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Due Italie, due Repubbliche?

Cos'è cambiato dal 1992?

29 Dec 1971, Rome, Italy --- Senators and Deputies fill the flag-draped Chamber of Deputies to witness President Giovanni Leone (standing at second highest row of desks facing deputies) take the oath of office. --- Image by © Bettmann/CORBIS

Spesso mi sono trovato a discutere con alcuni miei coetanei sulla trasformazione che ha interessato la politica italiana ormai quasi da un trentennio, sulla dissoluzione dei grandi partiti di massa, sulla scomparsa delle ideologie, sulle nuove generazioni di politici in erba e che pure guadagnano consenso e sul ruolo degli intellettuali nella politica contemporanea. Ci chiedevamo perché le cose fossero cambiate, come funzionassero prima e soprattutto perché oggi alcuni rimpiangano la cosiddetta “Prima Repubblica”.

Ciò mi ha indotto a una riflessione sulla quale anche noi giovani, che quell’epoca non l’abbiamo vissuta, dovremmo a mio avviso soffermarci, soprattutto per capire meglio l’enorme trasformazione che l’Italia ha subito a partire dal 1992. Ma prima di parlarne occorre fare un passo indietro.

Un po’ di storia

Dal dopoguerra il nostro Paese si è inserito in modo speciale all’interno dello scacchiere internazionale: la Democrazia Cristiana, partito di governo assieme agli alleati, assicurava sì l’adesione italiana alla NATO e quindi una precisa posizione nel contesto della guerra fredda. Esisteva però in Italia il più grande partito comunista dell’Europa occidentale (il Pci), rimasto famoso anche come partito d’opposizione “storica” alla Dc, ma forse non tutti sanno che fu anche partito di governo tra il 1945-47 e, in maniera diversa, tra il 1976-78. Due partiti di diversa ispirazione: cattolica e comunista, le due maggiori e più diverse anime della stessa nazione.

Ideologie

Ho portato l’esempio dei due partiti maggiori del dopoguerra per dimostrare che ciò che animava il dibattito politico, a volte anche la lotta, pur legato al contingente, poteva sempre essere ricondotto a un’ideologia, a un credo, a un’ideale.
I dirigenti dei partiti contavano, ma nel complesso erano solo i partiti a essere in grado, con la loro capillare diffusione sul territorio, di mobilitare le masse. I partiti quindi si assumevano il compito di rappresentare nelle istituzioni fasce sociali anche molto diverse, ma che tutte si riconoscevano nell’ideologia alla base del movimento.

Di che mezzi si servivano per formare le masse? Fondamentali per essi erano: la stampa, che non significa solo giornali ma anche le varie riviste con gli approfondimenti di dottrina politica e cultura, e i circoli locali, che organizzavano iniziative sociali, culturali (conferenze, dibattiti, etc.) e ricreative, per fare in modo che la militanza politica fosse vissuta in ogni forma della vita civile e che il partito fungesse da elemento di aggregazione.

L’Italia della “Prima Repubblica”

Lo scorso anno sono stati pubblicati i “Diari segreti” di Giulio Andreotti, il politico più longevo, discusso e chiacchierato dell’intera storia repubblicana. Essi abbracciano il decennio 1979-1989.
Sarebbe troppo lungo soffermarsi anche solo su quel periodo, né è il caso di lanciarsi in sperticati elogi di un idealizzato sistema politico che ha anche avuto le sue grevi ombre e i suoi “cadaveri eccellenti”, si pensi alla loggia P2 di Licio Gelli, alle “infiltrazioni” di varia natura, al terrorismo, all’omicidio Pecorelli e al caso Moro. Era la famosa Italia “dei misteri” che ancora ci portiamo dietro, almeno in parte. Quei diari però testimoniano anche un’Italia più forte di oggi, sia economicamente, sia sul piano internazionale: era una delle prime “Grandi potenze” industriali del mondo, ma quello che impressiona di più è il ruolo decisivo che lo Stato italiano giocava in politica estera.

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Forte anche della collaborazione della Santa Sede, organizzazione che più “universale” non si potrebbe, l’Italia si mosse con buoni risultati di per la pacificazione del Medio Oriente, per la risoluzione dei problemi del Libano e cercò un equilibrio con il Nordafrica.

Era anche un interlocutore ascoltato con rispetto in Europa e spesso un mediatore autorevole.

1992, l’anno peggiore per la Repubblica dopo il ‘78

È l’inizio della fine, l’anno del processo al sistema, l’anno delle stragi di mafia: a maggio è ucciso Falcone, a luglio tocca a Borsellino. Lo Stato è scosso anche per Mani Pulite, detta anche “tangentopoli”, la serie di maxi-inchieste che portò alla fine traumatica di un sistema che durava da quasi 50 anni. Piovevano avvisi di garanzia a tutte le ore del giorno a ministri, deputati e funzionari di partito. Le accuse? Molte, ma soprattutto di corruzione (tangenti, appalti truccati, etc.) e finanziamenti illeciti ai partiti. Chi dei nostri genitori non ricorda le celebri parole che Bettino Craxi, ex segretario del Partito socialista ed ex presidente del Consiglio, rivolse al sostituto procuratore Antonio Di Pietro al processo Enimont del 1993:

“[…] da decenni il sistema politico aveva una parte, non tutto, una parte del suo finanziamento, che era di natura irregolare o illegale; e non lo vedeva solo chi non lo voleva vedere e non ne era consapevole solo chi girava la testa dall’altra parte”? Anche in questo caso i fiumi di inchiostro si potrebbero sprecare, ma forse il momento di storicizzare del tutto Mani Pulite e capirne i retroscena non è ancora maturo.

La “Seconda Repubblica” e la fine delle ideologie

La politica italiana è stata traghettata in un sistema profondamente trasformato, che ha preso il nome di “Seconda Repubblica”, nel quale non contano tanto le idee, quanto il carisma e la personalità di un leader, queste sono le maggiori varianti del consenso. Di classi sociali poi non si sente pressoché più parlare. Una società liquida, una politica molto meno ingessata, questo è ciò che oggi osserviamo.

Le ideologie sono sparite, ufficialmente perché il muro di Berlino è caduto, ma ciò basta come spiegazione? Io direi che è venuto meno il rapporto tra politica e intellettuali, che un tempo si sentivano testimoni importanti e classe autorevole che aveva il dovere di dirigere la società e di cercare la Verità. Sono venuti meno i grandi pensatori, teorici e sostenitori di una forza politica o di un sistema alternativo all’attuale. Si tratta di quella che Antonio Gramsci chiamava “egemonia culturale”, cioè il rapporto intellettuali-popolo al quale gli intellettuali di oggi hanno rinunciato.

Alla luce di ciò, possiamo dire che non c’è un gruppo intellettuale che proponga un sistema diverso da quello nel quale viviamo, finendo solo per confermare il gruppo di potere che oggi opera, quello della grande economia e della grande impresa. Non è un caso che oggi, a differenza di un tempo, sia la figura del grande imprenditore ad avere un vero spessore politico e non più quella dell’intellettuale.