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Il “China Virus”

In America esplode la violenza contro la comunità asiatica

LA VIOLENZA

Secondo uno studio condotto dal Center for the study of Hate and Extremism, della California State University, se nell’ultimo anno in America sono complessivamente diminuiti i reati classificabili quali crimini d’odio (-7%), nell’arco del 2020 gli episodi di violenza a sfondo etnico, rivolti a membri della comunità asiatica americana, hanno conosciuto un incremento del +150% (da 49 a 122 casi accertati).

Da quando la pandemia da Covid-19 ha cominciato a diffondersi globalmente, negli Stati Uniti si sono parallelamente moltiplicati, sino ad oggi, eventi lesivi ai danni di uomini e donne dai tratti somatici orientali. È il caso di un immigrato thailandese di 84 anni che, spinto violentemente a terra durante una camminata mattutina a San Francisco, ha perso la vita. A Brooklyn, una donna cinese di 91 anni è stata prima schiaffeggiata e poi data alle fiamme. In una metropolitana di New York hanno ferito al volto con taglierino un uomo di origini filippine. È diventato virale un video in cui un supporter di Donald Trump insulta con cori razzisti una famiglia asiatica che stava festeggiando un compleanno in un ristorante californiano.

Sono, quelli sopracitati, solo alcuni esempi della pluralità di accadimenti che negli ultimi mesi hanno posto in pericolo l’incolumità psicofisica degli asiatici d’America.

Trattasi di una brutale escalation rivelatasi preparatoria, infine, alla sparatoria di Atlanta del 16 marzo 2021: quel giorno un uomo uccide otto persone, tutte di origine asiatica. Gli omicidi avvengono in punti diversi della città ma sempre all’interno di centri benessere gestiti da immigrati provenienti dall’Asia. Inequivocabili, per gli inquirenti, le motivazioni di odio razziale come soggiacenti alle azioni del killer.

PERCHÉ?

A fronte di una condizione persistente di sconfortante disagio, la mente umana sembra nutrire il consolatorio bisogno di collegare la tragedia a cause che siano il più umanizzate possibili. Il senso di afflizione, collettivo e individuale, risulterebbe infatti ingestibile se si riflettesse sul fatto che spesso il disastro può derivare, in senso ampio, dagli andamenti casuali e indifferenti del mondo naturale.
Ancor più scoraggiante è rendersi conto dell’indimostrabilità e della non accertabilità (forse, e solo forse, momentanea) delle eventuali responsabilità umane.

È così allora che gli uomini (intimamente consci delle proprie piccole bassezze, delle proprie malefatte quotidiane, del proprio disinteresse per il dolore del prossimo) estendono la malvagità umana, che riconoscono innanzitutto in sé stessi, su scala maggiore: la proiettano nel ruolo di carnefice. È preferibile essere vittime di qualcosa che si conosce, anziché sentirsi succubi di concetti inafferrabili e inaccettabili quali il caos cosmico, l’assenza di una provvidenza universale o l’irrazionalità del mondo.

Il colpevole della nostra malasorte, non solo vogliamo essere in grado di pensarlo e sapere come lui pensa, abbiamo bisogno anche di percepirlo coi nostri sensi: incontrarlo per strada, poterlo immediatamente riconoscere e cogliere in lui quella supposta alterità sporca e malsana che ci assolva dal nostro lerciume. Persino nell’atomizzata società occidentale, in fasi di crisi, conviene psicologicamente rintanarsi in una categoria ritenuta qualitativamente superiore rispetto a quella che presenta proprietà opposte e che affliggerebbe, in qualche modo, quella a cui sentiamo di appartenere.

