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Iran: attentato allo scienziato Fakhrizadeh

Qual è il retroscena di quest'ennesimo attacco a un esponente iraniano?

Lo scorso 27 novembre lo scienziato nucleare iraniano Moseh Fakhrizadeh è stato vittima di un agguato che lo ha portato alla morte.

Le circostanze dell’attacco non sono ancora chiare: nonostante altre ipotetiche versioni, l’agenzia di stampa iraniana Fars News sostiene che l’uomo sia stato ucciso dai colpi di una mitragliatrice azionabile da remoto, tecnologia sofisticata riconducibile a pochi paesi tra cui l’Israele.

È questo, infatti, lo stato indicato da Rouhani, presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, come il fautore dell’omicidio.

Quest’ attentato, però, non è un caso isolato, ma risulta essere il terzo di quest’anno compiuto ai danni di personaggi di spicco dell’Iran: il primo contro il generale iraniano Qasem Soleimani, eseguito per mezzo di droni statunitensi, il secondo contro l’importante leader di Al Qaida, abu Muhammad al Masri, compiuto da agenti dell’intelligence israeliana.

Qual è l’origine di queste azioni repressive ai danni dell’Iran?

Procediamo con ordine: l’Iran è una nazione che basa gran parte del suo potere sul nucleare: questo lo rende lo stato militarmente più forte in tutto il Medio Oriente, in grado di definire gli equilibri del territorio in maniera autoritaria.

Questa possibilità preoccupò non poco la comunità internazionale, che nel 2015 fece siglare il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) dai cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito) insieme alla Germania, con l’obiettivo di arrestare la ricerca dell’Iran sul nucleare volto alla produzione di armi atomiche.

Il patto prevedeva l’eliminazione di gran parte delle riserve di uranio e la drastica riduzione del processo di arricchimento dell’elemento chimico. In cambio l’Iran ottenne la cessazione delle sanzioni economiche imposte precedentemente da Stati Uniti, Unione Europea e dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

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La smilitarizzazione dell’Iran procedette per qualche anno, finché l’8 maggio 2018 il presidente americano Donald Trump non annunciò l’uscita dall’accordo e instaurò nuovamente le sanzioni contro l’Iran, ignorando l’impegno preso e perseguendo esclusivamente gli interessi internazionali.

Lo scopo di tale azione risiedeva nella volontà di Trump di rinegoziare il patto in termini più favorevoli per gli Stati Uniti e provocare il crollo del governo in Iran. Nessuna delle due cose è avvenuta.

Le nuove sanzioni imposte alla Repubblica Iraniana, però, hanno pesato moltissimo sullo stato, che ad oggi si trova in forte crisi economica. Oltretutto i continui attentati rivolti ai più importanti esponenti del regime pongono l’Iran in una situazione difficile: come rispondere agli attacchi? Da una parte l’orgoglio nazionale impone di ribattere in maniera ferma, in modo tale da non mostrarsi vulnerabile, dall’altra una risposta agli Stati Uniti comprometterebbe una possibile via diplomatica con il nuovo presidente Biden, con il quale sarebbe conveniente rinegoziare gli accordi e cancellare le sanzioni.

Cosa c’entra l’Israele?

L’Israele, storico alleato degli Stati Uniti, è uno degli stati che temono maggiormente l’affermazione dell’Iran sul piano militare.

A dispetto di quanto sostiene Rouhani sull’impiego dell’energia nucleare, ovvero che sia usata per scopi civili, Israele ritiene che l’Iran abbia continuato anche dopo il 2015 a lavorare sul progetto di dotarsi di una bomba atomica e credeva che a capo di tale progetto ci fosse proprio Fakhrizadeh.

La politica militare ed estera dell’Iran influenzò ed influenza tuttora molti conflitti, comprendendo il sostegno ai ribelli palestinesi e, in Libano, ad Hezbollah, organizzazione paramilitare antiisraeliana. In sostanza è nell’interesse di Israele che l’Iran rimanga una nazione militarmente debole, perché l’alternativa sarebbe un nemico troppo forte da assoggettare.

Così si spiegano gli attacchi congiunti ai personaggi più importanti dell’Iran mossi contemporaneamente dagli Stati Uniti ed Israele, i quali, oltre ad avere ciascuno le proprie ragioni per questa politica repressiva, sono da sempre saldi alleati nell’intero panorama mediorientale.