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Il denaro non dorme mai

Due film e una serie tv per avvicinarsi al mondo della finanza

Le recenti sventure economiche del colosso dell’immobiliare cinese Evergrande mi hanno inspiegabilmente riportata a quando in una fredda domenica sera di inizio 2016 uscii da un cinema di provincia dopo aver visto La grande scommessa. Il film parlava della crisi del 2008, ma ricordo ancora distintamente la sensazione di non averci capito assolutamente nulla lasciando la sala del cinema. A parecchi anni di distanza ho voluto verificare se le mie conoscenze di economia e finanza fossero rimaste stagnanti o si fosse quantomeno verificato un rialzo. Pessima battuta per rompere il ghiaccio? Probabilmente avete ragione.

 

The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013)

Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 Wall Street poteva essere considerato un Far West in giacca e cravatta. Tutto era lecito purché si raggiungesse il fine ultimo: fare soldi come aveva già insegnato il Gordon Gekko di Michael Douglas in Wall Street e Il denaro non dorme mai. Questo è l’unico obiettivo che spinge Jordan Belfort, interpretato da un magistrale Leonardo DiCaprio, novellino della finanza proveniente dal Queens che diventa broker presso la Rothschild lo stesso giorno del lunedì nero del 1987.

Da qui in avanti è un susseguirsi di ascese e cadute dello stesso Belfort in un vortice fatto di sesso, droghe e denaro, tanto denaro, così tanto da non sapere nemmeno come spenderlo. Pellicola irriverente e provocatoria, l’unica sua pecca è forse l’eccessiva lunghezza e ripetitività di certe dinamiche in scene diverse. Menzione d’onore alle interpretazioni di Matthew McConaughey e Margot Robbie a cui si aggiunge una improvvisa quanto tragicomica apparizione di Gloria di Umberto Tozzi nella colonna sonora del film.

Voto: 7 e mezzo di incoraggiamento, ma almeno a fine film avrete imparato cosa sono i penny stocks.

 

La grande scommessa (Adam McKay, 2015)

Mentirei se dicessi che alla seconda visione del film tutti gli aspetti tecnici della crisi del 2007-2008 mi sono ora chiari. The Big Short, titolo originale della pellicola decisamente più eloquente della traduzione italiana, rimane un prodotto cinematografico dal linguaggio volutamente complicato per il pubblico di non addetti ai lavori, come forse è giusto che sia per raccontare gli avvenimenti che hanno preceduto la crisi finanziaria di inizio anni 2000.

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La storia ruota attorno a tre diversi gruppi di investitori alquanto anticonvenzionali che già tra 2005 e 2006 riuscirono a prevedere il crollo del sistema economico americano e a “scommettere” contro di esso generando enormi profitti attraverso quella che in economia si chiama vendita allo scoperto, short selling in inglese. Tra mutui subprime ad alto rischio, obbligazioni di debito collateralizzate, agenzie di rating incompetenti o conniventi, il film offre un quadro completo della bolla speculativa creatasi nel mercato immobiliare statunitense e del sistema fraudolento portato avanti da Wall Street stessa.

Voto: 8 per avermi fatto ricredere. Giuro che Christian Bale, Ryan Gosling e Brad Pitt non hanno minimamente influenzato il mio metro di giudizio.

 

Diavoli (Nick Hurran, Jan Maria Michelini, 2020)

Spostandoci dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, nella Lontra a cavallo tra 2011 e 2012, Alessandro Borghi, Patrick Dempsey e Kasia Smutniak si muovono nell’Europa della grande recessione dalla quale tuttavia non sembrano essere particolarmente intaccati data la loro posizione privilegiata da “squali” della finanza. È il periodo della crisi del debito sovrano europeo, della crescita dello spread e del rischio default dei Paesi periferici della zona euro, i cosiddetti PIIGS (Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia).

Il trader italiano Massimo Ruggero corre per il ruolo di vice-CEO presso la American New York – London Bank grazie alla sua innata capacità di fare denaro tramite le speculazioni. Quando però uno scandalo legato alla sua passata vita coniugale turbolenta mette a rischio la sua carriera, Ruggero è determinato a scoprire chi lo voglia incastrare facendosi aiutare da un’organizzazione internazionale che ricorda un po’ troppo palesemente il modus operandi di WikiLeaks. Degno di nota il cameo finale di Mario Draghi, all’epoca dei fatti governatore della Banca Centrale Europea, e del suo spiazzante quanto risoluto whatever it takes.

Voto: 6 e mezzo. Per quanto questa serie sia stata una delle poche ragioni che mi faceva arrivare a fine settimana durante il primo lockdown del marzo 2020, trovo che la trama presenti delle lapalissiane incongruenze a mio avviso molto fastidiose. Merita comunque la sufficienza abbondante motivo per il quale guarderò quasi sicuramente la già annunciata seconda stagione.

And believe me, it will be enough.