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Jojo Rabbit: un film di cui abbiamo bisogno

La strada della solidarietà in una foresta di ideologie

Il regista Taika Waititi ha regalato al pubblico mondiale un film di grande valore, ottenendo un dovuto riconoscimento: un oscar alla miglior sceneggiatura non originale 2020. La vicenda è tratta dal romanzo di Christine Leunens Come semi d’autunno. A questo infatti si è ispirato Waititi per dare vita Jojo Rabbit.

Chi è il protagonista

La storia è quella di un bambino di dieci anni che vive nella Germania del 1945, sotto il regime nazista. Quello che colpisce di Johannes Betzler, ragazzino mingherlino e fragile, è la sua fedele adesione a Hitler, che si rivela subito il suo modello di vita. Il capo del Terzo Reich, per Jojo, altri non è che un amico immaginario: dialoga con il bambino e lo riempie di idee e suggerimenti che non fanno che metterlo in ridicolo davanti agli altri. La Germania deve essere costituita da perfetti giovani, forti e coraggiosi; vincerà la guerra e Jojo dovrà dare il suo contributo come bambino della Gioventù hitleriana.  Non ha intenzione di deludere le aspettative del Reich. Peccato che Jojo è molto lontano dell’essere “il perfetto giovane tedesco”.

I punti scoperti dell’armatura

Locandina del film

Il ragazzino è sensibile, ma non se ne rende conto. Il suo cieco amore per Hitler è esagerato. Stando a quanto dice, nessuno è tanto importante quanto il suo idolo, né il suo amico Yorki, né la sua mamma, Rosie. Ma saranno proprio questi legami affettivi, apparentemente sbiaditi, a risollevarsi forti contro l’ideologia vuota di un bimbetto fanatico e di tutti i simpatizzanti per il partito nazista. La fredda rigidità di Jojo, impettito e fiero nelle sue idee, ma anche un po’ ingenuo, si frantuma piano piano di fronte alla grazia e alla leggerezza di due personaggi fondamentali.

Un punto di riferimento

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La mamma, Rosie, è una donna libera, innamorata della vita ma costretta a dimostrare una risoluta durezza per la perdita del marito. Adora suo figlio, però odia la sua testardaggine nel credersi un vero nazista. Jojo a sua volta disprezza la franchezza che traspare dagli occhi della madre e la sua scarsa considerazione del regime. La guarda dall’alto in basso. Il che è buffo se si pensa che quest’occhiata arcigna proviene da un bambino di soli dieci anni che crede di sapere tutto, ed è diretta a una donna che ha vissuto un lutto così grave e ha dovuto mantenere un figlio da sola. Eppure il legame che c’è tra loro è indissolubile e questo renderà Rosie trionfante nell’affermare la frase che poi sarà la chiave del film: “L’amore è la cosa più forte al mondo”.

Un’amica inaspettata

Elsa, invece, è una ragazza che rivestirà un ruolo importante nella vita del bambino, ma non si può dire che all’inizio non rappresenti la peggior paura di Jojo. Elsa è ebrea. Subito si rende conto della cocciutaggine del ragazzino sulla questione dell’antisemitismo e lascia perdere la futile impresa di fargli cambiare idea. Così sceglie di incoraggiarlo cimentandosi in rappresentazioni grottesche di ebrei che compiono i misfatti più mostruosi, inventando racconti di ogni genere. L’immaginario di Jojo sulla “razza” ebraica è ormai gigantesco, insostenibile per chiunque. Il gioco dell’abnorme è fatto: l’ampollosa costruzione ideologica adesso è troppo gonfia. Basta un singolo appuntito ago di realtà per bucarla.

Anche i muri più solidi crollano

Sotto il grande edificio di idee razziste le fondamenta oscillano. C’è la realtà dei fatti, tragica, crudele e anche violenta. Questa penetra a fatica nel mondo ossessionato ma pur sempre fantasioso del nostro protagonista. Quando questa realtà trema, servono a poco le costruzioni sulla razza. La grande nazione tedesca non si dimostra poi così accogliente. Jojo cerca sua mamma. Jojo cerca dei volti amici, che siano ebrei o meno.

Che cosa vale di più?

Ecco spiegato il senso del film. La bellezza sta nella spontaneità dei sentimenti, nella possibilità di ridere e respirare a pieni polmoni. Ballare. Come dice Rosie, è nel ballo che emerge il vero senso di libertà. Cos’ altro c’è di più importante di questo? Forse l’idea di uno stato perfetto, funzionante e forte? Forse la nazione che Hitler progettava, la cui purezza ha incantato tutti quelli che si sono dimenticati che la realtà non è mai pura. Ciò che è vero non è mai puro. Per questo è bello. Il mondo che sogna Rosie è fatto così. Impuro. Reale. Bello. Emozionante. Allora vale davvero la pena di sacrificare l’amore e la solidarietà in nome di una perfezione irrealizzabile?

Questo film ha molto da insegnarci. Ci ricorda che le emozioni vere valgono più di imposizioni sociali. Che le nostre azioni diventano pericolose se si ritorcono contro i sentimenti. Grazie a Waititi abbiamo un’opportunità in più per rileggere la nostra vita. Per riflettere sulle idee che la svuotano di senso e su quelle che invece la rendono luminosa.