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Geopolitica del COVID-19 spiegata facile

Il coronavirus non ha fermato le dinamiche geopolitiche, anzi. Il COVID può diventare un pretesto per provocare, un mezzo di propaganda, un asso nella manica per la campagna elettorale, una giustificazione per politiche illiberali.

Il mondo è paralizzato dall’emergenza pandemia, o quasi. Continuano, sebbene a bassa intensità, le tensioni di politica internazionale. Senza considerare le ripercussioni economiche del virus e le campagne elettorali in atto.

Ha ragione Ugo Tramballi, consulente dell’ISPI, a scrivere che «Essendo apolitico, il virus ha una potenzialità geopolitica oltre le ideologie degli uomini. È pericoloso per le dittature e le democrazie».

In che modo dunque il coronavirus influenza, o addirittura ridisegna, la geopolitica? Scopriamolo con un breve giro del mondo.

 

CINA

La Repubblica popolare è un po’ il colpevole numero uno di questa situazione. È ormai noto come il primo focolaio sia stata la provincia dell’Hubei con epicentro la metropoli di Wuhan. Il vero problema, però, è stato l’atteggiamento cinese – per alcuni versi simile alla gestione della crisi sovietica di Chernobyl – nell’affrontare l’emergenza. Poca tempestività nel dare l’allarme e una scarsa trasparenza nel fornire i dati reali di contagio e decessi. Una mossa di propaganda, certo, che rischia però di costare molto cara sul piano dell’affidabilità internazionale.

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Wuhan deserta durante il lockdown (fonte: Bangkok Post)

Pechino deve sfruttare al meglio l’occasione di essere il primo Paese ad aver superato la crisi pandemica e può riguadagnare terreno e fiducia sul grande rivale statunitense. In quest’ottica si spiegano gli aiuti dispensati a molti Paesi della zona Euro – Italia in primis. Dopo gli accordi sulla Belt and Road Initiative, la crisi della UE può diventare un vantaggio non da poco per l’espansione dell’egemonia cinese in Europa.

Inoltre, Xi Jinping deve rimettere subito in moto la gigantesca macchina economica, per riprendere l’inseguimento del PIL statunitense. Le stime parlano di una contrazione che limita il tasso di crescita cinese al 1,2% nel 2020 (-6,8% rispetto alle previsioni). Si tratta di recessione per la prima volta da cinquant’anni a questa parte. In questo senso anche l’alleanza – commerciale – con la Russia si rivelerà fondamentale.

 

USA

Gli Stati Uniti stanno pagando il conto più salato del contagio e l’emergenza sanitaria ha avuto modo di mettere in luce tutte le difficoltà di Washington.

Innanzitutto Trump, l’uomo solo al comando. Ha cominciato con lo sminuire la portata e la gravità del virus, salvo poi doversi ricredere e tentare pateticamente di acquistare l’esclusiva sul vaccino da una casa farmaceutica tedesca.

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Proteste in Florida (fonte: Metro UK)

A peggiorare la situazione si sono messe le fratture tra il Governo centrale e i Governi federali. Il tycoon vorrebbe riaprire il Paese immediatamente per non incappare nella prevista contrazione di crescita del 5,9%. I Governatori, però, mettono al primo posto la salute dei cittadini, i quali a loro volta si dividono tra favorevoli e contrari al lockdown e alle misure restrittive. A complicare ulteriormente il quadro ha contribuito il prezzo del petrolio che il 20 aprile è diventato negativo (dopo aver registrato nell’ultimo mese una performance del -29,5%).

Come se non bastasse, c’è l’incombere delle elezioni presidenziali previste per novembre e Trump vuole riconfermarsi alla Casa Bianca. Perciò ha cominciato una frenetica ricerca di capri espiatori, per scrollarsi di dosso le possibili accuse.

Non si stanca di ripetere che il cosiddetto «virus cinese» si è diffuso dalla Cina – forse addirittura fuoriuscito da un laboratorio – e che il Governo di Pechino è stato sleale e scorretto nel gestire l’emergenza. Inoltre, l’inquilino della Casa Bianca ha deciso di sospendere i finanziamenti all’OMS, a suo avviso colpevole di aver dato l’allarme troppo tardi.

