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Il cinema in un film o un film al cinema?

9 minuti di applausi avevano seguito la prima proiezione di "È stata la mano di Dio"  a Venezia 78, ora la corsa agli Oscar non è solo di Paolo Sorrentino, ma forse anche di tutta l’Italia

Il 27 marzo 2022, presso il Dolby Theatre di Los Angeles, si terrà la 94esima edizione degli Oscar e l’Italia scende in campo concorrendo con “È stata la mano di Dio”.

Candidato come miglior film straniero e vincitore del Leone d’argento a Venezia 78, è un film in grado di catturare il cuore dello spettatore che si immedesima e si emoziona insieme a Fabietto,  giovane Sorrentino, lungo le straordinarie vie di una magnifica Napoli degli anni ’80.

Il regista, già vincitore nel 2014 dell’Oscar per il miglior film straniero con “La Grande Bellezza”, torna dunque ad appassionarci con la sua nuova opera che sin da subito rende l’idea di quanto sia insolita, di quanto riesca a commuovere, emozionare e coinvolgere lo spettatore in sentimenti contrastanti come spensieratezza e libertà, ma anche dolore – in particolare quando scrive una lettera d’amore per i propri genitori -, Maradona, Napoli e il cinema.

Egli, dunque, ci trasporta alla scoperta dell’arte nel momento in cui la sua esistenza viene traumatizzata dalla morte prematura di entrambi i genitori a causa di un incidente, evento che segnerà per sempre il suo percorso. I personaggi, le figure dolenti, e addirittura la figura mitica dell’epoca, Diego Armando Maradona, ci trasmettono le giuste emozioni che ci incastrano sulle poltroncine, impedendoci di togliere lo sguardo dal grande schermo.

Il dolore rappresentato è puro, di un ragazzo affezionato più che mai al proprio “nido”, non perfetto, anzi, per mille motivi la raffigurazione dello spaccato di vita di una famiglia come tante, piena d’amore, ma con alcuni segreti mai narrati di cui tutti però sono a conoscenza.

Il dolore che emerge è l’esempio del dolore più ingenuo che esista, la solitudine e l’abbandono, unitosi alla crescita emotiva, fisica e mentale di un giovane che ancora non ne sa molto della vita.

 

“Non ti disunire Fabio”

– Guardare è l’unica cosa che so fare. Cosa voglio? Tutto. Senta Capuano, la mia vita, ora che la mia famiglia se n’è andata, non mi piace più, ne voglio un’altra immaginaria, uguale a quella che tenevo prima. La realtà non mi piace più, la realtà è scadente. Ecco perché voglio fare il cinema, anche se avrò visto tre, al massimo quattro film

– Ma p’ fa’ o’ cinema c’ vonn’ e palle! Tu ‘e tien ‘e pall guagliò?

– Ho fortissimi dubbi

– E allora si’ nùn tien’ ‘e palle t’serve nu dolore, ‘o tieni nu dolore?

– Sì quello sì, glielo ho appena raccontato, su quel fronte sono messo bene!

– Cosa mi hai raccontato? Un dolore? No, tu tien’ na speranza! Ma la speranza fa fare film consolatori, la speranza è na trappola

– Mi hanno lasciato solo Capuano

– E questo si chiama dolore? Nun basta Schisa. C’hann’ lasciat’ soli a tutt’ quant’!

– Non lo so, pensavo di andare a Roma a fare il cinema così capisco se ci sono tagliato

– Roma? La fuga? So’ palliativi ‘ro cazz’! Alla fine torni sempre a te, Schisa e torni qua… È mai possibile che sta città nun t’ fa venì in mente niente ‘a raccuntà? Non ti disunire, Fabio

– Mi chiamano tutti Fabietto

– È ora che ti fai chiamare Fabio. Non ti disunire, Fabio

– Ma che significa?

– L’ha capì tu sol

“Non ti disunire”, una frase che suona minacciosa, un consiglio quasi cattivo che però racchiude un grande significato all’interno. “Non perdere te stesso, rimani in quel luogo che conosce i tuoi ricordi e li racchiude”, sono queste le parole che il regista Capuano cerca di spiegare al giovane Fabietto, sperduto ma ambizioso.

