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Dio non esiste ma tutti dovremmo credere il contrario

Scientificamente impossibile è ritenere lo scibile frutto di un disegno prestabilito, trascendentale, creato secondo schema precostituito, da una mente sovrannaturale. Il sapere appreso dall’uomo ha basi razionali, fondato su leggi che ne regolano il funzionamento. Come può l’ordine del cosmo, l’equilibro, trovare il proprio artefice in Dio, entità esterna la cui esistenza si presenta priva di verificabilità e veridicità?

Non avverrà giudizio universale, né verremo convocati di fronte a nessun dio, né si distinguerà l’umanità in angeli e diavoli: gli uomini sono peccatori. Non occorre nessun uomo divinizzato per affermarlo. L’uomo non può essere unicamente vittima: si è vittime e carnefici al contempo. Per salvarsi non si può essere carnefici, eppure l’uomo deve farlo, deve redimersi, altrimenti la condanna sarà la fine. Credere infatti fermamente alla non esistenza di Dio significa porre fine a possibilità future di miglioramento, alla speranza che tutto questo un giorno cessi di essere tale.

Che follia, l’uomo creatore di se stesso, l’apice dell’esistenza, l’essere più potente con la mente più caparbia. Quale suicidio rovesciare il potere interamente nelle mani dell’uomo. Mani di peccatore, mani corrotte, impure, che non saprebbero dosarlo, né dividerlo. E l’uomo ne abuserebbe. Con le mani a coppa, per evitare che tale bene prezioso possa cadere e andare sprecato, le avvicinerebbe al viso, e avido ne berrebbe divenendo ubriaco, ebbro di potere. Uno spettacolo apocalittico, giungerebbe la fine.

Chi ha in mano il potere vorrebbe sempre possedere qualche cosa in più: più controllo, più dominio, più regole da imporre, più libertà per agire, più limitazioni da imporre; più meriti. Se Dio si dovesse eliminare, se quel granello di umiltà ancora presente nell’uomo cessasse di esistere, che ne sarebbe della possibilità di redenzione? Oggigiorno nessuno ha la facoltà di redimere il corpo: non chi comanda lo Stato, non chi guarda le proprie tasche. Almeno l’anima può ancora essere salvata.

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Sebbene si parli di Dio, il concetto affrontato in queste righe non vuole riguardare una nuova religiosità, bensì una spiritualità rinata. Non l’aspetto superficiale della religione, composto da riti e scritture e banali comportamenti da adottare, non quello creato dall’uomo; bensì la fede rinnovata in esso stesso. Rinunciare a Dio è rinunciare al cosiddetto destino, all’avvenire; e nella corruttibilità e degrado in cui versa la realtà, nessuno se lo può permettere. “Nietzsche ha ammazzato Dio, proiezione divinizzata di caratteri umani perfetti, professando la nascita del superuomo come unica via per superare e sopravvivere all’amara scoperta che Dio non esiste”, citando Oriana Fallaci.

Ebbene, non un singolo individuo sulla Terra possiede forza a sufficienza da non doversi rivolgere al divino, per riuscire a vivere unicamente sul piano orizzontale senza mai sfuggire con la mente, e non poter fare affidamento su nessun altro se non se stesso. Occorrerebbe tale forza e fermezza d’animo, un uomo retto contro uomini a lui opposti, incattiviti, malintenzionati e in cerca di benefici e convenienza. Dio è essenziale, imprescindibile, fondamentale al superamento della realtà tremenda, per non perire sotto molteplici accuse a cui veniamo additati e che noi, a nostra volta, rilanciamo, gli uni contro gli altri, ognuno incapace di assumere le proprie responsabilità in un eterno ciclo. Come bambini capricciosi che dopo una marachella esitano a palesarsi colpevoli di fronte agli adulti incolpandosi a vicenda.

La religione è follia, tuttavia la componente di spiritualità è l’unica cosa che rimane. Uccidere Dio equivale a uccidere quel granello di umanità che ancora resiste nella parola ‘uomo’. Uccidere Dio significa uccidere l’uomo stesso, lasciandolo come macchina capace di eseguire un solo processo, lasciandolo come vuoto da riempire esclusivamente con realismo e materialismo. “Facts alone are wanted in life. Plant nothing else, and root out everything else. You can only form the minds of reasoning animals upon Facts: nothing else will ever be of any service to them. Stick to Facts Sir!” – Charles Dickens, Hard Times.

Affinché l’uomo non sia miserabile, affinché evada le condizioni di violenza e interesse personale a lui appartenenti occorre avere fede in qualcosa per non finire in croce, Cristo altro non è che allegoria della fine cui l’uomo è destinato se continuerà a cedere la propria anima in cambio di quattro soldi e finto riconoscimento. La religione è l’oppio dei popoli, disse Marx, e aveva ragione, non possiamo farne a meno. Ne vogliamo sempre di più, ne inventiamo di nuove, rinneghiamo quelle esistenti, ammazziamo per la religione. Il termine viene spesso citato a sproposito, come giustificazione, strumento di consenso, di propaganda, di fronte unito contro un nemico comune, dimenticando tuttavia che l’uomo necessita una guida fittizia, spiritualità per non soccombere tra le infamie di altri uomini. Avere fede in una svolta della realtà corrente -chiamandolo Dio, destino o ancora fortuna- che chissà non avverrà mai, o peggiorerà.

Eppure se si smettesse di credere sarebbe la fine, e per molti è già giunta.