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COVID-19 e inquinamento ambientale: esiste una correlazione?

In che modo la crisi ambientale può aver favorito la diffusione del virus?

Il SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale) insieme all’università degli studi Aldo Moro di Bari e l’università di Bologna, ha pubblicato un chiaro position paper in cui viene evidenziata la correlazione che c’è tra la diffusione rapida del corona virus e le zone più inquinate d’Italia.

In Pianura Padana il 2020 è iniziato con un’economia in continuo aumento e l’aria in diminuzione; si sono toccati dei picchi della quantità di PM10 nell’atmosfera che rendevano l’aria irrespirabile, sporca, inquinata. Un mese dopo piomba sull’Italia il corona virus, ovvero, sostengono economisti e politici, la più grande crisi sanitaria, e conseguentemente economica, dal dopoguerra. Ma perché proprio nella Pianura Padana arriva per primo il famigerato e temuto virus?
Si possono fare diverse ipotesi, ma il fenomeno è ancora troppo attuale per confermare delle teorie; di sicuro, però, ci sono dei fattori che incrementano la possibilità di contagio e di diffusione.

Il fatto che il particolato atmosferico possa trasportare i virus è un’ipotesi molto ben fondata e il particolato fine (tra questo il PM2.5) si deposita facilmente sui tessuti polmonari.

I polmoni di chi vive nello smog, come la maggior parte degli abitanti di regioni che sorgono nella Pianura Padana, sono più affaticati e sensibili di chi vive sulle coste del sud, quindi una normale influenza facilmente porta ad una patologia polmonare.

La goccioline d’acqua in uno starnuto di un contagiato sono molto più virulente e hanno una possibilità di contagio decisamente maggiore delle sostanze che il particolato trasporta, ma è probabile che la possibilità di contrarre le malattie virali aumenti proporzionalmente all’inquinamento. Inoltre le regioni più inquinate tendenzialmente sono anche quelle più abitate e quindi è naturale che la possibilità di incontrare persone contagiate sia maggiore.

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GraficoNel grafico si vede che l’aumento dei casi è più alto nelle regioni del nord che sono notoriamente più inquinate, però non si può ancora affermare che ci sia una correlazione diretta perché il contagio dipende da molti fattori come i movimenti di ogni singolo cittadino, essere asintomatici o credere di avere solo i sintomi influenzali tipici di una qualunque influenza invernale e invece contagiare inconsciamente altre persone, soprattutto quando non c’erano ancora limitazioni negli spostamenti e la quarantena non era entrata in vigore.

La regione Lombardia è stata la prima ed è stata colta di sorpresa: nel giro di pochi giorni sono state prese delle decisioni e delle misure per arginare i contagi, ma essendo stati i primi sotto attacco, i meccanismi per contenere il contagio dovevano essere collaudati.

Ora, dopo un mese che i primi pazienti sono stati infettati, le regioni sanno come muoversi e cosa fare per limitare al minimo i contagi.

Dunque, rimane aperta la domanda se l’inquinamento influisca decisivamente sulla diffusione del virus; ciò che è certo è che indebolisca le difese immunitarie e i tessuti polmonari.

Con questa pandemia mondiale gli umani si sono fermati e la Terra ha rincominciato a respirare, a vivere di nuovo, sta ristabilendo il suo equilibrio in un mondo che è ormai in una crisi di stress fisico e mentale. È arrivato un messaggio sul telefono di tutti i cittadini: fermatevi perché non si può essere sani in un ecosistema malato. Bisogna guarire e si deve partire dalle fondamenta.

fonte Position Paper SIMA