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Ius Soli e Ius Sanguinis: cittadinanze a confronto

Sono anni e precisamente è dal 2013 che nei cassetti del Senato resta bloccata la proposta di legge sulla riforma della cittadinanza che vorrebbe introdurre il discusso Ius Soli. Sembra che le cose stiano per sbloccarsi e, infatti, secondo il premier Gentiloni già a novembre, massimo gennaio, il testo potrebbe arrivare in discussione in aula.

Una riforma delle modalità di acquisto della cittadinanza italiana è secondo alcuni necessaria, soprattutto alla luce delle ondate migratorie che stanno investendo la nostra penisola da parecchi anni. È giusto per tutelare chi in Italia c’è nato, chi è arrivato da tanti anni e chi sta arrivando.

Come funziona oggi la cittadinanza in Italia? A seguito della legge n° 91 del 1992 il sistema prevalente nel nostro paese è basato sullo “Ius Sanguinis”, il cosiddetto “diritto di sangue”: si diventa cittadini italiani per vincolo familiare, ovvero per nascita da genitori con cittadinanza italiana. Il nostro sistema non è così semplice, prevede molteplici casi di acquisto della cittadinanza italiana. Diviene cittadino italiano il bambino nato o ritrovato nel territorio della Repubblica di cui entrambi i genitori siano ignoti o apolidi. Il bambino nato in Italia da genitori stranieri, invece, per ottenere la cittadinanza deve risiedere legalmente e continuativamente nel territorio italiano fino al compimento della maggiore età, raggiunta la quale potrà far richiesta di ottenimento della cittadinanza entro un anno. Si ottiene, poi, la cittadinanza per filiazione da padre o madre che siano stati cittadini italiani; per adozione del minore straniero; dopo almeno due anni di matrimonio con un cittadino italiano e così via. È una disciplina estremamente complessa e piena di cavilli giuridici e burocratici.

Il tratto caratteristico del sistema di cittadinanza basato sullo “Ius Sanguinis” è il legame con gli ascendenti che siano italiani. Perché il nostro paese è così legato al “vincolo di sangue”? La nostra storia ce lo spiega. Quando tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 milioni di italiani sono partiti per cercare fortuna all’estero era necessario mantenere un legame solido con gli italiani emigrati e con i loro discendenti. I motivi non erano solo culturali e affettivi, ma anche economici: i cittadini italiani all’estero inviavano continuamente denaro ai propri cari in Italia ed era una importante fonte di reddito e di circolazione dell’economia, se non l’unica.

Uno deti tanti barconi sui quali moltissimi italiani si imbarcarono durante il ‘900.

Nel tempo si è raggiunto un divario sempre più esteso tra i privilegi accordati ai discendenti dei cittadini italiani all’estero (che spesso non parlano una parola d’italiano e non sanno neanche com’è fatto il nostro paese) e i privilegi negati ai figli di stranieri che in Italia ci sono nati e hanno sempre vissuto qui. Infatti le radicali decisioni della politica di destra e l’inattività della sinistra in questo terreno hanno portato a irrigidire le pratiche per l’acquisto della cittadinanza di chi è nato qui ma non ha parenti italiani e a semplificare la burocrazia degli italiani fuori.

In genere negli stati moderni nella disciplina della cittadinanza si contendono la prevalenza il modello dello “Ius Sanguinis” e quello dello “Ius Soli”, ovvero il diritto del territorio.

Lo “Ius Soli” fa si che sia cittadino chi nasce nel territorio di quel paese. Ovviamente nella realtà è difficile trovare un’applicazione pura di questi modelli, in genere sono sempre attenuati. In tutti gli Stati europei vi è una commistione tra i due sistemi; negli Stati Uniti, come nella maggior parte dei Paesi del continente americano vige, invece, lo “Ius Soli” puro: addirittura i bambini che nascono su un aereo di una compagnia americana (o nello spazio aereo americano) sono cittadini statunitensi!

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Lo “Ius Soli” in America trae origine dal fatto che la popolazione americana nasce come aggregazione di gente emigrata dal Vecchio Mondo, è naturale che si sia scelto un tale sistema per regolare la cittadinanza e favorire così l’incremento demografico: ma ora, alla luce delle ondate migratorie, questa è un’arma a doppio taglio e non è un caso che Trump voglia abolirla.

In Italia la storia dello “Ius Soli” trae origine dal lontano 1999 quando il Ministro degli Affari Sociali, Livia Turco, propose una riforma fallita miseramente. La riforma prevedeva di concedere la cittadinanza al quinto anno di età a bambini nati in Italia da genitori stranieri, purché sia i genitori sia i figli avessero vissuto per cinque anni continuativamente nel territorio della Repubblica. Si voleva salvaguardare il diritto all’uguaglianza dei bambini che si apprestavano a iniziare qui il ciclo di studi, affinché non fossero discriminati in quanto stranieri.

Anche nel 2006 con il Ministro Amato c’è un nuovo tentativo di introdurre lo “Ius Soli” ma anche stavolta si è risolto tutto in un nulla di fatto. Nel 2009 si tornò sull’argomento con la proposta di una riforma bipartisan appoggiata dal PD e dal PDL. Questa nuova proposta prevedeva che un ragazzo nato in Italia da genitori stranieri avrebbe potuto ottenere la cittadinanza italiana a diciotto anni, se avesse risieduto in Italia da almeno cinque anni, superando un test di “integrazione civica e linguistica” e con un giuramento sulla costituzione. Nonostante la grande mobilitazione sociale e nonostante un’iniziativa legislativa popolare arrivata alla Camera, sembra che da quel cassetto la legge non voglia uscire.

La proposta di legge che attualmente aspetta di essere discussa prevede due innovazioni rispetto alla legge del 1992: lo “Ius Soli” temperato e lo “Ius Culturae”.

Lo “Ius Soli” temperato prevede che acquistino la cittadinanza i bambini nati nel territorio della Repubblica da genitori extracomunitari dei quali almeno uno abbia un permesso di soggiorno UE di lungo periodo e risieda legalmente in Italia da almeno cinque anni.

Potranno, inoltre, diventare cittadini italiani i bambini nati in Italia o entrati prima dei 12 anni di età che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. Ovviamente tutto correlato da promozioni nei rispettivi corsi di studio.  I ragazzi arrivati in Italia tra i 12 e i 18 anni, poi, potranno avere la cittadinanza dopo aver risieduto legalmente in Italia per almeno sei anni e aver frequentato un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo. Nel 2015 la proposta di legge è stata approvata alla Camera e da allora aspetta una risposta dai senatori.

Il senato italiano

Se il senato deciderà di far passare questa legge, le nuove norme varranno anche per gli stranieri con questi requisiti che siano già residenti in Italia ma che abbiano superato il 20esimo anno di età, per tutelare chi vive nel nostro paese da anni e da anni paga le tasse e contribuisce alla vita sociale ed economica della nazione, pur senza diritti politici.

Bisogna, infatti, far notare a chi condanna lo “Ius Soli” accusandolo di dare troppi diritti “agli ultimi arrivati” che si tratterebbe solo di diritti politici, di riconoscimenti formali in quanto i diritti civili all’istruzione, alla sanità e all’assistenza sono già riconosciuti a tutti i residenti. Ciò che questi bambini e ragazzi acquisirebbero è il diritto di votare (ovviamente i maggiorenni) e il diritto di circolare liberamente nel nostro paese. Che è anche il loro: è qui che sono nati, cresciuti, è qui che hanno imparato la lingua, le tradizioni sociali, culturali e culinarie, è qui che hanno scuola e amici; è qui casa loro.