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Il punto sulla Brexit: cosa succede a Westminster?

3 sconfitte parlamentari, 21 conservatori espulsi e le dimissioni di due ministri: il record totalizzato da Boris Johnson fa traballare la brexit per l’ennesima volta. Dopo la sospensione dei lavori in parlamento si aspetta la resa dei conti con l’UE fissata per il 31 ottobre, vincolata adesso dalla legge anti-no deal. E a due settimane dalla fatidica data si prospetta sempre più nitida la possibilità di nuove elezioni.

Cosa è successo?
Il primo ministro Boris Johnson al 10 di Downing Street

La mossa di Downing Street che ha fatto accendere la miccia è stata la cosiddetta “prorogation”, la sospensione delle attività parlamentari dal 9 al 14 ottobre concessa dalla regina il 28 agosto. Si tratta di una norma che permette al parlamento di avere un break prima di una nuova sessione, ad esempio per organizzare una campagna elettorale. Ma qui le motivazioni sono tutt’altro che tecniche. La “prorogation” si è trasformata in un’arma a doppio taglio, un espediente a norma di legge per avere le mani libere dalle interferenze dal parlamento. Dai banchi di Westminster la battaglia contro la “strumentalizzazione della democrazia” si è estesa a tutto il Paese, dalle manifestazioni in piazza, alle raccolte firme (più di 1,5 milioni alla fine di agosto) fino ai ricorsi legali capeggiati dall’imprenditrice Gina Miller. 

La risposta di Westminster non si è fatta attendere e nel giro di dieci giorni il Governo ha subito una sconfitta dopo l’altra: prima l’approvazione della cosiddetta “legge anti-no deal”, che obbliga Johnson a chiedere un rinvio della Brexit di tre mesi se non verrà raggiunto un accordo entro il 31 ottobre, e poi i due rifiuti consecutivi di fronte alla richiesta del primo ministro di andare a elezioni anticipate il 15 ottobre.

Una strategia precaria

La via della “Great Escape” si complica per il primo ministro inglese, che ha fatto della brexit entro il 31 ottobre il suo cavallo di battaglia. Quella di Johnson è stata fin dall’inizio una strategia di governo (su cui avrebbe puntato anche le elezioni) giocata sul confronto tra popolo e parlamento, tra chi avrebbe perseguito a qualsiasi costo l’esito del referendum e chi vi si opponeva. La “prorogation” è dunque la conferma di un disegno più ampio, che avrebbe posto il governo come vero portavoce della democrazia e del popolo britannico. 

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L’antagonismo governo-parlamento non ha però dato i risultati sperati, e anzi ha provocato una frattura tra le file conservatrici: 21 Tories sono stati espulsi dal partito dopo aver votato a favore della mozione della proposta di “legge anti-no deal” e due ministri hanno dato le dimissioni, il ministro dell’istruzione (e fratello del premier) Jo Johnson e il ministro del lavoro Amber Rudd. 

Se Downing Street non troverà un accordo entro il 31 ottobre Johnson dovrà fare i conti con la “legge anti-no deal” e chiedere un rinvio. Inutile dire che sarebbe un colpo basso per Johnson, che ha costruito la propria credibilità politica sull’uscita entro il 31 ottobre. Secondo il commentatore del Financial Times Philip Stephens, l’ipotesi più probabile è che il primo ministro si attenga alla legge per poi rassegnare le dimissioni. L’ultima possibilità di negoziare un accordo sarà il Consiglio Europeo che si terrà tra il 17 e il 18 ottobre. 

Elezioni all’orizzonte
Il leader del Labour Party Jeremy Corbyn

Il terreno battuto da Boris Johnson ha lasciato spazio ad una nuova prospettiva, quella di nuove elezioni dopo il 31 ottobre. E tra le file di Westminster già ci si prepara ad un’eventuale campagna elettorale, che riaprirebbe la questione “leave or remain” con un nuovo referendum. È il caso dei liberal democratici di Jo Swinson e soprattutto di Jeremy Corbyn, leader del Labour Party ed accanito oppositore dell’attuale primo ministro: “la nostra priorità” ha dichiarato il parlamentare, “è dare alle persone la possibilità di eleggere un governo che si occupi di loro e poi di scegliere se restare nell’UE o uscire tramite un’opzione credibile e negoziata”.

Ora il partito conservatore di Johnson è sostenuto dal DUP (Democratic Unionist Party), ma non basterà a garantire la maggioranza assoluta in caso di elezioni. Allo stesso modo una coalizione tra le restanti forze politiche appare complessa. La liberaldemocratica Jo Swinson non vuole Corbyn a Downing Street e partiti indipendentisti come SNP e Plaid Cymru potrebbero creare problemi. Il fattore chiave ha un nome, un volto e un partito, quelli di Nigel Farage. Il leader del Brexit Party infatti potrebbe intraprendere una decisa campagna elettorale sulla linea della “hard brexit”, privando così i Tories di altri voti. In ogni caso, non è da escludersi la possibilità di un altro “hung parliament”, un “parlamento appeso”. 

La posta in gioco

Sul piatto della bilancia ci sono dazi, procedure doganali, immigrazione e molto altro, dal Brexit bill, i 39 miliardi di sterline che il Regno Unito dovrà versare all’UE (e che Johnson si rifiuta di pagare), al celebre “backstop”, il trattato proposto dall’Unione per regolare la frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. E come sempre anche la credibilità politica di chi, come Corbyn o Johnson, ha puntato o punta tutto su un singolo traguardo.