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La guerra nel 2022

La guerra tra Russia e Ucraina è una guerra ibrida, come tutti i conflitti del XXI secolo

A partire dallo scorso 24 febbraio è cominciata l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe. Si tratta dell’evento che sta monopolizzando l’attenzione dei media internazionali, principalmente di quelli occidentali. D’altra parte, il conflitto è scoppiato in un momento particolare, proprio quando sembrava che ci stessimo lasciando alle spalle il dramma della pandemia. Soprattutto, è scoppiato in Europa, dove già sta provocando pesanti conseguenze sul piano politico, economico e sociale: dalle dure sanzioni (senza precedenti) che l’Occidente, sorprendentemente compatto, ha deciso di comminare alla Russia, alla crisi energetica, dallo spettro di una deriva nucleare del conflitto, alle migliaia di profughi ucraini costretti a scappare verso Ovest.

Comprendere ciò che sta accadendo in Ucraina è di fondamentale importanza per diverse ragioni. Non solo per l’impatto che questi eventi possono generare sugli equilibri del sistema internazionale, ma anche perché siamo di fronte a una guerra che presenta tutte le caratteristiche dell’hybrid warfare. Infatti la guerra ibrida, considerata dagli esperti il prototipo dei conflitti del XXI secolo, è figlia, non a caso, della nuova dottrina militare russa delineata dal Capo di Stato Maggiore della Federazione Russa Valerij Vasil’evic Gerasimov, tra le figure più in grado di influenzare le decisioni di Vladimir Putin.

 

La dottrina Gerasimov

In un intervento a una Conferenza dell’Accademia di Scienza Militare di Mosca, pubblicato in un articolo della rivista militare VPK nel 2013 (appena un anno prima dell’annessione della Crimea), noto in Occidente come “dottrina Gerasimov”, il Generale Gerasimov sosteneva la necessità per la Russia di adattare la sua dottrina militare e le sue scelte strategiche a una nuova epoca, in cui anche il confronto militare sembra per certi versi aver assunto nuovi connotati. Più precisamente, analizzando il fenomeno delle Primavere arabe, secondo il Cremlino orchestrate da Washington per rovesciare regimi giudicati incompatibili con gli interessi americani, meccanismo già sperimentato da Mosca con le rivoluzioni colorate scoppiate durante i primi anni ‘2000 , il Capo di Stato Maggiore russo giungeva alla conclusione che nel corso del XXI secolo sempre più raramente le guerre sarebbero state dichiarate formalmente, mentre più diffuse sarebbero state situazioni di tensione al confine tra la pace e la guerra, in cui il ruolo dei mezzi non militari sarebbe diventato importante tanto quanto l’uso della forza: esattamente ciò che è accaduto in Ucraina negli ultimi otto anni, prima della nuova escalation militare.

Secondo la dottrina Gerasimov, dunque, la Federazione Russa consapevole di non essere in grado di opporsi all’Occidente sul piano convenzionale, deve progressivamente ridurre il divario militare e tecnologico che la separa dal suo principale antagonista, gli Stati Uniti. Contemporaneamente deve respingere l’avanzata della Nato nello spazio post-sovietico, non solo aumentando la spesa militare e rimodernizzando l’esercito, ma sfruttando anche risorse non militari. Tra queste vengono annoverate l’offesa cibernetica, in grado di colpire l’avversario a distanza in maniera pervasiva e occulta, le campagne di disinformazione attraverso un certo tipo di propaganda, la manipolazione psicologica del nemico, il terrorismo,  il sabotaggio, l’inganno, la minaccia nucleare, la diplomazia coercitiva.

Da qui deriva il concetto di hybrid warfare, cioè la combinazione di mezzi militari e non militari per destabilizzare l’avversario e colpire il suo centro di gravità, individuato nella popolazione e nelle strutture di governo. Da notare che i russi preferiscono l’etichetta New Generation Warfare.

 

Perché la guerra in Ucraina è una guerra ibrida?

Nella guerra che è in corso, come anticipato, troviamo molti degli elementi citati. Ancor prima dell’invasione, la disputa ha assunto proporzioni significative sul piano cognitivo oltre che militare e strategico: il Cremlino, come sappiamo, ha ammassato truppe al confine con l’Ucraina per esercitare una pressione psicologica sul nemico e indurlo a compiere passi falsi che potessero giustificare un intervento armato; per seminare il panico tra i cittadini ucraini e alimentare sfiducia verso il proprio governo; per portare l’intera opinione pubblica occidentale a interrogarsi sui costi e i benefici dell’espansione della Nato a Est cominciata all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica; infine, per generare nuove fratture nei rapporti transatlantici e contrasti interni all’Unione europea.

