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La disuguaglianza è un problema di cui prendere atto

I flussi migratori sono solo l'anticamera di una questione dalle radici più profonde

GLI ULTIMI ARRIVI RESPINTI

A metà maggio il governo spagnolo è stato inaspettatamente messo in allarme dall’arrivo di migliaia di migranti provenienti dalle coste marocchine all’ex enclave spagnola di Ceuta.  I motivi di un esodo così ingente sono molto dibattuti, alcuni pensano si tratti di una mossa vendicativa del governo marocchino, in seguito alla decisione della Spagna di curare il leader del Fronte Polisaro, movimento nazionalista che da decenni sta combattendo per l’indipendenza del Sahara occidentale dal controllo del Marocco. Altri ritengono che invece si tratti di un metodo, che a noi italiani potrebbe risvegliare il ricordo di quegli accordi tra il duetto Berlusconi-Gheddafi per contenere il flusso migratorio, di utilizzare la carta migranti per ottenere denaro in cambio di cooperazione.

Il governo spagnolo sta già diligentemente provvedendo al classico respingimento dei migranti, riconfinandoli al loro luogo di partenza. Una politica la cui attuazione non contempla certamente una particolare attenzione per i diritti di migliaia di persone approdate sulle coste europee.

Purtroppo quello che si è verificato a Ceuta non è che, tristemente, il millesimo fenomeno migratorio che piomba come un fulmine a ciel sereno sui confini europei, e non solo.

Le acque del mediterraneo ormai contano migliaia di persone, che nel tentativo disperato di cercare una vita che sia quantomeno vivibile, hanno trovato la morte ancor prima di approdare. Poco tempo prima dell’”emergenza Ceuta”, era la nostra Italia a essere stata messa in difficoltà dall’arrivo contemporaneo e inaspettato di migliaia di profughi. L’ondata di preoccupazione non si è lasciata aspettare, così come le invettive anti-immigrazioni, che sempre camminano alzando le stesse insegne di partito.

L’EFFIMERA INDIGNAZIONE NON BASTA 

La tentazione di utilizzare innanzitutto il problema immigrazione come metodo di accaparramento di voti non è nuovo, ma cosa succede quando le sue conseguenze rappresentano un vero e proprio attentato al rispetto dei diritti fondamentali sanciti dalla nostra costituzione? Le attuali leggi di regolamentazione dell’immigrazione sono nel modo più evidenti inadatte a risolvere una situazione che non può più essere ignorata. Non essere in grado di regolamentare il flusso di persone che ogni giorno arrivano per chiedere salvezza è un clamoroso fallimento della nostra comunità nazionale ed europea.

Un fallimento che non si può ridurre a un effimero senso di indignazione sorto dalla vista di terribili immagini che ritraggono i corpi di bambini annegati tra le onde che li hanno riconsegnati alle coste da cui hanno tentato di scappare. O dalla notizia del suicidio di un giovane prima picchiato e poi messo in isolamento nei centri di detenzione di Torino. Per non esaurirsi in un silenzio accondiscendente, l’indignazione dovrebbe spingersi fino alla richiesta, o meglio all’esigenza, di un’organizzazione e una prontezza dei nostri apparati governativi, che ora stanno solo mostrando tutta la loro inadeguatezza.

CHIAMARE IL PROBLEMA CON IL PROPRIO NOME 

Il problema iniziale è proprio il modo in cui vengono nominati e di conseguenza trattati gli uomini, le donne e i bambini che arrivano in cerca di aiuto. Si parla sempre del “problema immigrazione”, eleggendo in questo modo a categoria universale ed espropriando della propria umanità persone che hanno una vita, un passato, dei sogni, tanto quanto ce li abbiamo noi.

Sono esseri umani, ma finiscono col diventare corpi da ammassare temporaneamente in qualche luogo che si sottragga il più possibile all’occhio dei più. Forse conferendogli nuovamente quella dignità perduta, potremmo iniziare ad accostarci al problema con l’attenzione dovuta.

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ACCORDI DETTATI DALLA CONVENIENZA

Gli accordi attualmente vigenti tra governo italiano e libico esprimono perfettamente la volontà di trattare il problema nel modo dell’occultamento o dell’allontanamento. Il memorandum del 2017, rinnovato dopo la scadenza dei 3 anni, mostra senza sconti la sua inadeguatezza nel trovare soluzioni reali e praticabili.

