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Cosa è successo al vertice per i migranti? – pillole da Bruxelles

Domenica 24 giugno si è tenuto a Bruxelles un mini-vertice tra paesi membri dell’Unione Europea per affrontare il tanto discusso tema dei migranti.

Dopo lo scempio del caso Aquarius, di cui si è macchiato il neo-governo italiano a neanche un mese dalla sua nascita, le forze del nostro paese più chiuse e radicali sul tema dell’accoglienza hanno accolto con una grande esultanza l’invito del Presidente della Commissione Europea Juncker a effettuare questo incontro in vista del prossimo Consiglio Europeo del 28 giugno.

Certo, in assenza dei Mondiali per qualcosa bisognerà pur esultare; peccato che è stata una magra, magrissima consolazione per chi si aspettava la svolta con questo summit. Alla fine si è concluso in un nulla di fatto, l’ennesimo contentino meramente formale dato agli italiani (tonti che esultano), senza affrontare davvero il problema.

Al tavolo di Bruxelles si sono seduti i leader di sedici paesi: Italia, Belgio, Olanda, Grecia, Spagna, Malta, Germania, Francia, Bulgaria, Austria, Croazia, Slovenia, Danimarca, Finlandia, Svezia e Lussemburgo.

L’Italia si era presentata all’incontro con un programma in dieci punti in cui si proponevano modifiche del regolamento di Dublino, che impone la clausola del primo porto sicuro, e approdare a un nuovo principio secondo cui chi sbarca in Italia, sbarca in Europa. Questo è un punto fondamentale perché oggi, un immigrato, consideriamo la migliore delle ipotesi, che abbia ottenuto lo status di rifugiato, non gode degli stessi diritti di un qualsiasi cittadino europeo: Schengen non vale per i rifugiati, i quali non hanno libertà di movimento indiscriminata in Europa, ma possono solo chiedere dei visti che durano sei mesi nei quali posso muoversi nei paesi membri ma solo per motivi oggettivamente evidenti. E allora è facile parlare d’integrazione, quando, però, poi, non ci sono i presupposti di fatto.

 

 

Le altre proposte del governo Conte prevedevano una responsabilità in mare diffusa, il rafforzamento delle frontiere esterne e dei rapporti tra l’UE e i paesi terzi, che potesse portare alla creazione di centri di protezione internazionale nei paesi di partenza e di transito.

Ed è proprio su questo punto che l’attrito tra l’Italia e l’asse franco-spagnolo non accenna a diminuire: Macron e Pedro Sanchez sono fermamente convinti della necessità di accogliere in Europa queste persone, mentre il nostro governo insiste categoricamente su un deciso “no”, su un “aiutiamoli al paese loro”.

 

Il clima tra i tre stati era molto teso già prima del vertice, e, ad acuire la crisi che si sta dipanando, concorre il caso della nave Lifeline di una ONG che si occupa di soccorsi nel Mar Mediterraneo. Mentre il Ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, segue la sua strategia del pugno duro, sul nostro paese piovono parole pesanti dai due capi di stato e di governo francese e spagnolo. Macron minimizza la crisi migratoria in Italia e insiste sull’opportunità di centri chiusi nei paesi di primo approdo e di sanzioni nei confronti dei paesi che si rifiutano di accogliere i migranti; Salvini dà dell’arrogante al presidente francese e chiede l’apertura dei porti d’oltralpe; Sanchez si schiera al fianco di Macron, accusando il governo italiano di far discorsi anti-europei soffiando sul vento della paura e dell’egoismo nazionale, colpa anche della mancata solidarietà europea negli anni precedenti.

Conte all’indomani del summit si dichiara soddisfatto di quanto realizzato a Bruxelles, vantando di essere riuscito a imprimere la giusta direzione sul tema in corso di dibattito.

 

 

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Il problema, però, è che ci sono solo parole che lasciano presagire una tiepidissima apertura dell’Europa verso il sostegno all’Italia: si parla di mere dichiarazioni, accordi sul da farsi a livello generale, ma il problema vero sarà come muoversi concretamente.

