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L’impresa di Alessandria – L’Angolo della Storia

Churchill: «Uno straordinario esempio di coraggio e genialità»

Maiale o siluro a lenta corsa

Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, durante la II Guerra Mondiale venne scritta una delle pagine più gloriose della storia della Marina militare italiana. Tre «maiali» forzarono la base navale inglese di Alessandria d’Egitto e misero fuori combattimento due corazzate – la Queen Elisabeth e la Valiant – per un lungo periodo. Inoltre danneggiarono gravemente anche una petroliera e un cacciatorpediniere ormeggiate nel porto egiziano.

Ma procediamo con ordine. L’Italia era in guerra con l’Inghilterra ormai da un anno e mezzo e il Mediterraneo era lo scenario di guerra principale. Dopo la rovinosa invasione della Grecia nell’ottobre del 1940, conclusasi solamente l’anno successivo con l’aiuto dell’alleato tedesco, il baricentro della guerra italiana si era spostato nel nord Africa. Il Duce mirava a occupare l’Egitto inglese per impossessarsi dello strategico canale di Suez.

Il sogno tutto mussoliniano di condurre una «guerra parallela», autonoma e indipendente dalla Germania nazista, svanì in poco più di sei mesi. Nel febbraio del 1941 sbarcarono in Libia, colonia italiana, i primi reparti tedeschi della futura Afrikakorps in appoggio alle divisioni italiane in rotta. Hitler affidò il comando al generale Erwin Rommel, la futura «volpe del deserto».

Constatata l’inadeguatezza militare, di armamenti e mezzi, e appurata quindi la totale dipendenza dall’alleato tedesco, il ruolo italiano nello scacchiere del Mediterraneo ne uscì fortemente ridimensionato. Era la Germania a tenere le redini del conflitto, Mussolini passò in secondo piano. Il principale compito italiano era dunque quello di assicurare i vitali rifornimenti – specialmente di nafta – necessari per la conquista dell’Egitto, attraverso la scorta dei convogli navali diretti dalla penisola in Libia.

La Regia Marina militare possedeva una potente flotta, moderna e soprattutto più veloce rispetto all’antagonista inglese. Tuttavia gravi lacune la affliggevano. Le più decisive erano sicuramente l’assenza di portaerei e la totale mancanza di un efficace coordinamento con la Regia Aeronautica, che avrebbe dovuto garantire alle navi la copertura aerea. Queste premesse costrinsero le grandi unità ad azioni limitate, dovute anche dalla forte penuria di nafta che affliggeva, più in generale, tutte le forze dell’Asse.

Come nella prima guerra mondiale, la Regia Marina si affidò principalmente al naviglio leggero – MAS, sommergibili, barchini esplosivi, «maiali» – per assestare duri colpi alla marina inglese. Si trattava di arditi colpi di mano, quasi delle missioni suicide, che prevedevano già in partenza la cattura dei marinai. Tuttavia, anche in questa guerra, furono proprio questi mezzi a riportare i più importanti successi. In questo contesto si inserisce appunto la celeberrima impresa di Alessandria.

La flotta britannica aveva tre importanti basi nel Mediterraneo: Gibilterra, Malta e Alessandria d’Egitto. Dopo aver attaccato brillantemente con i «maiali» Gibilterra, si progettò una operazione simile per la base navale egiziana. Nella notte del 18 dicembre, il sommergibile Scirè, al comando di Junio Valerio Borghese, trasportò tre «maiali» e relativi equipaggi, a poca distanza dell’ingresso del porto e li mise in mare.

I siluri a lenta corsa (SLC) – chiamati comunemente «maiali» – erano dei particolari battelli, alimentati da un motore elettrico, che potevano navigare in superficie o in immersione. Erano insomma dei siluri pilotati da due persone. L’SLC, trasportato nelle vicinanze dell’obiettivo da un sommergibile, veniva guidato dai due operatori verso la nave nemica. La testa esplosiva del siluro – conteneva 300 kg di tritolo – sganciata, collocata e attivata sotto la carena, causando così, al momento dell’esplosione, un grosso squarcio.

In quella notte, forzato l’ingresso del porto, i tre «maiali» si diressero ciascuno verso i propri obiettivi. Dopo molteplici difficoltà, i sei palombari collocarono le tre cariche e le loro detonazioni danneggiarono gravemente i bersagli, mettendo fuori uso le navi per diversi mesi. Le autorità inglesi catturarono i sei italiani, li imprigionarono e li spedirono nei campi di prigionia in Palestina. E tutti e sei ricevettero la medaglia d’oro al valor militare per il coraggio dimostrato.

Lo straordinario successo ottenuto ad Alessandria tuttavia fu valutato correttamente solo molto tempo dopo, a guerra conclusa. Preziosa, in questo senso, la testimonianza del tenente di vascello Luigi Durand de la Penne, il comandante dei sei uomini che attaccarono la base. Lo stesso Churchill informò tardivamente il parlamento dell’accaduto – precisamente il 23 aprile 1942, ossia oltre 4 mesi i fatti – in una seduta a porte chiuse. Nel riportare la notizia delle gravi perdite subite, il primo ministro inglese ebbe parole di grande ammirazione per i marinai italiani.