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Kikito, guardando oltre il muro di Trump

I progetti di costruzione del muro di confine con il Messico si arrestano davanti agli occhi di Kikito, il bambino capace di sognare oltre il confine con gli Stati Uniti.

Era l’ 8 novembre 2016 quando gli americani eleggevano Donald Trump come nuovo presidente degli Stati Uniti.

All’interno del programma elettorale, tra i numerosi punti esposti dal tycoon, l’idea di creare un muro sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti aveva da subito diviso l’opinione pubblica, accendendo i suoi più fervidi sostenitori e disgustando i contrari. La proposta della costruzione del muro si collocava all’interno di un programma di politica estera molto rigido: prevedeva la deportazione di quasi 3 milioni di immigrati illegali e la punizione con 5 anni di carcere per chi fosse entrato illegalmente negli Stati Uniti.

Il “muro”, però, già esiste lungo il confine. E’ una barriera di separazione, la cui costruzione è iniziata intorno alla metà degli anni novanta,  lunga 3.200 chilometri. Non è continua ma intervallata da recinzioni e muri che attraversano aree urbane e aree disabitate.

Tra le aree urbane separate dal muro ci sono San Diego (California) ed El Paso (Texas). La sola recinzione passa principalmente per il New Mexico, l’Arizona e la California. Nelle zone di confine tra strade e insediamenti naturali si è formato un reticolato, di cui si sono pian piano impadroniti i coyotes – trafficanti d’uomini senza scrupoli che guidano i clandestini al di là del confine – , narcotrafficanti e contrabbandieri di ogni sorta.

Il confine tra i due paesi è stato militarizzato con un sistema di sensori, telecamere e droni monitorati da polizia di frontiera che, secondo le stime dell’Homeland Security Research, nel 2020 varrà 107,3 miliardi di dollari.

Ma nonostante il settore sia in aumento, l’immigrazione e il narcotraffico non si fermano nè diminuiscono. Semplicemente, cambiano le rotte. Un esempio ne è il Devil’s Highway, conosciuto come El Camino del Diablo, un sentiero battuto lungo 114 miglia che taglia l’Arizona del sud attraverso il deserto di Sonora.

Risale all’età preistorica ed è diventato celebre durante l’età coloniale e la corsa all’oro. Dal 1978 è entrato nel National Register of Historic Places ed è da allora percorribile. E’ il sentiero dei migranti più mortale di tutto il Nord-America: in cinque anni, i cadaveri ritrovati sono stati circa 1500, morti dovute alla sete, al caldo, alle insolazioni, all’esposizione ad una natura nemica. Un’area praticamente priva di esseri umani ma popolata di scorpioni, serpenti e cactus, con una temperatura che può raggiungere 54 gradi centigradi all’ombra. Sonoyta è la città di confine, infestata di ladri, piccoli trafficanti di droga, criminalità di bassa lega e, soprattutto, di migranti disperati che sognano una vita migliore, oltre il confine.

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El Camino del Diablo, un sentiero battuto lungo 114 miglia che taglia l’Arizona del sud attraverso il deserto di Sonora

Il progetto di Trump prevederebbe dunque la costruzione di un vero e proprio muro continuo, più esteso e fortificato, finanziato dal Messico. Il presidente vorrebbe far rientrare le spese in 12 miliardi di dollari, ma gli analisti hanno stime molto meno ottimistiche. I costi sono destinati ad aumentare anche perchè la barriera passerebbe per territori di proprietà privata e zone remote, desertiche e montagnose.

Il presidente messicano Peña Nieto, nonostante i proclami di Trump e nonostante le minacce “commerciali”, non intende farsi carico della spesa. Solo nelle settimane scorse il Congresso ha dato il via libera ai fondi per costruire il muro nel 2018; due miliardi di dollari è la cifra stanziata. Dunque, lo pagheranno i contribuenti americani sia favorevoli che contrari, sempre che la spesa venga approvata al Senato. Ma due miliardi di dollari non sono altro che un contentino, visto che l’investimento complessivo per la controversa barriera anti-immigrazione è stata stimata a venticinque miliardi secondo il Washington Post.

Nelle ultime settimane sono iniziate le prove per il muro a San Diego in California. Numerosi sono i prototipi presentati a partire da marzo scorso, ma solo otto i progetti selezionati dalla CBP. Sono in cemento, in acciaio e uno di essi presenta estremità appuntite. Sono alti oltre nove metri e costati venti milioni di dollari a sei imprese di costruzione che hanno tempo fino a fine novembre per ultimarli. Sarà testata ufficialmente la resistenza dei vari materiali ai tentativi di risalita, di tunnel, di bath. Poi si deciderà quale scegliere. Compare, però, anche un nuovo progetto più ecosostenibile, che prevederebbe l’installazione di pannelli solari lungo la linea del muro i quali, sfruttando il sole della zona desertica, creerebbero energia e permetterebbero, tra le altre cose, il finanziamento dello stesso, che rimane uno degli aspetti più critici della questione.

Kikito, l’installazione dell’artista francese JR

Sul tema del muro e della sua costruzione si sono pronunciati i più grandi interpreti contemporanei, da personaggi politici a uomini di spettacolo, per arrivare alle parole di Papa Francesco. Durante l’ultimo incontro alla Giornata Mondiale della Gioventù ha lanciato un evidente frecciatina al governo Trump, «costruiamo ponti e non muri».

Su questa scia si colloca anche l’installazione dell’ l’artista francese JR, che ha fatto la sua comparsa sulla barriera tra Trecate e San Diego a settembre. L’installazione ritrae l’immagine in bianco e nero di Kikito, un bambino messicano di due anni che si aggrappa con forza alla recinzione presente in quel punto di confine e guarda al di là verso gli Usa. E’ alta venti metri.

Il bambino apparso in sogno all’artista qualche tempo prima di incontrarlo e realizzarne la fotografia sembra essere profetico e foriero di un messaggio alquanto importante

L’opera ha fatto la sua comparsa pochi giorni dopo la stretta di Trump sui figli dei migranti clandestini cresciuti negli Stati Uniti, i cosiddetti “dreamers”, sognatori, che rischiano il trasferimento in circa 800mila. Il bambino apparso in sogno all’artista qualche tempo prima di realizzarne la fotografia sembra essere profetico e foriero di un messaggio alquanto importante. Kikito è un dreamer e, nonostante non sappia ancora bene cosa significhi il peso di questa parola e della sua condizione, lui, sogna. Sogna il suo futuro, un futuro diverso, mentre si aggrappa con forza al muro: non è disposto a mollare la presa tanto facilmente, perché per lui non esistono confini.