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Crisi politica: la scelta di Mattarella e il toto nomi

La difficoltà di trovare un Presidente del Consiglio

Chi pensava che i tempi bui e di crisi politica fossero solo un lontano ricordo del 2013, si sbagliava alla grande.

Dopo una legislatura complessa, iniziata all’indomani di un governo tecnico (Governo Monti) e frammentata in ben tre diversi governi (Governo Letta, Governo Renzi e, infine, Governo Gentiloni), gli italiani sono tornati al voto il 4 marzo e ciò che ne è derivato è tutt’altro che semplice, una vera e propria crisi politica.

 

I risultati delle elezioni erano poco incoraggianti fin dall’inizio: 36% di voti per la coalizione del Centro Destra, 32% per il Movimento 5 Stelle e un misero 19% per il Partito Democratico. Uno scenario piuttosto lugubre, considerando che la soglia per una maggioranza relativamente stabile è al 40%

Dopo tre giri di consultazioni, un lavoro costante e faticoso da parte del Quirinale, veti e tattiche di partito, si è giunti alla resa del Capo dello Stato che il 7 maggio (a più di due mesi dal voto) ha dichiarato l’impossibilità di formare un governo politico.

Il Presidente Mattarella, con la sua calma tranquillizzante che cela uno scenario di crisi, ha riportato alla luce i tentativi fatti in questi due mesi. Nessun esito favorevole per i tentativi di mettere insieme un governo tra M5S e CDX, niente da fare neanche tra M5S e CSN, caduti nel vuoto i tentativi di trovare un’intesa tra CDX e CSN.

Tutte queste indisponibilità, i veti posti da una parte e dall’altra e le chiusure inconciliabili hanno mostrato l’impossibilità di formare un governo dai connotati politici.

I partiti hanno chiesto tempo per raggiungere intese, ma ora non si può più aspettare.

Il Presidente della Repubblica auspica ad un governo neutrale, non politico, che porti avanti gli impegni in campo internazionale e di politica interna; questo governo neutrale, secondo il Presidente, potrà aiutare le forze politiche a trovare un’intesa sulla quale costruire un governo politico, come è auspicabile.

Mattarella ha formulato una richiesta ai partiti, invocando la loro responsabilità nei confronti del nostro paese: acconsentano tramite il voto di fiducia alla nascita di un governo neutrale che possa governare l’Italia, un governo di servizio, per così dire.

Qualora durante la legislatura si formi una maggioranza politica, questo governo si dimetterà immediatamente; invece, nel caso in cui i partiti politici continuino in questa “corsa allo sfascio”, il governo guiderà le sorti nazionali fino a dicembre, per poi andare a nuove elezioni.

Sarà un governo di garanzia, per questo i suoi membri non dovranno candidarsi alle prossime elezioni, quando saranno.

L’ipotesi alternativa è indire nuove elezioni subito, il prima possibile. La prima data utile sarebbe oltre la metà di luglio, una scelta che non è mai stata fatta nel nostro Paese, perché si sa, l’estate di certo non favorisce la partecipazione politica degli elettori, partecipazione già piuttosto vacillante. Si arriverebbe, quindi, all’inizio dell’autunno per nuove elezioni; ma nel frattempo? E soprattutto, la preoccupazione del Presidente della Repubblica è che non vi sarebbe, dopo il voto, il tempo per approvare la manovra finanziaria e il bilancio per il prossimo anno, provocando, così, l’aumento dell’IVA e disastrosi effetti depressivi in campo economico.

Più si aprono scenari alternativi e più sembra un’apocalisse.

Del resto, tornare alle urne oggi, come mostrano i sondaggi, non determinerebbe risultati diversi da quelli del 4 marzo, anzi, aumenterebbe la tensione tra forze politiche, rendendo ancora più difficili eventuali intese; inoltre questo scenario apre le porte ad una violazione delle dinamiche democratiche: sarebbe, infatti, la prima volta che il voto del popolo non produce effetti di sorta; la prima volta che una legislatura muore senza neanche essere nata.

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Una situazione kafkiana eh? Chi compativa Napolitano per il ruolo ingrato che ha dovuto giocare, cosa penserà del povero Mattarella? Come quel ragazzo di Torino, che ha scritto una lettera aperta al Capo dello Stato per esprimergli la propria solidarietà. Beh, ha anche la mia: fare il maestro d’asilo con forze politiche egoiste e incompetenti non deve essere facile.