CINA: IL PRINCIPALE CONCORRENTE ECONOMICO E COMMERCIALE 

Per il governo americano chiamato per primo a gestire l’emergenza, reazionario e a forti tinte suprematiste, non è stato difficile orientare questo spontaneo sentimento popolare nella direzione politicamente più conveniente. La Cina, da cui il Coronavirus si è diffuso, è infatti il principale concorrente economico, commerciale, doganale e tecnologico per gli Stati Uniti. Lì vige una democratura comunista agli antipodi rispetto all’ultraliberale democrazia americana. La vicinanza (non solo fisica) con la Russia non è gradita e i veterani più conservatori non dimenticano i trascorsi militari che vedevano contrapposto il loro paese ai cinesi (come nel caso della Guerra di Corea dei primi anni ’50 del secolo scorso).

In verità, gli asiatici d’America sono stati rappresentati come the yellow peril (il pericolo giallo) fin dagli ultimi secoli dell’Ottocento quando venivano additati quali responsabili dell’economia in declino. Seguì l’approvazione, da parte del Congresso, di un provvedimento che limitava l’immigrazione asiatica negli USA. Durante la seconda guerra mondiale circa 100 mila giapponesi vennero deportati lontano dalle loro abitazioni e dai luoghi di lavoro, perché considerati un potenziale pericolo nazionale e, dopo l’attentato dell’11 settembre, il sentimento anti-islamico ha colpito anche gli immigrati provenienti dall’Asia del sud.

Facile dunque comprendere su quali basi psicologiche e storico-politiche l’ex Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia gettato benzina sul fuoco al fine di proporsi quale difensore della società americana contro un presunto nemico comune e così facendo, secondo il classico schema caro all’odierno populismo di destra, incrementare il suo consenso.

CHINA VIRUS

Hanno calcolato come, solo tra il 16 ed il 30 marzo 2020, Trump abbia pubblicamente utilizzato l’espressione China Virus più di venti volte. In seguito ha proseguito nell’avvolgere idealmente la malattia (da lui chiamata anche Kung flu) con la bandiera cinese.

Inutile la pubblicazione, da parte dell’OMS, di un documento in cui si avvertiva come denominare il Coronavirus in questi termini potesse comportare un ingente danno sociale per alcune minoranze culturali ed etniche. L’incoraggiamento presidenziale (più o meno velato) alla discriminazione dei cinesi, e quindi dell’intero universo asiatico ad essi orbitante, si ancorava a solide radici e iniziava a produrre anche in Europa (oggi, per molti aspetti, principale colonia culturale statunitense) i suoi violenti risvolti. In troppe circostanze la diffidenza si è tramutata in offese verbali e queste a volte sono diventate affronti fisici a danni di singoli individui caratterizzati da determinati tratti somatici.

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LA REAZIONE ORGANIZZATA

Eppure, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, gli immigrati asiatici di prima generazione (rifugiatisi in America per fuggire da povertà, guerre, calamità e tirannie) si erano mediamente impegnati in una torsione dei costumi per lenire il più possibile la discriminazione sociale alla quale già si aspettavano di essere sottoposti da parte della popolazione bianca del paese ospitante.

Hanno insegnato ai figli la lingua e la pronuncia locale, timorosi dalla possibile denigrazione scolastica che essi avrebbero rischiato. Hanno spesso mutato o tenute nascoste le proprie abitudini alimentari tradizionali. Alcuni hanno modificato il proprio nome perché risuonasse più comprensibile e pronunciabile. Hanno incrementato il proprio sforzo lavorativo per meritarsi l’etichetta di immigrati modello e, soprattutto, si sono spesso tappati le orecchie a fronte di atti di razzismo a loro direttamente rivolti.

Questa generazione di immigrati asiatici si è snaturata per semplificare la vita altrui e, di conseguenza, la propria e quella dei propri figli. Ma questi ultimi, in nome dei sacrifici delle proprie famiglie e per via dell’irrespirabile clima attuale, hanno ormai avviato una reazione organizzata all’odio ingiustificato che continuano a ricevere.