Il premier maltese, Joseph Muscat, al termine dell’incontro si è dichiarato molto positivo sull’accordo circa una direzione generale, affermando che l’obiettivo era creare i presupposti per un incontro più disteso al Consiglio del 28 giugno, e ponendo l’attenzione sull’assoluta necessità di interventi concreti e a breve tempo per evitare un’escalation.

Alexis Tsipras ha commentato le proposte italiane sostenendo che fossero già in discussione, ma fa notare, ed è la questione più delicata, che vi è un’alternativa da dover scegliere: adottare soluzioni europee o lasciare che ciascuno stato membro faccia da sé.

Il tasto dolente è proprio qui. La signora Merkel, pur dichiarandosi favorevole a un rafforzamento delle frontiere esterne e della responsabilità di ogni paese europeo, si è mostrata un scettica circa l’idoneità di soluzioni che coinvolgano tutti i paesi membri. Su questa scia si colloca anche il presidente francese.

Macron e Merkel ritengono che vi sia la possibilità di sviluppare strade alternative. Quali? Molto semplice, sviluppare politiche comuni che però coinvolgano solo alcuni paesi e di certo non è difficile intuire chi sarà parte di questo “club esclusivo” e chi sarà lasciato al palo. Cosa che del resto sta già accadendo: basti pensare che tra pochi giorni nove paesi europei firmeranno la creazione di una forza militare d’intervento, la cosiddetta European Intervention Initiative, e, guarda caso, l’Italia non è tra questi nove.

L’idea di Macron e della Merkel è di creare degli interventi sul tema dei migranti a intese rapide, ma solo tra alcuni stati. Nel frattempo il Ministro Salvini è atteso lunedì 25 giugno in Libia: che sia una mossa che possa anticipare una possibile esclusione del nostro paese? Sarà un mettere le mani avanti e, per una volta, agire d’astuzia e in tempo? Chissà, si spera.

Qualche nota positiva e concreta, però, c’è e merita di essere sottolineata.

Il Presidente del Consiglio italiano, Conte, e il Presidente della Repubblica francese, Macron.

A quanto pare, pur in assenza di un documento ufficiale, fonti del governo italiano annunciano che Conte avrebbe ottenuto un rifinanziamento per l’Emergency Trust Fund for Africa, un fondo per agevolare lo sviluppo di ventisei paesi africani partner, che nella bozza italiana, prevedrebbe nuovi fondi per 500 milioni di euro; si sarebbe progettata anche una seconda tranche da tre miliardi di euro per il Facility for refugees in Turkey, un fondo avviato nel 2015 per aiutare Instabul a far fronte alla crisi migratoria.

Inoltre, sarebbe stato riconosciuto un ruolo di leadership all’Italia sul dossier libico e confermato il sostegno europeo alla guardia costiera del Paese nordafricano e agli accordi con il governo di Tripoli.

I toni sono cambiati, forse. Un nulla di fatto è il risultato concreto ma, si sa, le dinamiche della soft policy non sono di certo rapide. Forse qualcosa si sta muovendo per far sì che l’Italia non sia più sola. Ma il nostro governo dovrà essere intelligente e coerente. Difficile credere in questa seconda linea, dato che le forze che compongono l’esecutivo italiano sostengono i vari Orban e alleati, che sono tra coloro che rifiutano categoricamente di ricevere migranti e che, in Ungheria, hanno da poco introdotto un reato costituzionale di accoglienza dei migranti.

Questo è un altro tema caldo. Nel Consiglio dei prossimi giorni si punterà allo smistamento immediato dei richiedenti asilo tra tutti i partner europei. Molto difficile discutere nel plenum dell’assemblea di queste quote di redistribuzione introdotte nel 2015 e nel 2016, ancor più difficile che vengano accolte dai paesi di Visegrad e dai paesi baltici.

Quel che è certo è che l’egoismo nazionale non porterà nessuno da nessuna parte; finché in Europa prevarranno gli interessi particolaristici degli stati membri non ci sarà benessere per nessuno. Forse si tratta solo di rivalutare il concetto di solidarietà: non è buonismo ma, come dice il sociologo Jürgen Habermas, la solidarietà è un atto politico ed è l’unico atto politico che può far crescere l’Unione Europea e i suoi stati membri.