Questo discorso, tanto diverso quanto simile, può ricordare una celebre scena del cinema cult in “Nuovo Cinema Paradiso”, quando Alfredo, in veste di mentore, consiglia al giovanissimo Salvatore “Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere, non ti fare fottere dalla nostalgia. Dimenticaci tutti“.

Non sono inviti, non sono consigli gentili, sono imperativi e hanno lo stesso significato di fondo, quello di non perdersi e di raggiungere i propri obiettivi.

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Il dolore non è ciò che ci insegna a rialzarci, ma come farlo. Infatti quando soffriamo, anche se non ce ne rendiamo conto, compiamo la scelta di reagire nel bene o nel male. Fabietto non versa mai una lacrima per la morte dei genitori e, in un certo senso, dall’esterno viene minimizzata la mancanza del pianto come questione insolita.

Le parole della zia Patrizia, musa ispiratrice, sono invece “Vuol dire che non è il momento”. Una frase quasi scontata, ma mai più consona a rappresentare un significato profondo che spinge il giovane a non badare all’inadeguata mancanza, ma proprio a vederne oltre.

Il mondo esterno esige il pianto come dolore dimenticando le diverse sfaccettature della sofferenza, ma il personaggio no. L’angoscia e la ricerca di futuro si insinuano prepotentemente nel suo animo, connettendo il distacco dall’infanzia a seguito della morte dei genitori con la mancata scelta di diventare adulto.

 

Il messaggio di Sorrentino

 “Che vuoi fare da grande Fabie’?’” – domanda la zia – “Mi vergogno a dirlo zi’, tanto non succederà mai, è un’idea pazza… Il regista di film, questo vorrei fare”

È il giorno in cui il Napoli vince lo scudetto, Fabio passa un’ultima volta a salutare la zia da lontano, non si scambiano parole, forse si capiscono solo con lo sguardo. In sottofondo si odono i festeggiamenti di una città che acclama il suo amato “Dio” e festeggia quella vittoria tanto attesa anche dal protagonista che, però, va in stazione e con le cuffie, mentre guarda fuori dal finestrino, saluta la sua città ricordandoci amaramente che di scelte nella vita, anche scomode, dobbiamo farle e che la ricerca e l’inseguimento dei propri sogni, anche nei momenti più bui, sono luce di speranza.

L’amore per il cinema è l’ultimo astro portante di questo film che ci ricorda quanto non sia facile saperlo apprezzare e, come rappresentazione del mondo e come ogni forma d’arte, lo si riesce a capire e inseguire solo se ci si innamora davvero di esso.

La sua Napoli, poi, non poteva che essere il luogo più adatto per quest’opera: raffigurata in due maniere, una colta e una fatta di volti e di maschere d’arte fuori dalle righe, reale e quotidiana in tutta la sua magnificenza.

In questo film intimo e magico, che a tutti gli effetti ha l’intenzione di essere autobiografico, con un cast umanamente e cinematograficamente vincente, Sorrentino ricorda che il dolore va preservato dentro di noi perché è l’anima dell’arte e della nostra crescita. L’elaborazione del lutto, la famiglia e l’anima di un giovane ragazzo appassionato, si mescolano in momenti di deliziose e fresche risate ad attimi di forte tristezza e intensità emotiva e, come tale, merita il dovuto riconoscimento.

A Napoli dicono che la vita è un morso: il tempo di assaporala e, rapida, netta com’è, svanisce. Forse, il cinema, come ci ricorda anche il famoso cantante Liberato nel suo capolavoro in pieno stile nouvelle vague “Capri rendez-vous” , pare immortale, ma non è da meno.

Il tempo si porta via tutto, il cinema lo si ama per questo, perché lì, ogni momento, rimane per sempre, poi subito ci si rende conto che è un’illusione, la pellicola marcirà e i nostri film saranno dimenticati.