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Il futuro? Un salto nel vuoto

Storia di giovani a cui viene chiesto di volare dopo aver tarpato loro le ali

“Cosa farai dopo il liceo?”. È la domanda che un maturando si sente rivolgere con una media non inferiore a una o due volta a settimana. In base alla risposta data, l’espressione dell’interlocutore copre un’interessante gamma di sfumature: si passa dal sorriso forzato di chi non ha neanche capito di che facoltà si stia parlando alla commiserazione neanche troppo celata per essersi sentito rispondere “Lettere classiche”, dall’entusiasmo per un futuro ingegnere aerospaziale al sorriso di circostanza di chi in fondo sa che Biotecnologie la scelgono solo quelli che non hanno superato il test di medicina.

E se pensate che questo possa essere frustrante provate ad affrontare la domanda seguente: “Ma dopo che vuoi fare?”. Arrivati a questo punto, con l’espressione del malcapitato studente sotto torchio che chiaramente sta dicendo: “Manco so cosa farò stasera, secondo te ci ho già pensato?!”, il mondo essenzialmente si divide in due categorie. C’è chi parte con il sermone sull’importanza di seguire i propri sogni perché fare tutta una vita qualcosa che non appassiona è difficile. E c’è chi il titolo universitario lo riserverebbe soltanto a Medicina e Ingegneria, perché in tutti gli altri ambiti, tanto, lavoro non si trova.

È proprio questo il punto che forse alla gente sfugge: il lavoro non si trova. Probabilmente la metà di noi giovani laureati finirà per fare qualcosa di completamente diverso da ciò che ha studiato. Oppure imparerà sul campo mille informazioni che l’osannata (e ben pagata) università non gli ha trasmesso. Persone che sono impiegate negli ambiti più disparati dicono tutte che le cose vanno male, che i contratti per i nuovi impiegati sono precari e sottopagati, che la richiesta non è più quella di una volta…

E quindi, posto che non possiamo essere tutti medici o ingegneri, che dobbiamo fare? Ultimamente non c’è una via da percorrere, una via che assicuri di arrivare al risultato sperato. O, insomma, almeno a un risultato. Chi tenta la sorte rincorrendo i propri sogni viene deriso. Anzi, lui stesso si ritrova ad affermare, tra lo scherzoso e lo sconfortato, “Probabilmente finirò sotto un ponte”. Chi cerca strade un po’ più sicure si scontra contro una vasta concorrenza. Chissà come mai, qualcun altro deve avere avuto la stessa idea: con economia vado sul sicuro. Siamo di fronte a un bellissimo, grande, immenso, dannatissimo vicolo cieco.

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E a quei cari signori che con aria ispirata, neanche fossero sul punto di partorire un’idea da premio Nobel, sentenziano “Basta essere bravi, insomma, dovete distinguervi per la vostra eccellenza”, rispondo che il mondo è pieno di gente brava, che spesso viene lasciata a casa, ingiustamente o perché compete con qualcuno ancora più bravo.

Purtroppo non è più come al tempo dei nostri genitori. A loro l’indeterminato era offerto appena mettevano piede in ufficio. Il posto di lavoro andrà guadagnato, magari facendo altro nell’attesa dell’offerta dei nostri sogni (che potrebbe anche non arrivare mai). O magari fuggendo all’estero in cerca di speranza.

Dopo il liceo siamo chiamati dalla società a scegliere un sentiero e noi speriamo di raggiungere una meta che la stessa società ci presenta come nera di nubi da cui non si può sfuggire. Chi ha un sogno è quantomeno avvantaggiato. Chi deve ancora trovarlo è in balìa di una negatività sterile e condivisa, che non solo non lo aiuta a scegliere una direzione. Anzi, ingarbuglia tutte le possibilità e spegne la luce. Come si fa ad affrontare il nostro futuro in queste condizioni? Come facciamo ad affrontare la sfida se ci viene detto ogni giorno che tanto abbiamo perso in partenza?

E se lo chiede una che studia Culture e Letterature del Mondo Moderno (tranquilli, è normale che non abbiate la benché minima idea di che cosa sia) e che dopo tre anni non sa ancora cosa vuole fare della sua vita.