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È umano confinare i migranti su un’isola?

Un agghiacciante provvedimento nella civilissima Danimarca

Seduta delicatamente sul suo scoglio di Copenaghen, rivolta verso il mare, accoglie turisti e viaggiatori, simbolo dell’anima gentile della città che la ospita. Ma all’ombra della sirenetta, la caratteristica statua della capitale, si nasconde il lato oscuro della Danimarca. Già finita in passato nell’occhio del ciclone per la sua volontà di diventare il primo Paese “down free”, è oggi al centro delle polemiche per la gestione dei migranti

Dai Paesi del nord, spesso associati a modernità e progresso, da qualche anno soffia un forte vento di destra. Questa tendenza rischia di diventare una vera e propria spina nel fianco per l’Europa. Ad impensierire l’Ue non solo l’antieuropeismo della Dansk Folkeparti, il partito popolare danese ed alleato di governo del partito liberale, ma soprattutto la dura politica attuata sui migranti. L’ultima surreale proposta del governo per risolvere la crisi migratoria è quella di confinare una parte di rifugiati su un’isola, più precisamente l’isola di Lindholm.

Situata in mezzo al mar Baltico, ad oltre 100 chilometri dalla capitale Copenaghen, è stata fino ad oggi sede di ricerca su animali infetti e sulle relative malattie, tra le quali rabbia canina e peste suina. L’isola diventerebbe una vera e proprio prigione a cielo aperto. “Gli ospiti” saranno continuamente sorvegliati dalla polizia e con il divieto di allontanarsi, se non attraverso permessi speciali. Avranno comunque l’obbligo di rientro in serata. Naturalmente con le spese del viaggio a proprio carico. Per di più l’azienda di trasporto che si occupa dei viaggi tra l’isola e la terraferma ha appena annunciato un aumento del costo del biglietto. Tuttavia il provvedimento sarebbe indirizzato solo ad una minima parte dei migranti presenti nel Paese. Sarebbero infatti colpiti solo coloro con reati alle spalle, indipendentemente dal fatto che abbiano già scontato la pena o meno.

La disumanità di questo provvedimento incontra paradossalmente un parziale assenso anche dalle associazioni umanitarie locali. L’Amnesty danese, nel giustificare l’azione del governo, tende a sottolineare i ‘bersagli’, ovvero i pregiudicati. L’intenzione, secondo le parole del ministro dell’immigrazione e dell’integrazione Inger Stojberg, è quella di rendere appositamente invivibili le condizioni di vita dei migranti, affinché essi possano lasciare il Paese volontariamente. Infatti la convenzione di Ginevra vieta espressamente agli Stati di espellere rifugiati se rischiano la morte o l’imprigionamento nei paesi di loro provenienza. Così la Danimarca si trova “costretta” ad aggirare in qualche modo le regole. Il progetto prevede uno stanziamento di oltre 100 milioni per adeguare le strutture presenti sull’isola. La legge non entrerà però davvero in vigore prima del 2021. Qualcuno infatti la considera una mera azione propagandistica in vista delle prossime elezioni europee.

Qualora però il progetto arrivasse fino al compimento, saremmo di fronte ad una vera e propria violazione dei diritti umani. E non sarebbe la prima, né a quanto pare l’ultima trovata del governo danese. Già nel 2016 si era reso famoso per una particolare tassa rivolta solamente ai migranti, con la confisca di beni per oltre 1000 euro pro capite. In estate è stato inoltre approvata una norma che prevede il divieto del burqa. Tra le future azioni della ministra Stojberg sembra ci sia quella di obbligare i richiedenti asilo a stringere la mano ai funzionari pubblici per poter ricevere il permesso di soggiorno. Ciò crea problemi ai musulmani, ai quali è vietato stringere la mano alle donne.

Proprio lassù dunque, tra i paradisiaci Paesi nordici, dove idilliaci paesaggi naturali si mescolano ad un grande senso civico della cittadinanza, si nasconde però un lato oscuro. Una delle nazioni considerata tra le più civili d’Europa mostra così i propri punti deboli, reagendo in modo disumano alla questione migratoria, ormai sempre più al centro del dibattito globale. Di fronte a queste scellerate azioni, riappaiono le ombre di un passato neanche tanto lontano. Forse ce ne siamo già dimenticati o più semplicemente non vogliamo ricordarcelo. Ma come dicono i saggi “perdere il passato, significa perdere il futuro”.