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I tentacoli dell’ndrangheta in Piemonte

Un fenomeno diffuso oltre ogni immaginazione

Salvatore Coluccio, alleged head of Calabrian mafia crime group 'Ndrangheta, is one of many mafiosi children born into the family business. He's seen being escorted by police special forces following his 2009 arrest

Il fenomeno mafioso in Piemonte rappresenta un argomento caratterizzato da una profonda complessità di fondo e da un certo senso di “negazionismo”. Questo, soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, lo accompagnava unito all’illusione che la criminalità organizzata, appunto di stampo mafioso, fosse una “questione meridionale” che mai avrebbe potuto interessare il nord Italia.

Senza dubbio la presenza della mafia in questa regione è strettamente “monopolizzata” dall’ ‘ndrangheta, soprattutto tramite le famiglie Belfiore e Pesce-Bellocco. Essa ha le sue radici negli anni 60’, partendo dal settore edilizio per poi aprirsi a settori dell’illegalità più “classici”: prostituzione, traffico di armi o di droga, gioco d’azzardo, estorsioni e intimidazioni.

Uno dei primi contatti con l’ ‘ndrangheta coincide con la “stagione dei sequestri”. Questa vide in Piemonte 37 casi di sequestro in un lasso di tempo che va dal 1973 al 1984. Nel 1982 ha luogo un arresto cruciale, quello del capobastone Mario Ursini. A lui, nell’ambiente malavitoso, ci si riferiva con l’eloquente espressione “Non muove foglia senza che Ursini voglia”.

Un evento chiave è rappresentato dal burbero omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ucciso in un agguato di chiaro stampo mafioso la sera del 16 giugno 1983. Il mandante risulta essere, dopo lunghe indagini e grazie alle rivelazioni del catanese Francesco Miano, il potente boss Domenico Belfiore.
Il 1995 rappresenta una pietra miliare in questa analisi. Per la prima volta nel Nord Italia un comune, specificamente quello di Bardonecchia, viene sciolto per infiltrazioni mafiose. Questa fondamentale operazione porta anche all’arresto di Rocco Lo Presti, uomo cardine per il territorio della Val di Susa. Un anno prima era scattata la famosa operazione “Cartagine”, nella quale in un capannone di Borgaro Torinese furono rinvenute 5 tonnellate di droga, un sequestro da cifre record. Questo traffico tra Brasile, Genova e cintura torinese era gestito dalle cosche dei Piromalli e dei Belfiore.

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Se facciamo un salto temporale agli anni più recenti, troviamo nel 2009 la conclusione dell’ operazione “Chiosco Grigio”. Iniziata nel 2007 e condotta dai GICO(Gruppi d’Investigazione sulla Criminalità Organizzata) della Guardia di Finanza di Catanzaro, interessava un traffico di droga proveniente dalla Colombia. Riguardava, oltre ovviamente al Piemonte, anche altre regioni, come la Lombardia o la Campania. Il “protagonista” di queste attività illecite particolarmente redditizie era Domenico Trimboli, uomo residente ad Alessandria ma in stretto contatto con le locali di Careri.
Nel 2010 l’operazione “Crimine” svela la volontà da parte dei membri delle locali piemontesi, sul modello lombardo, di avere una loro “Camera di Controllo”. Allo stesso tempo ottiene numerose condanne per reati come il porto illegale d’armi, l’usura o perfino il tentato omicidio.

Di portata capitale l’anno seguente è l’operazione “Minotauro”, che svela l’esistenza di 9 locali nella regione e conduce all’arresto ben 151 persone, tra cui ad esempio il futuro pentito Rocco Varacalla. Passano appena 15 giorni e scatta, nel Basso Piemonte, l’operazione “Maglio-Albachiara”. 19 arresti tra Alba, Sommariva Bosco, Asti, Alessandria e infine Novi Ligure. Degna di nota la presenza di una personalità politica, il consigliere comunale di Alessandria Giuseppe Caridi, addirittura un vero e proprio “picciotto”, sul quale il gip Giuseppe Salerno affermò che egli “rappresenta un concreto pericolo per la libertà e per la democrazia”.

Tra marzo e maggio 2012 due amministrazioni comunali, a Leinì e a Rivarolo Canavese, subiscono il provvedimento di scioglimento per presenza di ‘ndrangheta. Nell’ottobre dello stesso anno la complessa operazione “Colpo di Coda” svela un dirottamento delle elezioni comunali a Chivasso. Qui si sfiora la stessa sorte dei due comuni citati poc’anzi.

Oltre al caso dei discussi rapporti tra alcuni dirigenti della Juventus ed esponenti degli ultras bianconeri legati alla famiglia Pesce, tra cui Rocco Domminello, riguardo alla vendita di biglietti tramite i famosi “bagarini”, è giusto citare, riguardo al territorio dell’albese e dell’astigiano, l’operazione “Barbarossa”, risalente al maggio scorso.
Essa porta alla luce l’esistenza di una locale, una struttura periferica dell’ ‘ndrangheta, formata dalle famiglie Catarisano, Stambè ed Emma, coordinata da Rocco Zangrà. A essa sono contestati reati come l’estorsione e il traffico di droga e armi. Le attività illecite di questo gruppo arrivarono addirittura a produrre infiltrazioni a livelli dirigenziali nella società sportiva dell’Asti Calcio.

Insomma, l’ ‘ndrangheta ha un ruolo di primo piano in Piemonte, in cui è radicata fin dagli anni 60 nelle zone del torinese e della Val di Susa. Negli ultimi anni ha esteso il proprio raggio d’azione anche al Basso Piemonte e alle aree limitrofe, interessando la zona tra Alessandria, Asti e Alba. Lo si evince dalle operazioni e dalle inchieste avvenute da circa una decina d’anni a questa parte.
Bisogna perciò evitare l’errore marchiano di considerare la mafia come un problema distante da questa regione. Il Nord rappresenta sempre più un mercato da esplorare per la criminalità organizzata. Ed essa, per stare al passo con i tempi, esplora passo passo nuovi terreni “fertili” per i propri affari illeciti.