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Hikikomori: una vita in una stanza

Mentre i leader europei si impegnano per mantenere le promesse fatte per il nuovo anno, il governo giapponese ha deciso di impegnarsi in un’importante sfida dal punto di vista sociale.
Si tratta di un’indagine su un fenomeno sociale poco noto, ma piuttosto preoccupante è diffuso: quello dei cosiddetti “hikikomori“. Il termine, letteralmente, significa “stare in disparte“, e si riferisce a una particolare categoria di persone che hanno deciso di isolarsi dalla società e rinchiudersi nella propria stanza.

Un Hikikomori

Il fenomeno è diffuso soprattutto tra i giovani che, in conflitto con il contesto sociale che li circonda, smettono di uscire di casa. Questo implica che siano economicamente dipendenti dai propri genitori o dagli altri membri della famiglia. Non hanno contatto con i propri coetanei se non attraverso internet, contesto diverso dal “mondo reale”, in cui si è costretti ad esporre la propria fragilità e a fare i conti con chi li circonda.
Nel corso del proprio isolamento, molti imparano a disegnare, scrivere, suonare, giocare a dei videogiochi. Se da un lato si potrebbe pensare che si tratti di dipendenza da Internet, dall’altro è necessario tenere conto del fatto che si tratti di un fenomeno già diffuso in Giappone da prima che i computer esistessero. Se non altro, la presenza sui social network, permette di entrare più facilmente in contatto con una realtà altrimenti invisibile.

Ammonta a 20 milioni di yen la cifra stanziata dal governo giapponese per portare a termine quest’indagine, che inizierà il 1 Aprile 2018 e non avrà come obiettivo i giovani. Essa sarà svolta su 5000 nuclei familiari scelti in modalità casuale, ognuno dei quali contenente una persona tra i 40 e i 59 anni, una fascia d’età non immune al fenomeno, e che fa preoccupare non poco, perché economicamente dipendente da genitori anziani.

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Oltre a voler individuare la percentuale di hikikomori, l’intento è comprendere i fattori che portano a questa scelta, le caratteristiche di questa vita isolata, le possibilità di reintegrazione all’interno della società.

Un’indagine precedente riporta che il numero di giovani tra i 15 e i 39 anni che decidono di intraprendere questo stile di vita sia diminuito tra il 2010 e il 2015 (da 696.000 a 541.000). Tuttavia, i dati forniti dal governo dimostrano che la percentuale di persone in questa fascia d’età in reclusione da più di 7 anni sia passata da 16.9 a 34.7, una cifra senza dubbio preoccupante.
Ciò che preoccupa di questa particolare scelta di vita, oltre alle implicazioni sociali già citate, è la totale dipendenza dalla propria famiglia. Se da un lato non si sente la necessità di inserirsi in un contesto sociale o di avere qualsiasi tipo di rapporto con le persone (inclusi i propri genitori, fratelli o sorelle), è altrettanto vero che sia impossibile sopravvivere dentro casa senza mangiare o bere, e che non sarebbe possibile permettersi la spesa di un PC e una connessione internet senza avere un lavoro. Alcuni hikikomori riescono a guadagnare (benché minimamente) con dei lavori online, tuttavia la maggior parte continua ad appoggiarsi sul sostentamento economico della propria famiglia.

Il progetto di “mappatura” degli hikikomori risulta quindi importante per meglio comprendere un fenomeno largamente diffuso, e non solo in Giappone.

Hikikomori Italia, che si occupa di sensibilizzazione e informazione a riguardo nel nostro Paese, parla di stime che riportano 100.000 hikikomori italiani. Sono dati che potrebbero far accendere qualche riflettore sulla questione anche nel Bel Paese, dopo le elezioni del 4 marzo.