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Il periodo Edo: il fascino del Giappone

"Racconto breve" sulla più affascinante epoca della storia Giapponese

35mm original

L’epoca dei Togukawa

Il periodo Edo (1603-1868) deve il suo nome all’omonima città giapponese, ribattezzata Tokyo il 3 settembre 1868 . Non fu solo il nome della capitale a cambiare con la caduta dello shōgunato. Una svolta epocale si ebbe ad ogni livello della società, che dopo oltre due secoli di “isolamento” si riaprì completamente al mondo, rinnovando se stessa e proiettandosi nella modernità. Fino a quel momento il Giappone era stato retto da un sistema sociale feudale gerarchizzato (il bakuhan) al cui vertice si poneva lo shōgun, quello che oggi potremmo paragonare ad un dittatore militare. Dal conflitto che diede avvio al periodo Edo emerse la figura di Tokugawa Ieyasu.

Sconfitti i rivali del clan Toyotomi durante la battaglia di Sekigahara (1600), Tokugawa assunse il controllo assoluto del Giappone, gettando persino il potere imperiale nell’ombra, dove questo resterà fino all’ultima parte del XIX secolo. Si mise così fine alla lunga fase degli Stati belligeranti (conosciuta come periodo Sengoku) che si trascinava da quasi un secolo e mezzo. Da quel momento la dinastia Tokugawa divenne un tutt’uno col “suo” periodo, al punto da diventarne sinonimo. Infatti l’intero periodo Edo/Tokugawa sarà contraddistinto dal potere politico e militare esercitato dai vari shōgun (detto bakufu).

E’ proprio a cavallo tra la fine del periodo precedente e la prima metà del Tokugawa che si registrano i rapporti più intesi con l’Occidente (nel bene e nel male). I contatti con gli occidentali furono piuttosto frequenti a partire dal XVI secolo, quando i primi missionari gesuiti giungevano con intenti di proselitismo religioso sulle coste giapponesi. Fu proprio grazie a uno di loro, l’italiano Alessandro Valignano, che venne organizzata quella che passò alla storia come la prima missione diplomatica giapponese inviata in Europa.

Nel 1582 il gesuita scelse quattro giovani cristiani giapponesi per formare una ambasciata (conosciuta come Tenshō) da inviare presso le maggiori personalità europee. Il gruppo visitò il Portogallo, la Spagna e l’Italia, venendo ricevuti sia dal sovrano spagnolo Filippo II che da papa Gregorio XIII. Lo stupore che suscitarono i giovani giapponesi presso gli europei fu tale che, ad esempio, il Tintoretto non resistette alla tentazione di fare un ritratto di Itō Mancio, a capo della spedizione. Un’impresa simile (tra il 1613 e il 1620) sarà compiuta dal samurai Hasekura Tsunenaga che, a capo di un’altra spedizione diplomatica, passando per l’attuale Messico giungerà in Spagna, Francia e Italia. Anch’egli verrà ricevuto da un sovrano spagnolo, Filippo III, e da papa Paolo V.

Il difficile rapporto coi missionari cristiani

Mentre dall’altra parte del mondo gli europei sterminavano le malcapitate popolazioni delle Americhe, in Giappone giunsero i primi missionari europei, determinati a fare proselitismo cristiano. Nel 1549 arrivò il Giappone il gesuita spagnolo Francesco Saverio (santificato nel 1622) insieme ad altri religiosi. Grazie alla sua opera e a quella di altri missionari gesuiti, nel giro di pochi anni molti giapponesi si convertirono al nuovo culto. Il fenomeno però, dopo un’iniziale tolleranza da parte delle autorità, fu contrastato poiché rappresentava un potenziale fattore di instabilità politica e sociale. Nel 1597 ventisei cristiani (sia giapponesi che europei, tra questi anche dei gesuiti) vennero crocifissi a Nagasaki.

Questa fu solo una delle tristi vicende che segneranno per lungo tempo la repressione nei confronti dei cristiani. Poco tempo dopo nel 1614, la famiglia Tokugawa bandì il cristianesimo, e la repressione si fece ancora più dura. I pochi cristiani rimasti professarono la loro fede in clandestinità, passando alla storia come kakure kirishitan (“cristiani nascosti”). Esasperati dalle persecuzioni, nel 1637 i giapponesi cristiani (in gran parte contadini) diedero vita alla rivolta di Shimabara, un’insurrezione dall’esito scontato e fatale. Nulla poterono gli insorti contro le forze dello shōgun.

A capo della rivolta vi era Amakusa Shirō, giovanissimo rōnin (cioè samurai decaduto) di fede cattolica. La ribellione fu sedata nel sangue durante l’assalto al castello di Hara. Il tema delle persecuzioni cristiane in Giappone ha ispirato il grande regista Martin Scorsese, che nel 2016 ha diretto il film Silence. La pellicola, che ricevette una candidatura agli Oscar, racconta la difficile storia dei padri gesuiti durante il periodo Tokugawa. Il film è tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Shūsaku Endō,

Il sakoku

Gli avvenimenti di Shimabara ebbero un loro peso nella successiva decisione dei Tokugawa di isolare quasi del tutto il Giappone dall’Occidente. In realtà l’editto in tal senso emanato nel 1641 dallo shōgun Tokugawa Iemitsu, più che isolare, tendeva a rendere meno accessibile l’ingresso degli stranieri. Gli unici europei per i quali era lecito continuare i rapporti commerciali col Giappone furono gli olandesi. Questi mercanti potevano servirsi del solo porto di Nagasaki, nella cui baia sorgeva l’isola artificiale di Dejima. Costruita nel 1634, inizialmente ospitava i missionari cristiani provenienti dal Portogallo.