Per ora l’obiettivo pare quello di impedire il più possibile che il flusso migratorio approdi sui confini nazionali, il mezzo è quello di continui e profumati finanziamenti alla Guardia Costiera Libica per fermare i migranti prima che partano. In questo modo le persone migranti rimangono lontane dai nostri occhi, ma chiuse in centri di detenzione, che paiono a tutti gli effetti campi di tortura. Inutile dire che il loro destino in quei luoghi non è neanche lontanamente immaginabile.

È NECESSARIO UN RIPENSAMENTO RADICALE

L’immigrazione, fenomeno onnipresente nella storia umana, non è che la superficie di una questione di più profonde radici: la disuguaglianza. Un fenomeno che negli ultimi 30 anni, proprio quando il capitalismo ha assunto il suo volto più competitivo e sfrenato, ha aumentato drasticamente la sua portata. I “Dannati della terra”, per dirla con Franz Fanon, stanno progressivamente ingrossando le loro fila, cercando nel primo mondo una meta del loro riversarsi. Dal 1980 al 2018 l’aumento della ricchezza dell’1% dei più ricchi del globo è stata del 27% a fronte del 12% per il 50% dei più poveri. Una sperequazione, questa, ancora in atto, che non regge ad alcuna legittimazione meritocratica o utilitaria.

La spiegazione più comune sul tema delle disuguaglianze è che esse a lungo andare sarebbero positive per gli stessi strati più svantaggiati, ma così non è. I paesi dove la quota minima della popolazione si arricchisce di più non sono quelli in cui la maggioranza sta meglio. La crescita totale, non tenendo in considerazione le percentuali effettive dove tale crescita si attua, non è l’unica cosa che conta.

Il problema delle disuguaglianze globali è estremamente complesso. L’economista francese Thomas Piketty ci ha dedicato più di 1200 pagine, non si pretende in alcun modo di esaurirlo in poche righe. Quello che bisogna però tenere presente è la necessità impellente di un ripensamento di più ampio respiro. Disuguaglianza talmente drastiche hanno potuto affermarsi anche in corrispondenza di un preciso sistema fiscale, economico e politico, che ha saldamente preso piede dagli anni ’80 in poi.

“THERE IS NO ALTERNATIVE”

È da quando le emblematiche parole “There is no alternative” sono state pronunciate da Margaret Tatcher, delegittimando completamente il ruolo dello stato politico, che la ricerca di un’alternativa o la sua immaginazione sono state annullate da un cinico fatalismo per l’ordine attuale. Questo non in mancanza di nodi da risolvere, ma forse in mancanza della consapevolezza della loro esistenza. Se, infatti, a prendere piedi è un’ideologia che pretende di formare una realtà invece di interpretarla, i suoi seguaci si ritrovano senza fari alternativi a cui indirizzarsi.

Ecco forse spiegato il diffondersi di linee politiche che fungono da contenitori indiscriminati alle frustrazioni e insofferenze di cui la nostra società pullula. Il problema sorge quando queste stesse linee, attuandosi, non fanno che acuire quelle premesse per cui sono nate, ripiombando in un circolo vizioso senza fine. La storia ci ha insegnato fin troppo bene quanto le spinte nazionalistiche come risposta ai flussi migratori siano a lungo andare nocive agli equilibri mondiali.

Non si tratterebbe quindi neanche di farsi portavoce di alti appelli morali, che finiscono tristemente col rimanere vana retorica davanti alle effimere esigenze politiche ed economiche, ma di comprendere quanto il mondo stia iniziando a presentarci il conto di un processo secolare di disuguaglianza, che ora come mai prima sta mettendo a dura prova ogni sistema al momento adottato. La terra non è abbastanza vasta per contenere le sue crescenti contraddizioni.

Le stime del numero di migranti ambientali dei prossimi anni e non solo, sono allarmanti; segno di una realtà che sta impetuosamente distruggendo le fragili illusioni di un sistema globale che ha preteso di essere l’unico percorribile. Un cambio di paradigma, lontano dall’essere una mera scelta morale, si sta presentando come una necessità pratica.