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E la chiamano estate

Un'estate italiana ai tempi del coronavirus

Una leggera sfumatura di irrealtà aleggia nell’aria dell’estate italiana. La tanto agognata normalità è tutto fuorché normale. Lasciate ogni speranza o voi che uscite.

L’estate: la stagione del gran caldo, delle vacanze, sinonimo di libertà e spensieratezza tanto da essere considerata da i più come uno stato d’animo. Oggi viviamo l’estate attraverso una prigione invisibile. Lo sguardo attento al dettaglio mentre scruta ogni passante si nasconde sotto gli occhiali da sole, mentre la bocca imprecante verso l’irrispettoso delle regole si cela dietro la mascherina.

Sono passati giorni, mesi ed il virus è cambiato e si evoluto insieme a noi. Non miete più vittime come un incendio in un campo di grano, ma è presente, con azzardo direi onnipresente. Non separa più le persone mediante il famigerato distanziamento sociale, in questa fase l’ideologia e lo stile di vita sono motivo di allontanamento nei rapporti sociali.

Ognuno di noi si approccia alla convivenza con il virus in maniera differente. Chi inneggia al consumismo per favorire una ripresa economica e per alleviare la pesantezza d’animo, e chi cautamente studia ogni situazione evitando di muovere passi falsi. Il tessuto sociale italiano è composto da due anime opposte come lo Yin e lo Yang, che convivono nella stessa cupa situazione, interdipendenti come lo sono il giorno e la notte. Certo è che la tentazione di comportarsi come prima, se non peggio di prima, accomuna tutti.

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Le oscillazioni da un lassismo via via maggiore ad una ripresa del contagio in autunno non rappresentano una bussola sicura, ci troviamo disorientati nel mezzo del viaggio a braccetto con il virus. Mentre lo stato di incertezza si acuisce, siamo in bilico tra la speranza e la paura, tra la voglia di vivere e l’istinto primario di sopravvivere.

Malgrado si inizi a respirare, bisogna lottare contro un magnete emozionale oltremodo potente: la paura. Proprio ora che siamo diventati tutti più viziati dalle possibilità che ci offre la nostra epoca, i numerosi viaggi, gli incontri a portata di mano, le contaminazioni culturali.

Se è vero che non tutti i mali vengono per nuocere e che ogni crisi nasconde un’opportunità, bisogna iniziare a correre e tornare ad inseguire i sogni. Una nota positiva che deriva da questa crisi epocale si può già scorgere, una variabile che soleva mancare sempre ci è appena stata restituita: il tempo.

Troppo spesso siamo rimasti incatenati alla frase “Non ho tempo”, condotti in un mondo dove tutto veniva usufruito ricorrendo al paradigma della brevità, dove persino l’attesa di 9 minuti alla fermata dell’autobus sembrava un’eternità, e abbiamo sacrificato la qualità in favore della quantità. Allora resta da chiedersi se il rapporto con le lancette del tempo sia cambiato in modo definitivo o se la frase “Sbrigati è tardi” tornerà ad essere il motto del mattino.

I mesi passati sembrano una distesa uniforme, il presente è disorientante e il futuro non ha una netta precisione di contorni. I più pessimistici disegnano scenari distopici, gli ottimisti compiono un atto fideistico. Sorge spontaneo ricordare che il ritorno alla vita implica il desiderio di affermarsi, la rinascita è ambizione.                                                                                  Chissà cosa accadrà in autunno, chissà quando finirà. Dopo la calda e turbolenta estate, speriamo solo di non arrivare a constatare “Tanto tuonò che piovve”.