Officina Magazine
Magazine online d'attualità e opinioni

Il colore invisibile: il Sudafrica dopo l’apartheid

Cosa è rimasto in Sudafrica dopo le lotte politiche di Nelson Mandela e la fine dell'apartheid?

Nel 2017 la parola con la N non va detta. Non in italiano, non in inglese, in nessuna lingua. Non va detta perché è razzismo, è discriminazione, e il planisfero del 2017 dimostra che la discriminazione sia cosa ormai superata. Non è forse così?
No, non è così. Non solo perché lo si vede tutti i giorni nei titoli dei giornali, nelle occhiatacce che si tirano a volte sui tram, anche nei paesi civilizzati, moderni e cosmopoliti come il nostro. Ma anche per quei passi che si crede siano già stati fatti. Insomma, consoliamo la nostra coscienza ricordandoci che Martin Luther King aveva un sogno e ha alzato la voce per la comunità nera (si può dire?) statunitense. Ci consoliamo con date imparate a memoria, con frasi date per assodate, frasi come “l’apartheid è finita”.
Anche Nelson Mandela aveva un sogno. Sognava di veder finire la segregazione razziale in uno Stato di cui sarebbe diventato il Presidente, in uno Stato che lui stesso avrebbe cambiato radicalmente dopo 27 anni di prigionia per i suoi “crimini”, per il suo immaginare il mondo come un luogo senza distinzioni basate sul colore della pelle.


Ma oggi, a più di 20 anni dall’elezione a presidente di Mandela, quali sono, di fatto e non sulla carta, le condizioni della comunità nera sudafricana?
Si può dire che questo cambiamento sia avvenuto in maniera efficace?
Dal punto di vista economico e non meramente storico, la risposta non può che essere negativa. Gran parte delle terre e della ricchezza del Paese si trova tra le mani del 10% della popolazione, un’élite bianca molto più che benestante. Milioni di sudafricani neri non hanno abbastanza fondi per dare vita ad un’attività proprio perché l’80% della popolazione non ha, di fatto, dei possedimenti, mentre meno della metà della popolazione in età da lavoro è legalmente impiegata.
Gran parte della popolazione nera rimane confinata nella miseria, occupando con baracche abusive delle terre che non possiedono legalmente. Queste persone si devono anche preoccupare di difendersi dalle forze dell’ordine, che spesso hanno a cuore soltanto gli interessi di una ricca minoranza: ancora una volta la comunità bianca. Si aggiunga a questi dati il confinamento geografico: la costruzione di nuove abitazioni concentrate in determinate borgate non ha fatto che accentuare le differenze messe in piedi dalla politica dell’apartheid. Nei primi anni di governo dell’African National Congress, l’emergenza non era tanto la collocazione quanto l’effettiva realizzazione di luoghi da poter chiamare “casa”. Tuttavia, nel corso del tempo questo dato è diventato un ulteriore causa di isolamento.
In più, i pochi lavoratori devono anche spostarsi compiendo viaggi di più di un’ora su minibus privati i cui costi sono esagerati se paragonati alla miseria degli stipendi.

La “Township” di Soweto, una delle tante baraccopoli nel paese
Ti potrebbe interessare anche...

“Non abbiamo mai sconfitto l’apartheid”, afferma Ayabanga Cawe, ex economista di Oxfam (l’organizzazione internazionale contro la povertà), “gli schemi di arricchimento e di impoverimento sono rimasti essenzialmente gli stessi”.

Queste dinamiche non si traducono tuttavia in un mancato tentativo di miglioramento alla fine degli anni ‘90, dopo lo storico annullamento della politica di segregazione razziale in Sudafrica. Il governo di Mandela ha dovuto scontrarsi con gravi difficoltà economiche legate al deficit nazionale e alle grandi aspettative della comunità nera, che chiedeva abitazioni ed elettricità a disposizione di tutti i cittadini. Così il suo partito, L’African National Congress, ha dovuto affrontare una situazione la cui peculiarità potrebbe essere paragonata a quella dell’Europa alla fine della Seconda Guerra Mondiale, o a quella dell’Unione Sovietica dopo il regime comunista. Una “piccola” differenza consiste nel fatto che i sudafricani hanno perso i propri diritti per un tempo ben più lungo della durata della guerra o del comunismo di stampo staliniano, come precisa anche Ian Goldin, consigliere di Mandela quando era presidente.

In ogni caso, dal 1998, malgrado le difficoltà, la Repubblica Sudafricana è stata protagonista di una forte espansione economica. La costruzione di nuove abitazioni e la maggiore disponibilità di acqua pulita sembravano fornire nuove speranze prima della crisi finanziaria del 2008. Ancora una volta, i mal calcolati giochi di denaro e potere in occidente hanno colpito i Paesi del cosiddetto “terzo mondo”. L’industria mineraria, al centro dell’economia sudafricana, è stata duramente colpita. Circa metà dei due milioni di posti di lavoro creati nei quattro anni precedenti sono andati persi, e la situazione già difficoltosa di questo Stato alle prese con la disparità è diventata critica.

La Repubblica Sudafricana rimane una terra di forti squilibri economici e sociali. Mentre nelle città si può osservare un apparente miglioramento legato alla coesistenza di diverse comunità, gran parte della comunità nera resta segregata nelle baracche, lontana dalla ricchezza, lontana dagli studenti americani che pubblicano foto della propria esperienza all’estero. Più della metà della popolazione deve preoccuparsi di non perdere la propria baracca. Esattamente come accadeva prima del 1994.
Un documento, una data, una parola messa al bando. Nulla di questo cancella le differenze, i lasciti di decenni di colonizzazione, di decenni di imposizioni e pretese su terre che all’uomo bianco non sono mai appartenute né sono mai state familiari.