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Il fascino del Giappone: il periodo Meiji

Archiviata dolorosamente l'era Tokugawa, si aprì una fase di profondo rinnovamento

L’OCCIDENTE IRROMPE NEL GIAPPONE FEUDALE

Quando nel 1853 i giapponesi videro la flotta di navi dalle vele nere comandata dal commodoro statunitense Matthew Perry, si resero conto che resistere sarebbe stato inutile. Gli armamenti moderni frutto del progresso tecnologico e scientifico occidentale si mostrarono al Giappone feudale in tutta la loro arrogante superiorità. L’anno successivo Perry ritornò, dopo una spedizione in Cina, con ancora più navi pesantemente armate. Fu l’inizio della fine per il glorioso potere dei Tokugawa -detto bakufu– che si trovarono costretti ad accettare un umiliante trattato ineguale imposto dai delegati statunitensi.

La famosa Convezione di Kanagawa, ovvero un trattato di “amicizia” tra Giappone e Stati Uniti, venne firmato da Perry e dallo shōgun Tokugawa Iesada. Quest’ultimo era da pochissimo succeduto al padre Tokugawa Ieyoshi che morì pochi giorni dopo l’attracco delle “navi nere”. Credenza vuole sia venuto meno per l’impressione subita da tale minaccia. La Convenzione non ruppe subito l’isolazionismo (il sakoku) giapponese autoimposto nel 1641, ma lo incrinò pesantemente imponendo l’apertura di alcuni importanti porti esclusivamente per gli statunitensi. Pochi anni dopo, nel 1858, venne siglato il trattato “Harris”, un altro documento solenne di “amicizia” e commercio con gli Stati Uniti, ai quali furono concessi pesanti privilegi territoriali.

Si trattava di precedenti che nel giro di poco tempo portarono il Giappone a subire accordi simili anche dall’impero russo, dalla Francia e dall’impero britannico. Proprio negli anni dei trattati ineguali il Giappone fu colpito da una serie di terremoti e tsunami che provocarono un altissimo numero di vittime. A questi disastri naturali si aggiunse un’epidemia di colera. Questi eventi, insieme a quelli più prettamente politici, gettarono l’agonizzante Giappone feudale nel caos e nell’instabilità. La guerra civile del 1868-1869 diede il colpo di grazia.

 

IL BAKUMATSU

La turbolenta fase che va dall’arrivo di Perry all’effettiva fine dello shōgunato è conosciuta come bakumatsu (“fine del bakufu”). Nell’anno precedente la vicenda delle navi nere venne alla luce Mutsuhito, figlio dell’imperatore Osahito e di una concubina di stirpe importante. Il giovane principe si affacciò al mondo quindi poco prima dell’umiliazione subita dal Giappone dai trattati ineguali del biennio successivo. Crebbe suo malgrado in quel contesto carico di tensione che fu il bakumatsu. Ma gli eventi presto precipitarono, senza dare al futuro sovrano il tempo di diventare uomo.

Nell’agosto del 1866 morì lo shōgun Tokugawa Iemochi. Il cambio al vertice dello shōgunato venne ufficializzato il 10 gennaio successivo col la nomina di Tokugawa Yoshinobu. Poco dopo, il 30 gennaio, venne meno l’imperatore Osahito a soli 35 anni, vittima del vaiolo. Il 3 febbraio un adolescente Mutsuhito fu proclamato imperatore del Giappone. Appena un anno dopo avrebbe visto il suo stesso popolo combattersi in una triste guerra civile. Il suo popolo, però, avrebbe visto lui sul trono per ben 44 anni. Il nuovo sovrano regnò infatti fino alla morte, avvenuta il 30 luglio 1912.

Durante il suo breve periodo di potere, l’ultimo degli shōgun attuò una serie riforme come tentativo estremo di rinforzare il bakufu. Ormai il leggendario periodo Tokugawa era agli sgoccioli. Il Giappone non era più quello del primo XVII secolo, e nemmeno il resto del mondo lo era. L’Occidente aveva praticamente sbattuto in faccia questa realtà a Tokugawa Ieyoshi pochi anni prima, nel 1853. Ora stava al nuovo shōgun fermare l’emorragia di potere. Le forze ancora fedeli non mancavano, ma erano sempre più messe in difficolta da quelle nazionaliste che speravano in una restaurazione del potere imperiale.

Queste due fazioni negli anni precedenti la guerra Boshin (“guerra dell’anno del drago”) chiesero anche aiuto a quel mondo occidentale che si pose come croce e delizia di quella fase. Se da una parte era una delle cause della crisi, dall’altra venne vista pure come una soluzione. Lo shōgunato trovò l’assistenza dei francesi, grazie ai quali rinnovarono soprattutto gli armamenti navali. Le forze imperiali ricevettero invece il sostegno britannico e statunitense.

 

LA GRANDE TRASFORMAZIONE

I 44 anni del regno Meiji videro un profondo rinnovamento sociale del Giappone, il quale si ritrovò inserito, suo malgrado, nelle dinamiche del commercio mondiale e delle relazioni internazionali. Una vera e propria grande trasformazione che doveva spazzare via le polveri dello shōgunato e aprire una fase completamente nuova della storia giapponese. Il bakufu venne abolito e con esso anche il sistema dei feudi (gli han), soppresso del tutto nel 1871. Alla struttura feudale si sostituì successivamente un sistema di prefetture su base geografica ancora oggi in vigore. Le diverse centinaia di feudi esistenti vennero soppiantati dalle attuali 47 prefetture.

