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Il cibo italiano è una menzogna

Vendere etichette al posto della qualità: il food marketing è una gara dove non sono le tradizioni a vincere, ma chi le inventa.

Con «Denominazione di origine inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani», Alberto Grandi, docente dell’Università di Parma, scrive per far aprire gli occhi agli italiani sulla loro tanto amata cucina del bel e buon paese.

È la gara a chi è più rinomato e conosciuto, non a chi è più buono.

Esordisce raccontando che il pachino è stato solo l’inizio dei prodotti OGM, creato da incroci di pomodori diversi, non a Siracusa ma a Israele. Il caro panettone, simbolo del Natale, non è stato creato dalle pasticcerie ma è nato come prodotto industriale da quattro soldi e l’olio d’oliva viene perlopiù prodotto nelle industrie (escludendo alcuni minori ed onesti produttori).

L’Italia è stata un paese di povertà dove si mangiavano polenta e riso, non il lardo di colonnata o la tagliata fiorentina. Le tradizioni ci sono e il cibo è buono, ma le etichette che sono state messe sono un grandissimo spot pubblicitario e nulla di più. Servono per il marketing, per sostenere la concorrenza su un titolo e non sul prodotto che viene davvero venduto. È la gara a chi è più rinomato e conosciuto, non a chi è più buono. La pizza fatta in casa propria non è né IGP, né DOC, né DOP, ma è buona lo stesso, anzi forse proprio perché non ha etichette è ancora più buona. Il nostro cibo è diventato come la nostra politica e la nostra economia: un mucchio di chiacchiere, di parole al vento, di concetti teorici e nulla di pratico.

Il turismo viene scoraggiato nelle città perché non viene messa in mostra l’Italia della tradizione.
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I buongustai la domenica vanno negli agriturismi di campagna in cerca di cibo cucinato come si deve, perché in effetti nelle vie del centro spesso viene venduto cibo turistico di bassa qualità, ed è proprio questo il problema: anziché proporre il meglio nelle zone più frequentate viene offerto il peggio. Il turismo viene scoraggiato nelle città perché non viene messa in mostra l’Italia della tradizione e della semplicità, ma sempre più spesso vengono servite in tavola delle etichette che tricolore non sono.

La vera cucina italiana viene dalle ricette delle nonne.
Macchina per la pasta Imperia

Siamo ancora in tempo per fermare questo declino gastronomico fatto di simboli e sigle. La cucina italiana, quella vera, non è fatta di marchi e timbri, è fatta di prodotti buoni — anche industriali, perché industriale non vuol dire cattivo ma solo prodotto su larga scala —, viene dalle ricette delle nonne e nasce dai prodotti locali, offerti dal terreno e il raccolto.

L’opportunità grandissima che non ha ancora sfruttato l’Italia è l’avanzamento tecnologico delle industrie. Se si producesse rispettando il pianeta gli agnolotti sarebbero sicuramente di qualità, anche se la pasta venisse tirata a macchina e non a mano, e l’economia crescerebbe. L’Italia ha un potenziale che le grandi multinazionali straniere sognano, ma non viene sfruttato, perché molti italiani sono convinti che tutto ciò che non è venga fatto artigianalmente, sudando, “faccia male” e non sia di qualità.

Intere equipe di ingegneri studiano come produrre con un impatto ambientale minimo, ma l’idea che la mozzarella di bufala possa essere buona anche se prodotta in un’industria, anziché dal caseificio di piccola scala, in Italia non è contemplabile. Il segreto per il decollo qualitativo, economico ed ambientale sta nel produrre usando i criteri dei piccoli artigiani, contadini e allevatori, ma sfruttando la tecnologia del XXI secolo.