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Giovani e ambiente: la politica di Nadia Conticelli – Intervista

I giovani sono la cartina di tornasole di come funziona la città: si vede da loro se un sistema funziona o meno, se è aperto o malgestito.

Dalla pagina facebook Fridays for Future Torino-Italy
I dati sulla partecipazione politica giovanile mostrano miglioramenti ma rimane disinteresse: possono le istituzioni avvicinare la politica ai giovani e i giovani alla politica? Come?

Rispetto ai giovanissimi mi sembra che vi sia un rinnovato interesse, legato anche a vicende dell’attualità. Interesse che va inteso non tanto come volontà di entrare nei partiti, ma come desiderio di occuparsi di certe questioni. D’altro canto si nota grande sfiducia da parte della generazione dei 30/40enni, che hanno visto la crisi e una politica incapace. Per avvicinare i giovani serve uscire dalle dinamiche di partito – anche se partito non è una parolaccia. Il partito è una comunità. Così come c’è chi fa volontariato, allo stesso modo la politica può essere volontariato, e poi magari diventare lavoro.

La politica deve riuscire a non farsi più percepire come una classe che parla a vuoto, del nulla, come una classe poco concreta.

Per far interessare le persone può essere utile impostare una partecipazione per temi, per argomenti, senza entrare necessariamente in una struttura rigida. I giovani sono molto bravi a ragionare per competenze, per capacità. Bisogna superare la dicotomia politico – tecnico. Sono ruoli diversi, ma non per questo il politico deve essere tecnicamente poco abile. La politica deve riuscire a non farsi più percepire come una classe che parla a vuoto, del nulla, come una classe poco concreta. La politica non è nulla di tutto questo.

In questi mesi è divenuto centrale il problema del cambiamento climatico, con le proteste del F4F che mirano a scuotere una politica inattiva. Tuttavia la politica sembra non agire: c’è un rischio che queste manifestazioni rimangano con nulla di fatto?

Io ho partecipato alle proteste, anche perché ho tre figlie, quindi sono stata coinvolta più come mamma che come politico. La protesta ha certamente un fondamento, e spero che si continui così, senza accontentarsi di misure di facciata, demagogiche. L’appello della piazza è volto a ottenere misure strutturali. Nei giorni della manifestazione, come Regione Piemonte, stavamo approvando il piano sulla qualità dell’aria: sui giornali si parlava di un braccio di ferro fra Regione e Comune, con quest’ultimo che proponeva misure volte a ridurre il traffico in centro. Le centraline di rilevamento critiche sono però quelle in periferia, dove arriva il traffico pesante e dove convergono i flussi della cintura. A Torino le macchine dal centro sono state già tolte: aumentare i parcheggi non è altro che una nuova tassa. Per di più, misure che bloccano la circolazione sono solo ulteriori pesi alle fasce più povere della popolazione.

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Non si può costringere le persone a scegliere fra morire di cancro e morire di fame perché devono chiudere l’attività.

Questi sono provvedimenti di facciata. Sarebbero invece rilevanti se riguardassero questioni come il c.d. ultimo miglio, come migliorare il parco auto, ma con sostegni economici. Altrimenti si fanno solo slogan. Non si può costringere le persone a scegliere fra morire di cancro e morire di fame perché devono chiudere l’attività. Crescita economica e miglioramento ambientale sono conciliabili. In Italia, a differenza, per esempio, del Giappone, non si è mai voluto vincolare l’erogazione di sostegni statali all’industria automobilistica alla condizione che si promuovesse uno sviluppo tecnologico in ottica di sostenibilità ambientale.

Lei si occupa di urbanistica. Uno studio aveva messo in luce come a Torino, a ogni fermata del 3 verso la periferia, la vita media scendesse progressivamente. Cosa si può fare, concretamente, per risolvere queste questioni?

Io abito in una di quelle zone dove la vita media è di 5 anni inferiore al centro città. Non è una questione semplice, e comprende più fattori. Nelle zone di periferia vi sono infatti persone più fragili economicamente ma anche socialmente, quindi mancano anche misure di prevenzione sanitaria. Bisogna quindi partire dalla lotta alla povertà. Le periferie non sono luoghi malfamati, da abbandonare, ma non bisogna neanche provvedervi copiando il centro. Servono servizi di livello superiore, da trasporti ad aree verdi. Occuparsi di periferia vuol dire agire su tutti gli aspetti del pubblico, strutturalmente. Dei lavori erano iniziati, già con fondi europei (fondi Urban), ma bisogna pensare al dopo, dando a questi territori i mezzi per procedere sulle proprie gambe. Questo Governo ha tagliato i fondi periferie: a Torino il progetto Falchera è rimasto a metà, mentre quello Vallette è scomparso. Fare microprogetti vuol dire non incidere realmente sui territori.

I giovani sono la cartina di tornasole di come funziona la città: si vede da loro se un sistema funziona o meno, se è aperto o malgestito.

La giunta regionale ha istituito il Forum Giovani. Ci può spiegare come funziona e che aspettative vi sono?

La giunta ha realizzato un Testo Unico sui giovani. La legge di per sé non cambia la realtà, ma servono degli strumenti per agire. Oggi in consiglio regionale c’è la consulta giovani, che promuove progetti, con un relativo budget. Invece il Forum Giovani dovrebbe agire con un occhio sul complesso dei provvedimenti della regione. Parlare di giovani, come di pari opportunità, significa tenere in considerazione questa fascia di popolazione in tutte le politiche regionali. Peraltro i giovani sono i soggetti che vivono di più la città, e che più patiscono i disservizi. Sono anche i più soggetti alla microcriminalità, perché sono più spesso in giro. I giovani sono la cartina di tornasole di come funziona la città: si vede da loro se un sistema funziona o meno, se è aperto o malgestito.