scuola medica in non specifiche coliti.
  • I pazienti furono trovati da attivisti anti-MPR e gli studi furono commissionati e finanziati per un causa in tribunale programmata.

Questi elementi sono abbastanza per invalidare la ricerca. Ci sono dei motivi per cui Wakefield è stato un criminale della scienza, e si possono spiegare.

  1. Gli scettici sono ragionevoli, ragionaci.

Chi è scettico applica un dubbio che è alla base degli avanzamenti scientifici, che si rendono possibili solamente potendo criticare le precedenti teorie. Se ci facciamo vedere troppo sicuri di noi, sembreremmo giustamente dogmatici e pregiudiziosi: bisogna poter ragionare e smontare.

Ma occorre anche avere coscienza di un importante errore cognitivo che la mente umana commette quasi spontaneamente: il cosiddetto bias della conferma. Come nel caso dell’articolo di Wakefield, quando un’idea prende spazio nella nostra mente è difficile sbarazzarsene: tenderemo ad accogliere solo informazioni che la confermano. Tutti ne siamo soggetti. Questo perché la nostra mente non processa con facilità informazioni complesse ed emotivamente cariche, come a proposito delle reazioni avverse alla vaccinazione, estremamente rare, quasi sempre lievi, ma facilmente strumentalizzabili. Rischiamo solo di aumentare la percezione del rischio, e la paura diventa allora ragionevole.

Le paure più influenti sugli antivaccinisti si collegano a quattro temi: autismo, mercurio, agende governative e big pharma. Ognuno di questi è variamente collegato a teorie del complotto, “validate” da fake news, spesso derise nella narrazione comune. Questa derisione però non ci permette di comprendere come queste teorie possano soddisfare chi ci si avvicina e queste notizie ricevere attenzione. Il bisogno psicologico di certezze, di conoscere la realtà circostante, di sentirsi parte di un gruppo di eletti: sono bisogni a cui tutti siamo soggetti. Consideralo prima di lanciare accuse.

  1. Spiegare non è abbastanza: immagina, ascolta, comprendi.

Non sempre spiegare serve, a volte è anche controproducente, se non è accompagnato da uno sforzo di avvicinamento emotivo. Se infatti la spiegazione scientifica può aiutare chi ha pochi dubbi a chiarirli, può invece indispettire e indisporre chi non si fida delle autorità scientifiche.

Svilire chi non si vaccina non aiuta la situazione, come dice J. Greenberg, direttore della “School of Journalism and Communication” alla Carleton University e ricercatore in questo campo. E nemmeno comportarsi come fossero stupidi o disinformati: “Una delle percezioni sbagliate è che chi non vaccina i propri figli lo fa perché non capisce” .

Non tutti coloro che esitano sono convinti no-vax. Ognuno di loro fa ciò che crede meglio per sé o i propri figli, e le risposte sono logiche rispetto alle pressioni che ricevono, sintomo di un problema più grande: quello che Jennifer Reich, in un interessante TED, definisce “genitorialità individualista”. Più la narrazione ufficiale (vedi pubblicità progresso dei vari ministeri della sanità) parla della salute come un progetto personale, più i genitori penseranno che la vaccinazione sia una scelta personale. Ma bisogna ben capire che i benefici di questa pratica preventiva sono spesso invisibili alla singola persona: qui sta l’inghippo.

Il vero potere dei vaccini è sociale, sta nell’abbassare la contagiosità di un virus o di un batterio. I vaccini sono un bene comune, come una centrale dei vigili del fuoco. Non sono un prodotto di consumo. Bisogna preoccuparsi se la libertà personale diventa un concetto usato per giustificare il rifiuto delle vaccinazioni. L’individualismo qui è un pericolo.

Ricorda: vaccinarsi è un po’ come mettere la cintura, e questa non è una scelta personale. L’efficacia all’inizio sarà probabilmente moderata, proteggerà dai sintomi più gravi senza azzerare le possibilità di contagio, ma come la cintura, salverà comunque moltissime vite. L’efficacia del vaccino , però, dipenderà non solo dalla capacità degli scienziati che lo stanno mettendo a punto, ma anche dalla percentuale di persone che si sottoporrà alla vaccinazione.

7. Punta sull’empatia e sul supporto: cambiare idea è doloroso.

Svariate ricerche nel campo delle strategie preventive della comunicazione scientifica mostrano come maggiori prove, statistiche e strategie di debunking tendano a funzionare poco, fino a diventare controproducenti. Senza accompagnare questi modi di porsi con un’intelligenza emotiva, rischiamo solo di allontanarci dal nostro interlocutore. Come scrive Greenberg: “Apertura, dialogo, empatia e rispetto sono valori imprescindibili per una comunicazione del rischio etica ed efficace.”

Cambiare idea, spesso ce ne dimentichiamo, è doloroso. Si rischia di essere esclusi da certi gruppi e di perdere legami sociali. I cambiamenti di opinione hanno bisogno di tempo. Le cornici interpretative attraverso cui capiamo e colleghiamo i fatti si formano grazie a un’enorme quantità di discorsi. Ci sarà bisogno di un rapporto continuo fra medici, istituzioni e pazienti, lungo tutto il piano di vaccinazioni.

  1. Trasforma le domande in risorsa.

Come rispondere a questa vignetta del New Yorker? È ovvio che quella dell’antipatia non è un’obiezione sensata al fatto che debba pilotare. Anche quel passeggero, però, potrebbe avere notato qualcosa o avuto un’intuizione e dovrebbe, nel caso, comunicarla al pilota. Tale idea andrebbe discussa, ma se reggesse andrebbe anche applicata, nonostante al passeggero manchi qualsiasi licenza. Sarebbe lo stesso pilota, se è un buon pilota, a dargli ragione. 

E questo non basta: un bravo pilota saprebbe calmare l’atmosfera, capire le preoccupazioni del passeggero, farsene carico e interpretarle. Così dovrebbe fare la comunità scientifica, la comunicazione istituzionale e, in fondo, anche tutti noi. I dubbi di chi esita davanti alla vaccinazione ci obbligano a migliorare e distendere l’atmosfera del dibattito pubblico, a diventare bravi comunicatori e a metterci in gioco con le nostre convinzioni e le nostre conoscenze. È un lavoro di tutti, e ne va della salute di tutti.