ASSOCIAZIONI E SOLIDARIETÀ SOCIAL

Lo scorso weekend nel Queens, New York, si è svolta una manifestazione tesa a contrastare il razzismo a danno degli asiatici e si è estesa in tutto il paese, dalla stessa New York a Los Angeles, da Chicago a Detroit. Ad essa ha preso parte l’associazione Stop AAPI Hate, nata dopo lo scoppio della pandemia al fine di tracciare e analizzare gli incidenti d’odio contro gli asiatici americani (dallo scorso marzo le segnalazioni ricevute sono state quasi 4mila).

A supporto delle stesse rivendicazioni anche l’organizzazione pacifista e antirazzista ANSWER Coalition, la cui portavoce Judi Cheng dichiara come tutte le persone asiatiche di sua conoscenza siano state vittime, negli ultimi mesi, di molestie e violenza attraverso sputi e aggressioni verbali o fisiche, soprattutto in luoghi pubblici (per strada, nei negozi, nei parchi).

Il patto di solidarietà a cui tali associazioni aspirano sembra incoraggiato dalla vicinanza dell’attuale Presidente USA Joe Biden e dalla sua vice, Kamala Harris (tra l’altro di origini indiane): i due, presenti ad Atlanta per esprimere cordoglio alle famiglie delle vittime e incontrare i leader della comunità asiatica, dichiarano come il silenzio sia in questi casi complice del razzismo e della violenza.
Nel frattempo ha grande fortuna sui social l’hashtag #StopAsianHate.

L’UMANITÀ…

La dialettica politica amico-nemico, intrecciata alla dicotomia bello-brutto, pur essendo contenutisticamente relativa, è formalmente solo in parte superabile giacché riconoscere ciò che non si è (e si è fieri di non essere) è il primo passo per definire la propria identità. Tale antagonismo identitario si è inevitabilmente accentuato a seguito dell’altrettanto inarrestabile fenomeno di globalizzazione la quale, senza gradualità, ha determinato un maggiore contatto e, in molti casi, una mescolanza tra etnie, culture, prospettive socio-politiche e religioni differenti.

Facile dunque, di questi tempi, valorizzare il significato letterale del termine contaminazione e trascurare quello figurativo. Ma è in realtà il carico valoriale e progressista della connotazione figurativa della parola che ha da sempre infastidito i paladini del tradizionalismo conservatore e del suprematismo nazionale. È l’irrazionale e fanatico senso di appartenenza a qualcosa che delinea la demonizzazione dell’altro come un dato di principio.

… UN’UNITÀ DIVISA

Un uomo capace di concepire l’umanità come un’unica realtà vivente, riconoscendo ma non sopravvalutando le differenze che intercorrono tra i suoi sottoinsiemi, non potrebbe avvalorare l’identificazione dell’asiatico con quella dell’untore del pianeta.

D’altronde il Covid-19, potenzialmente, agisce nello stesso modo su ogni organismo umano, la cui struttura fisica è antecedente a qualsivoglia contenuto mentale di carattere identitario: ogni uomo può tossire, soffrire di raffreddore, avvertire bruciore alla gola e agli occhi, sentire affaticamento muscolare e mal di testa, può avere febbre e dolore al petto. Ogni essere umano può avere nausea, difficoltà respiratorie e brividi. Ogni uomo, in un modo o nell’altro, alla fine muore.
Eppure, terrorizzati dalla mancanza di un senso da dare al tutto, siamo spesso abituati a umanizzare persino la morte, o meglio, ciò che viene dopo di essa. Un’umanizzazione divina che divide, anche in questo caso, l’umanità in giusti e ingiusti, in santi e in peccatori.

Basterebbe (anche laicamente) invertire i termini pensando a una divina umanizzazione tale per cui l’Uno si scopre carne debole e fragile, accoglie integralmente l’umanità e le sue imperfezioni, abbatte le barriere di cartone che la dividono e benedice (o maledice) chiunque sia in grado di nascere, ammalarsi e morire, senza eccezioni.