Scusate il cinismo.

Il Presidente della Repubblica ha dato tutto in mano ai partiti, li ha posti dinanzi a tre opzioni:

  • Dare pienezza di funzioni a un governo che sia in carica fino a che, fra le forze politiche, non si sia creata un’intesa e comunque non oltre la fine dell’anno;
  • Elezioni subito, a luglio;
  • Elezioni in autunno.

Il ruolo del Presidente della Repubblica è un ruolo difficile, tanto più il suo intervento è dirimente tanto maggiore è la crisi in cui si trova l’ordinamento: è la regola costituzionale che regge i suoi compiti. E poche volte come oggi la situazione è nelle sue mani.

Il Capo dello Stato costituzionalmente non ha responsabilità politica diretta nei confronti del corpo elettorale, non essendo eletto direttamente da quest’ultimo. Per questo Mattarella ha rimesso tutto alle decisioni dei politici, loro si che hanno responsabilità politica diretta nei confronti di chi li ha votati, per questo spetta a loro decidere; se la legislatura fallirà e si tornerà al voto, deve essere per mano (o colpa) dei partiti.

Consentitemi un piccolo parere personale, Mattarella ha agito con cognizione di causa, con grande rispetto per il proprio ruolo, per il voto dei cittadini e nell’interesse del paese.

Consapevoli che la comunità internazionale e l’Unione Europea non aspettano i comodi dell’Italia, consapevoli che il mondo dell’economia sfreccia a velocità sonica, consapevoli di aver già perso notevoli occasioni (l’asse franco – tedesco ne è solo un esempio, la questione dei dazi americani, gli scenari geopolitici che incombono), consapevoli di aver perso già abbastanza tempo, è ora di dare un governo alla nostra Nazione.

Ovviamente le forze politiche, investite di questa responsabilità si sono già mostrate non in grado a un tale compito. Dal M5S alla coalizione di centro destra, hanno duramente criticato l’auspicio del Capo dello Stato e hanno chiesto elezioni immediate. Altri soldi spesi, altre elezioni inutili.

L’unico favorevole a un governo neutrale è il PD.

Già è incorso il toto nomi per il nuovo premier. La volontà di Mattarella è creare un governo europeista, connotato da notevoli competenze economiche e un governo al femminile. Sì, si ipotizza che il nuovo premier sia una lei. Un passo in avanti per il nostro paese ancora troppo maschilista, ma un passo in avanti forzato.

Elisabetta Belloni e Marta Cartabia sono in pole position per l’incarico. Elisabetta, 60 anni, è la prima donna segretario generale della Farnesina, nominata da Paolo Gentiloni, e docente di cooperazione allo sviluppo alla Luiss di Roma. La Belloni è un nome bipartisan gradito anche al M5s, al punto che persino Luigi Di Maio pensava di arruolarla nella sua squadra di ministri di un eventuale governo pentastellato.

Elisabetta Belloni

Marta Cartabia, 54 anni, vicepresidente della Corte Costituzionale (la più giovane in questo ruolo), nominata alla Consulta da Giorgio Napolitano nel 2014. Profilo giuridico di altissimo rilievo.

Profilo economico in grado di dare garanzie in chiave europea invece, per Lucrezia Reichlin, 63 anni, economista in ottimi rapporti con Mattarella.

Tra gli uomini spuntano, invece, Carlo Cottarelli, 64 anni, già commissario alla spending review a Palazzo Chigi, Salvatore Rossi, 69 anni, direttore Generale della Banca d’Italia dal 2013. Molto accreditato continua ad essere anche il nome del presidente del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno. Poi si parla anche di Giampiero Massolo, ambasciatore di lungo corso con grandi conoscenze internazionali e di Enzo Moavero Milanese, ex ministro del governo Letta ed esperto dei meccanismi dell’Unione europea. E, infine, sempre in primo piano vi è la figura di Sabino Cassese, 82 anni, ex giudice della Corte costituzionale, autore negli anni ’90 di una semplificazione della pubblica amministrazione. Un altro luminare del diritto.

Si punta a una figura neutrale, non ascrivibile a nessun partito. Una figura che abbia autorità e competenze tali per far uscire l’Italia dalla stasi in cui è caduta.