In seguito alla loro cacciata per volere dello shōgun, l’isola divenne la base operativa della potente Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Dejima negli anni a venire permise in qualche modo un contatto continuo tra giapponesi e occidentali, consentendo a entrambe le culture di scambiarsi nozioni, notizie, conoscenze e soprattutto, di fare affari.

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A Dejima infatti i giapponesi acquistavano oggetti dagli europei e viceversa. Tra questi, moltissimi libri in lingua olandese il cui studio era necessario per acquisire le conoscenze provenienti da terre così lontane. Si venne a creare un vero e proprio metodo di apprendimento (il rangaku-letteralmente “studio olandese”) col quale gli studiosi giapponesi poterono entrare in contatto con le scoperte e le invenzioni europee. Questa politica restrittiva che caratterizzò gran parte dello shōgunato Tokugawa è conosciuta come sakoku (“paese blindato”).

Come già accennato tuttavia, non è del tutto vero che il Giappone durante questo periodo di autarchia si isolò dal resto del mondo. I territori amministrati dai signori feudali godevano di una certa autonomia amministrativa, e quindi le regole potevano essere più o meno severe a seconda del luogo.

Risale più o meno all’ultima parte del periodo Edo quel fenomeno culturale che prenderà il nome di Giapponismo. Gli oggetti giapponesi che i mercanti olandesi diffusero in tutta Europa nel XIX secolo suscitarono una grande ondata di interesse. Quella cultura così affascinante e così lontana ispirò i grandi pittori dell’epoca, tra cui Van Gogh, Monet, Manet, Toulouse-Lautrec, Degas. In Giappone erano gli anni d’oro dell’ukiyo-e, corrente artistica che vide tra i suoi grandi nomi Utamaro, Hokusai e Hiroshige. Le opere dei maestri giapponesi ebbero un’influenza enorme sull’Occidente, tangibile ancora oggi.

La fine dello shogunato

Ad aprire la fase di crisi che contraddistinse l’ultima fase Edo (periodo Bakumatsu) fu l’arrivo delle cosiddette “navi nere”. Così i giapponesi chiamarono le quattro navi da guerra statunitensi che l’8 luglio del 1853 approdarono nella baia di Edo (oggi Tokyo). Al comando vi era il commodoro Matthew Perry, inviato dal presidente statunitense Fillmore per infrangere una volta per tutte il sakoku. La prova di forza mostrata fece tremare persino lo shōgun Tokugawa Ieyoshi che si crede non abbia retto il colpo, essendo morto pochi giorni dopo.

Perry ritornò l’anno successivo (nel frattempo si era recato in Cina) con ancora più navi da guerra. Con la firma della Convenzione di Kanagawa del marzo 1854 da parte anche del nuovo shōgun Tokugawa Iesada, il prezioso isolamento giapponese fu infranto per sempre. Si aprì una fase di intensi scambi e di altri trattati con gli stranieri. Un cambiamento che portò a rivolte popolari contro l’ormai decadente potere dei Tokugawa. Furono le premesse di una sanguinosa guerra civile.

Con la guerra Boshin (durata circa un anno e mezzo) si ebbero gli ultimi spasmi del morente periodo Edo. A contrapporsi c’erano gli irriducibili sostenitori del glorioso shōgunato e coloro che invece volevano la restaurazione del legittimo potere imperiale. La decisione della corte imperiale di abolire una volta per tutte il bakufu nel 1868 scatenò la reazione dei Tokugawa.

Il tutto avveniva sullo sfondo di un Giappone completamente cambiato rispetto a pochi decenni prima. L’apertura forzata delle frontiere aveva permesso una rapida modernizzazione della società giapponese, che esploderà in ogni campo nel successivo periodo Meiji. Entrambe le fazioni in guerra fecero ricorso alle conoscenze e al supporto straniero. La fazione imperiale strinse rapporti con gli anglo-americani, mentre lo shōgunato si rivolse ai francesi.

Con l’assalto finale ai reduci rimasti di quest’ultima fazione, ritiratisi nella regione di Hokkaidō, ebbe fine la guerra civile. Il Giappone si riunì sotto un unico regno e scelse di rivedere il rapporto con gli stranieri, sotto un punto di vista più collaborativo. Si avviò così definitivamente la Restaurazione Meiji, dal nome della famiglia di Mutsuhito, il nuovo imperatore, che regnerà fino al 1912. Anche se questa nuova fase segnerà l’apertura, soprattutto culturale, del Giappone rispetto al resto del mondo (e viceversa), il fascino del periodo feudale è giunto intatto sino a noi.

Il fenomeno del Giapponismo conoscerà in questa fase una vera fase aurea, portando con sé dall’estremo Oriente storie affascinanti che condizioneranno tutta la cultura occidentale. Oggetti come ventagli, kimono, katane e illustrazioni divennero appannaggio di facoltosi collezionisti. Le storie di coraggiosi samurai e di rōnin fecero la loro comparsa nella cultura di massa. Proprio il discendente di un samurai, il regista Akira Kurosawa, sarà tra coloro che contribuirà nell’arco del XX secolo a far conoscere le storie del Giappone feudale nel mondo.