Sempre nel 1871 una missione diplomatica guidata dal ministro Iwakura Tomomi partì alla volta di Stati Uniti e Europa. L’intento era di rinegoziare i trattati ineguali e di studiare da vicino la realtà di questi paesi. Il primo obiettivo fu un fallimento totale, ma il secondo consentì un patrimonio di conoscenze preziosissimo, che avrebbe contribuito non poco al rinnovamento in atto nella società giapponese. La missione nel 1873 approdò anche in Italia e fu ricevuta da Vittorio Emanuele II. La vicenda ha due precedenti storici importanti: il viaggio dell’ambasciata Tenshō in Europa (e in Italia) del 1582, guidata dal giovane Itō Mancio, e quello della missione diplomatica capeggiata dal samurai Hasekura Tsunenaga. Quest’ultima ambasciata partì dal Giappone nel 1613 per giungere prima nell’attuale Messico e poi in Europa. Anche in questo caso vi fu una visita in Italia (nel 1615).

Nel 1872 un’importante riforma scolastica, su cui influirono i modelli stranieri, contribuì a proiettare il Giappone verso la modernità, staccandolo sempre più dai sistemi educativi tradizionali. Migliaia di occidentali vennero invitati dal governo Meiji per contribuire al progresso scientifico, tecnologico e culturale del paese. Gli anni d’oro dell’isolamento sembravano ora solo un vago ricordo. Anche la riforma industriale non fu da poco, e permise un’autentica rivoluzione che portò alla costruzione di ferrovie, fabbriche e infrastrutture. La contemporanea crescita economica piantava i primi semi di stampo capitalista.

Questo progresso e il rinnovato fermento sociale tuttavia non cancellarono il sentimento di insoddisfazione contro quei trattati ineguali considerati un’umiliazione. Un acceso risentimento verso gli stranieri riemergeva in una nuova forma dalle ceneri sopite dei tempi delle persecuzioni cristiane. Una consapevolezza di forza e di fiducia si fece spazio nel nuovo Giappone, che trovò terreno fertile nel nazionalismo e nel militarismo. Di lì a poco, anche il lato negativo dell’apporto occidentale al rinnovamento Meiji si fece avanti.

 

L’ESPANSIONISMO IMPERIALE

Sul finire del XIX secolo il governo Meiji temeva la potenza dell’impero zarista, unita a all’aggressività occidentale. Era l’epoca dei grandi imperi coloniali europei e della rampante macchina da guerra statunitense, di cui il Giappone aveva già avuto un assaggio nel 1853, e ne avrebbe avuto uno inimmaginabile nel 1945. Il rinnovamento Meiji aveva portato anche significative migliorie negli armamenti, soprattutto navali. Un quadro complessivo che portò l’impero a correre a rivedere le proprie priorità.

Nel 1875 il Giappone impose alla Corea un trattato simile a quelli subiti dagli Stati Uniti circa vent’anni prima. Le risorse naturali coreane suscitarono le mire dell’impero giapponese, che col trattato si assicurava una sorta di mercato privilegiato. L’evento portò allo scontro con la Cina, cui la Corea era subordinata. Nel 1885 giapponesi e cinesi risolsero temporaneamente la disputa. La tensione però salì negli anni successivi ed esplose nel 1893, con le prime schermaglie che sarebbero sfociate l’anno successivo ufficialmente in guerra. Nell’aprile 1895 il Giappone poté godere il frutto della modernizzazione. I migliori armamenti posseduti consentirono la conquista di molti territori cinesi, tra cui la Manciuria e Taiwan.

Preoccupate dal successo giapponese le potenze russa, francese e tedesca si affrettarono ad inserirsi nei negoziati di fine guerra. Diversi territori cinesi furono occupati da questo “Triplice intervento” per contenere l’espansionismo giapponese. Ma non passò molto tempo che l’impero Meiji dichiarò di nuovo guerra, questa volta alla Russia. Era il 1904 e ancora una volta i progressi del rinnovamento giapponese davano i suoi frutti. L’anno successivo, dopo un sanguinoso conflitto svoltosi principalmente in Manciuria, anche il grande impero zarista venne sconfitto. Le nuove acquisizioni territoriali accrebbero il prestigio (e il nazionalismo) giapponese, che ora non poteva più essere ignorato dalle potenze straniere.

Circa cinquant’anni dopo l’umiliazione subita dai trattati ineguali, il Giappone mostrava al mondo la propria forza. Il nuovo imperatore Yoshihito salì al trono nel 1912, chiudendo così il periodo Meiji e aprendo quello Taishō. I tempi della guerra non erano finiti. Lo scoppio della Grande guerra cambiò per sempre le regole del gioco. Il Giappone entrò nel conflitto dichiarando guerra alla Germania nel 1914, rea di non voler lasciare i territori occupati in Cina. Due anni dopo, ancora una volta, l’impero usciva rafforzato dall’impegno bellico, con l’assegnazione delle isole strappate ai tedeschi e di altri privilegi sui territori cinesi. Nei decenni successivi la gloria militare avvicinò pericolosamente il Giappone alla Germania nazista, presa come modello di potenza egemone. Ma questa volta, come i posteri hanno il privilegio di sapere, la fiducia nella propria forza si scontrò con la realtà dei fatti. In principio fu lo spavento destato dalla superiorità militare mostrata dalle navi nere degli statunitensi nel 1853. Meno di un secolo dopo lo spavento arrivò dall’alto. Gli Stati Uniti anche stavolta portarono direttamente sotto gli occhi dei giapponesi il loro progresso. Solo che in questo caso non fu possibile ai presenti pensare al da farsi. Pochi istanti dopo divennero polvere.