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Coronavirus, l’antidoto contro l’individualismo

Il coronavirus ci insegnerà che abbiamo bisogno degli altri più di ogni altra cosa

A firma di Benedetta Barone

 

Da quando il coronavirus è entrato nelle nostre vite, le misure precauzionali per evitare di diffondere il contagio sono state  graduali e sempre più restrittive. Se fino a tre settimane fa il fenomeno stuzzicava quasi un’isterica comicità e consentiva diffuse reazioni di opposizione, adesso negare non è più possibile.

L’emergenza esiste, esiste a tal punto che ieri sera il presidente del Consiglio Conte ha esortato tutti i cittadini italiani a restare a casa propria. Secondo il nuovo decreto varato dal governo, l’intera nazione diventerà zona protetta, un tentativo di imitare il modello cinese e ridurre così i contagi, che nella giornata del 9 marzo hanno raggiunto 1598 nuovi positivi solo in Lombardia.

I nuovi divieti allargano ed estremizzano ancora di più la condizione di fermo isolazionismo collettivo, già stato parzialmente proposto nelle settimane precedenti. Isolazionismo collettivo è un’espressione che richiama all’ossimoro. Bisogna restare soli, ma tutti insieme. È evidente che nessuno ha intenzione di minimizzare la situazione attuale, né contrastare le norme in vigore. Immagino sia un dato di fatto che si tratta di soluzioni trovate a malincuore, vista l’economia nazionale allo sbaraglio e i sistemi sanitari praticamente al collasso.

Tuttavia, sebbene è importante ricordare quanto sia essenziale restare a casa in un momento come questo, alcune riflessioni di carattere più ampio possono servirci da monito per evitare di scadere nel rimbambimento da individualismo forzato.

Infatti, se da una parte limitare il più possibile i contatti umani servirà ad arginare il virus, dall’altra parte rischiamo di confermare una narrazione ormai tristemente popolare, secondo cui l’altro, inteso come “l’altro da me” è un nemico o più genericamente un intralcio.

Esattamente come in altre epoche diverse dalla nostra, in cui il contagio dalla malattia è previsto tramite una vicinanza più o meno approssimativa tra gruppi di persone, la deriva psicologica rischia di condurci in un iperuranio distopico, sempre più alienante, in cui l’incontro con i nostri simili sarà oggetto di una fobia strisciante e progressiva.

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Rispetto al passato possiamo mantenere una fitta rete di relazioni restandocene comodamente seduti sul divano. Attraverso Skype, Facetime, Whatsapp, Instagram siamo connessi in tempo reale anche se non siamo fisicamente insieme. La tecnologia rappresenta senz’altro un solido antidoto per la sensazione di esclusione ed emarginazione sociale che una quarantena potrebbe altrimenti imporre.

Ma che cosa succede quando scendiamo per la strada e affrontiamo il mondo sudicio, sporco, potenzialmente pericoloso e le persone in carne ed ossa?

Il coronavirus ha già sufficientemente avvelenato gli animi, e dappertutto ci si scansa con un’espressione di fastidio mista al timore reverenziale. Ogni occasione di socialità è stata sospesa. Le occhiate che tiriamo al nostro vicino in metropolitana o in fila alla cassa del supermercato sono tutte tese alla diffidenza, al sospetto. L’obbligo ministeriale che impone di rispettare il metro di distanza gli uni dagli altri funziona già come un auto impulso, un tic preventivo, un gesto assimilato.

Allo stesso modo in cui si diffondono messaggi di unione e supporto, è partita contemporaneamente la caccia al nemico, prima con gli episodi di razzismo nei confronti della popolazione cinese, e adesso con la comprensibile psicosi da parte degli abitanti delle città del Sud, che minacciano di denunciare alle autorità chiunque provenga dalle zone rosse e non lo dichiari agli organi competenti. Seppur totalmente giustificato, il clima che si respira non è buono. L’astio e l’intolleranza raschiano sul fondo del barile e quando la parabola del contagio comincerà a decrescere, una pistola già carica sparerà i suoi colpi, saturata da mesi di allenamento alla mal sopportazione reciproca.

Del resto, se questa graduale e necessaria rinuncia a ogni forma di raduno dovesse diventare un’abitudine, l’iper digitalizzazione a cui siamo esposti ci darebbe prontamente una mano. Da casa si può lavorare, si possono guardare i film, possiamo aggiornare ininterrottamente gli altri delle nostre attività.

A rimetterci sarebbero solo ed esclusivamente le relazioni umane.

Ecco perché dobbiamo tenere presente, ora più che mai, che abbiamo bisogno l’uno dell’altro. Abbiamo bisogno di trovarci, toccarci e baciarci. Abbiamo bisogno di riempire le aule universitarie, i treni, le sale dei cinema, il soggiorno di un amico, i tavolini di un bar. Anche quando esige sospensione e contemplazione, soste e pigrizie, la vita, per sussistere, necessita di condivisione e alleanze. E quelle virtuali non sono che la loro bozza scolorita. Ricordiamocelo, quando tutto questo sarà finito.