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Il linguaggio di genere

Come usare il femminile nella lingua italiana

Il linguaggio che utilizziamo per parlare veicola dei codici e dei segni i quali, di solito, sono condivisi dalla comunità di parlanti in cui viviamo. Questi codici sono il frutto di un’evoluzione linguistica e quella che ha coinvolto e coinvolge l’italiano è molto avvincente. L’italiano, come il francese e lo spagnolo, è una lingua romanza cioè continua il latino parlato, quello che di solito definiamo “volgare” a partire dal Medioevo. Dopo vari dibattiti sul volgare illustre da adottare per la letteratura e poi sulla definizione di una lingua standard, si è arrivati all’italiano che parliamo tutt’ora, che tuttavia è diverso rispetto a quello parlato dai nostri genitori. La lingua, infatti, cambia continuamente e la possiamo definire “viva” per questo motivo. Oggi tale cambiamento è molto visibile e stanno emergendo, soprattutto grazie ai social, movimenti a favore di una lingua più inclusiva e attenta a non discriminare.

 

Che cos’è, dunque, il linguaggio di genere?

Il linguaggio di genere è un linguaggio che, rispettando le regole grammaticali laddove possibile, non discrimina le donne. Perché proprio le donne? Perché le donne sono state a lungo – e purtroppo lo sono ancora oggi – discriminate in quanto tali e la lingua è uno degli strumenti adottati, spesso inconsapevolmente, per farlo.

Come abbiamo detto, parlando si veicola un messaggio, che può essere denigratorio e discriminante: se mi appello a un team di dottoresse come “ragazze”, sto sminuendo il loro ruolo lavorativo in favore di un linguaggio più familiare, che non tiene in considerazione il loro status di dottoresse. Situazione opposta accade – generalmente – nei confronti di un team di dottori: nessuno li chiamerebbe mai “ragazzi”.

Purtroppo questa tipologia di discriminazione la si riscontra soprattutto nelle testate giornalistiche, dove succede quanto scritto sopra: le donne vengono sempre definite diversamente dai loro corrispettivi maschili, specialmente in ambito lavorativo. Fateci caso: quante volte avete letto un articolo in cui non era riportato il cognome di una donna, ma solo il suo nome o qualche appellativo di fantasia? Quante volte avete letto la condizione sociale (vedova, moglie, madre) prima dei loro nomi, cognomi e professioni?

 

Alcuni libri sul tema

Ecco, tutto questo fa parte della discriminazione di genere, che, in questo caso, passa  attraverso il linguaggio. La scrittrice e attivista Michela Murgia nel libro “ Stai zitta, e altre nove frasi che non vogliamo sentire più” passa in rassegna appellativi e locuzioni che le donne sentono ripetersi ogni giorno, spesso in qualsiasi ambito. E non sono soltanto delle “frasi” utilizzate senza pensarci, sono vere e proprie discriminazioni e mancanze di rispetto. Una su tutte è la marcatura dell’articolo femminile la prima di un cognome di donna utilizzato, di solito, se il soggetto in questione occupa una posizione lavorativa di un certo prestigio: la Murgia, la Boschi, la Bonino e così via.

 

Perché l’uso dell’articolo femminile davanti a un cognome dovrebbe essere una discriminazione?

Per due motivazioni: in primo luogo perché si va a sottolineare il fatto che quella data persona sia donna, come se si dovesse per forza evidenziarne il suo status e, in secondo luogo, perché non avviene lo stesso con i rispettivi colleghi uomini. Se rimaniamo più o meno nello stesso ambito e pensiamo a persone come Saviano, Di Maio, Draghi etc., non ci verrebbe mai in mente di appellarci a loro come il Di Maio, il Draghi, il Saviano. Tutto ciò, e qui è doveroso dirlo, non c’entra con l’uso di alcuni dialetti di apporre l’articolo di fronte a qualsiasi nome, qui si parla dell’italiano standard.

 

Poi c’è la questione dei femminili professionali…

Per qualche strana ragione alcuni femminili professionali vengono ritenuti nella norma, mentre altri no. Ed è così che si ha la diatriba tra avvocata, avvocato, ingegnera, ingegnere, architetta, architetto, ministra, ministro, per appellarsi a una donna che ricopre uno di questi ruoli. La sociolinguista Vera Gheno nel suo libro “Femminili singolari, il femminismo è nelle parole” analizza questo fenomeno fornendo indicazioni sull’uso corretto, chiarendo che dove l’italiano lo permette è doveroso utilizzare il femminile professionale. Quindi un’avvocata, un’ingegnera, un’architetta e così via.

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Nel libro, Gheno porta alcuni esempi di tweet o post in cui alcune persone cercano di addurre motivazioni, erronee, per giustificare l’uso del maschile anche quando la grammatica italiana prevede il femminile. Tali motivazioni sono per lo più convinzioni del tipo: “suona meglio al maschile” o “una volta non c’erano donne avvocato”; e la sociolinguista risponde così:

« […] i vari femminili (o maschili, in alcuni casi: vedi estetista usato al maschile) esistono tutti da un preciso momento: da quando quella parola ha iniziato a servire perché nella realtà era comparsa la persona da indicare con essa».

« […]non è rintracciabile nessuna motivazione linguistica reale al fatto che ci siano sarte, operaie, ostetriche, segretarie e modelle e non ci possano essere ingegnere, ministre o assessore. Decenni fa non c’erano nemmeno deputate e senatrici; oggi esistono senza problemi (sia come persone, sia come nome declinato al femminile). La loro fortuna è stata probabilmente quella di affermarsi alla chetichella, in maniera ‘naturale’. Il che, però, è dimostrazione di quanto la questione di irrigidirsi sull’impossibilità d’impiego di determinati femminili sia sociale e non linguistica».

Cosa dice l’Accademia della Crusca in merito?

Qui è doverosa una premessa molto importante: l’Accademia della Crusca, Zingarelli, Garzanti, Treccani etc., sono delle lessicografie e, riprendendo dal libro di Vera Gheno, « […]ognuna delle quali compila il proprio vocabolario con criteri non sempre perfettamente uguali […]. Allo stesso modo, esistono molte grammatiche di ottima qualità, ma nessuna che possa essere considerata come la grammatica italiana per eccellenza […]. La Crusca, nella pratica, non ha un ruolo rigidamente prescrittivo; come tutti gli altri enti interessati a questioni di lingua descrive la realtà linguistica piuttosto che prescriverla».

La Crusca, dunque, dà dei consigli e può spiegare alcune questioni in maniera autorevole, ma non è la massima autorità. Ad ogni modo, sul sito si possono trovare numerose risposte a dubbi di questo tipo e tutte che vertono su quanto già detto: a favore dell’uso dei femminili professionali.

 

Fonti e consigli

Accademia della Crusca: http://old.accademiadellacrusca.org/it.1.html.

Vera Gheno, I femminili singolari, il femminismo è nella parole, ediz. ampliata, Effequ, 2021.

Michela Murgia, Stai zitta, e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, 2021.

Chiara Tagliaferri e Michela Murgia, Morgana, podcast.