 

EUROPA
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L’emergenza coronavirus sembra aver acuito lo iato tra Stati del nord a trazione tedesca e Paesi mediterranei. Questi ultimi sono i più colpiti dal contagio e hanno chiesto aiuti economici a Bruxelles – la questione degli ormai noti Coronabond e del Meccanismo europeo di stabilità (MES).

A marzo Bruxelles ha preso due decisioni storiche: sospensione di Schengen il 17 marzo e sospensione del Patto di stabilità e crescita il 20.

L’Eurogruppo dell’11 aprile, invece, ha trovato un compromesso che mette a disposizione svariati strumenti a favore dell’economia dei Paesi membri. Il Consiglio europeo del 23 aprile ha confermato che gli Stati potranno contare su una versione light del MES, sul SURE (contro la disoccupazione), sul BEI (per le imprese) e il Recovery Fund (un fondo per emettere titoli di debito).

L’idea delle istituzioni europee sembra quella di non voler esagerare con iniezioni di denaro e aiuti economici, perché tutti i debiti contratti ora andranno ripagati in futuro, cosa che non potrà che comportare un peggioramento del rapporto debito/PIL.

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Il Parlamento europeo (fonte: Politico.EU)

Ai confini europei, intanto, il Regno Unito e l’Ungheria compiono mosse degne di nota.

Johnson, dopo l’azzardata strategia dell’immunità di gregge, impone a sua volta il lockdown. Inoltre, non vanno sottostimati i contatti con la Turchia: Istanbul ha spedito a Londra ben 84 tonnellate di materiale medico. Erdogan avrà un ruolo fondamentale nel ridisegnare gli equilibri post-Brexit e sembra voler rinforzare le sue alleanze strategiche.

Orbán, dal canto suo, ha sfruttato la crisi per poter attuare il suo auspicato progetto di democrazia illiberale. Ha assicurato che si tratta di misure straordinarie limitate alla durata della crisi, ma nel frattempo ha comunque esautorato il Parlamento. L’UE prenderà provvedimenti?

 

IL RESTO DEL MONDO

Prima che il coronavirus monopolizzasse notiziari e giornali, si parlava di una crisi umanitaria sul confine greco-turco. I flussi migratori si sono interrotti? Non proprio: gli sbarchi sono diminuiti – Italia, Francia e Spagna non sono porti sicuri al momento –, ma i migranti continuano a muoversi e tornano a calcare la rotta orientale che passa per la Turchia e giunge in Europa dell’Est.

In Libia, poi, si continua a combattere. La guerra tra Haftar e al-Sarraj prosegue, più forte del virus. Dopo il fallimento della Conferenza di Berlino di gennaio, ne dovrà passare di tempo prima di un nuovo incontro diplomatico.

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Fonte: Euronews

Non accennano a diminuire nemmeno i guai per l’Iran. A gennaio l’escalation con gli USA ha toccato i massimi storici, in seguito all’uccisione per mezzo di un drone del generale Soleimani. Le tensioni tra Teheran e Washington sono ancora alte, ma il coronavirus le ha fatte passare in secondo piano. L’emergenza preoccupa il Paese islamico perché, a causa delle sanzioni americane, ha difficoltà a rifornirsi di medicinali e materiale sanitario. Trump allenterà – almeno momentaneamente – la stretta? E la Cina resterà a guardare o interverrà?

Il Sudamerica sta vivendo momenti di grave crisi economica. Il Venezuela – spaccato tra Maduro e Guaidò – ha subito un duro colpo dalla crisi petrolifera. L’Argentina, invece, è a un passo dal dichiarare il default: sarebbe il terzo in meno di vent’anni.

Infine, i cambiamenti climatici. I benefici che il lockdown ha comportato per la qualità dell’aria sono noti a tutti, ma è un’illusione pensare che si possa continuare così, una volta tornati alla normalità. Per di più, la COP-26 in programma per l’inverno è già stata rinviata all’anno prossimo. In ogni caso il climate change non era il problema principale prima, figurarsi adesso.