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L’11 settembre africano, la strage silenziosa

Il 14 ottobre 2017 un terribile attentato terroristico nel centro di Mogadiscio, in Somalia, ha provocato la morte di 358 innocenti. Il resto del mondo, però, pare non essersene accorto..

Lontano dai riflettori della televisione e dal clamore mediatico sollevato quotidianamente dalle istituzioni della carta stampata, in una terra remota e da molti dimenticata, si consumano ogni giorno nuove e sanguinose tragedie, che macchiano ulteriormente la storia di un continente, l’Africa, ormai da anni caduto nel baratro della miseria e della violenza, baratro da cui, però, la parte sana di questo stesso continente cerca faticosamente di rialzarsi.

Siamo in Somalia, all’estremità orientale del Corno d’Africa, in una delle aree più povere del pianeta. Qui si combatte una guerra violenta ma silenziosa, fra il governo regolare somalo, fedele al premier locale Mohamed Abdullahi Farmajo, e il gruppo terroristico, di matrice islamista, di Al-Shabaab. È un conflitto che si trascina avanti da lustri, uno scontro armato senza quartiere e senza regole che avanza inarrestabile, lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione. E le vittime di questa guerra, tanto politica quanto ideologica, sono unicamente i cittadini somali, innocenti ed indifesi, costretti a subire le atroci conseguenze di un duello che, prima di decretare un vincitore, vedrà lo spargimento di altro sangue. L’apice di questo scontro si è raggiunto la settimana scorsa, il 14 ottobre per l’esattezza, in quello che è già stato ribattezzato, in ricordo di un altro tragico evento, l’11 settembre somalo. Nel centro di Mogadiscio, capitale del Paese, alle due del pomeriggio di quel funesto 14 ottobre, un camion imbottito di oltre 350 chilogrammi di materiale esplosivo è stato fatto saltare in aria all’incrocio fra due strade molto trafficate, in una zona che vede la presenza, oltre che del rinomato Hotel Safari, di molti uffici, bar e ristoranti. Lo scoppio iniziale ha dato vita ad una serie di esplosioni a catena che hanno coinvolto altri veicoli nell’area circostante, compreso un furgone che trasportava ingenti quantità di carburante e che, saltando in aria, ha reso l’attentato ancor più devastante. Il risultato è stato un vero e proprio massacro, una strage di dimensioni immani che ha scosso la Somalia sin dalle fondamenta e che è risultata essere una delle più sanguinose carneficine degli ultimi decenni, seconda solo all’attentato alle Torri Gemelle del 2001.

In Somalia si combatte una guerra violenta ma silenziosa, fra il governo regolare somalo, fedele al premier locale Mohamed Abdullahi Farmajo, e il gruppo terroristico, di matrice islamista, di Al-Shabaab.

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Uno scenario apocalittico, decine di corpi senza vita ai lati delle strade, resti umani dilaniati dalla violenza distruttrice della detonazione, scene di panico e di ordinaria follia hanno insanguinato un giorno che la Somalia difficilmente riuscirà a dimenticare. Le vittime sono state 358, a cui si devono aggiungere le centinaia di feriti in gravi condizioni, oltre ad un numero imprecisato di dispersi. L’attentato, seppur non immediatamente dopo la strage, è stato rivendicato da Al-Shabaab, gruppo terroristico che da decenni è impegnato in un lotta perpetua contro il governo somalo e che dal 2012 è stato ufficialmente riconosciuto come una delle cellule africane affiliate ad al-Qaeda. Dopo la rivendicazione, il premier somalo ha subito indetto lo stato di guerra contro i terroristi di matrice islamica, dichiarandosi disposto a tutto pur di porre fine a questa piaga che da troppo tempo ormai sfianca il Paese. In questa guerra per la sopravvivenza, la Somalia è sostenuta economicamente e militarmente dagli Stati Uniti, anche se la strategia americana, approvata sotto l’amministrazione Obama e ribadita anche da Trump, si è rivelata sinora inefficace: i continui raid aerei nelle aree sotto il controllo di Al-Shabaab, nel sud del Paese, non hanno fatto altro che mettere ulteriormente in ginocchio la popolazione somala e mietere un alto numero di vittime innocenti. A fine agosto, un’operazione militare nel villaggio di Bariire, condotta dall’esercito somalo in sinergia con le forze speciali statunitensi impegnate sul territorio, ha provocato la morte anche di alcuni civili, una decina in tutto, fra cui tre bambini. La mente delle strage di Mogadiscio, stando alle prime ricostruzioni, dovrebbe essere un uomo originario proprio di Bariire, un ex-militare somalo che, tradendo la propria patria, ha giurato fedeltà ai terroristi di Al-Shabaab, per conto dei quali, forse mosso da un sentimento di vendetta, ha messo in atto l’efferato massacro del 14 ottobre, riaccendendo la miccia di una guerra intestina alla Somalia tanto logorante quanto sanguinosa.

L’intera vicenda, però, nonostante la portata dell’evento, è passata sotto traccia nei media occidentali, venendo spesso relegata alle ultime pagine dei quotidiani o agli ultimi servizi dei notiziari televisivi, tenendo così nascosti alle grandi masse i dettagli di una guerra dai contorni sempre più indefiniti e confusi e che, proprio per questo motivo, avrebbe forse meritato maggior risalto. D’altronde in Somalia non si sta combattendo un semplice conflitto politico-militare, ma è uno scontro totale fra civiltà e bestialità, fra beceri assassini che provocano la morte di migliaia di innocenti e la parte di popolazione che invece vuole rialzarsi e reagire. Impressionanti, in questo senso, sono le file di decine di persone davanti agli ospedali di tutta Mogadiscio nei giorni successivi all’attentato: si vedevano uomini, donne, anziani, pronti a donare il proprio sangue per aiutare i feriti della strage, disposti, nel loro piccolo, a sacrificare parte della loro vita in nome di ideali più grandi, quali umanità e solidarietà.

Per questo sarebbe importante che tutti conoscessero ciò che di tragico sta avvenendo in Somalia, perché, proprio in Somalia, si sta consumando l’ennesima guerra fra bene e male e perché, anche da questo sperduto e così lontano da noi Paese africano, passa un crocevia cruciale della storia della razza umana, che deve scegliere se abbandonarsi alla brutalità ed alla violenza o se muoversi verso un mondo migliore, all’insegna della civiltà.