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Infatti i singoli stati dell’Unione europea, sebbene appartenenti a un’unica organizzazione, mantengono interessi nazionali diversi, per certi versi incompatibili con l’atteggiamento di Washington, soprattutto nel settore energetico, dove per alcuni di essi, Italia in primis, i rapporti bilaterali con Mosca sono di cruciale importanza.

In questa prima fase, senza ricorrere concretamente all’uso della forza, l’azione russa ha sortito degli affetti, forse non esattamente quelli che ci si aspettava a Mosca (ha per esempio unito e non diviso l’Occidente, almeno finora), ma ha quantomeno costretto i leader occidentali, in particolare il presidente americano Joe Biden, a prendere più seriamente le istanze russe, fino a quel momento pressoché ignorate, e a intavolare delle trattative.

La comunicazione è sempre stata grande protagonista degli eventi in corso. Per la prima volta l’intelligence americana divulgava i risultati delle sue indagini quasi in tempo reale, arrivando persino a predire la data in cui sarebbe iniziata l’invasione da parte delle truppe russe per privarle dell’effetto sorpresa. Gli Stati Uniti, dunque, hanno capito come si sarebbe evoluta la situazione prima degli altri, compresi i più esperti analisti geopolitici occidentali, che in quel momento consideravano l’ipotesi di una vera e propria invasione ancora remota. Le informazioni diffuse dalla stampa e dagli apparati americani, peraltro, venivano puntualmente smentite da Kyiv per evitare di creare ulteriore agitazione nella società, ma soprattutto tra gli investitori e i finanziatori.

Tuttora, sebbene lo scontro cinetico tra le due fazioni sia diventato l’elemento preponderante nella narrazione della crisi ucraina in quanto genera gli effetti più catastrofici, le campagne di informazione e controinformazione da parte di Kyiv e Mosca continuano a svolgere un ruolo di primo piano. Ha lasciato tutti sorpresi, per esempio, l’abilità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di sfruttare i social per tentare di spostare le dinamiche del conflitto in una direzione più favorevole. È attraverso i social che Zelensky, ormai da giorni, offre la sua narrazione dei fatti. Il Presidente racconta la resistenza eroica del popolo ucraino, si mostra in tuta mimetica e con una barba incolta per comunicare la decisione coraggiosa di rimanere a Kyiv, annuncia il numero di vittime, compresi i bambini, stimato dal governo ucraino, chiede disperatamente aiuto ai partner occidentali attraverso messaggi ricchi di carica emotiva e risponde alla campagna di disinformazione del Cremlino rivolgendosi direttamente ai cittadini russi, considerati anch’essi vittime della ferocia del proprio leader.

Dal lato opposto, Mosca ha definito l’invasione come “un’operazione militare speciale per denazificare l’Ucraina”. Il suo intento è di salvare le fasce di popolazione filorusse, che, secondo la propaganda del Cremlino, sono perseguitate dal governo di Kyiv. La Russia colpisce l’Ucraina non solo con le armi convenzionali, ma anche con attacchi cibernetici volti a danneggiarne le infrastrutture critiche, sventola la minaccia del ricorso ad armi nucleari per dissuadere un intervento della Nato o di qualsiasi altro attore esterno, attacca la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, colpisce i civili, bombarda gli ospedali, prova a stringere alleanze con la Cina, principale avversario di Washington; il tutto, per stremare psicologicamente, oltre che militarmente, l’avversario e indurlo alla resa.

 

La guerra in ucraina è anche una guerra online

Nel frattempo Anonymous, un movimento di hacktivisti, ha dichiarato guerra a Putin hackerando siti governativi, stampanti militari russe, i server delle compagnie petrolifere e gasiere come Gazprom. Ha, inoltre, invitato via Twitter i cittadini russi a ribellarsi allo stato di autarchia in cui vivono.

A ciò va aggiunto che le immagini che arrivano ai media tradizionali e le fake news a cui siamo costantemente esposti provengono per la maggior parte proprio dal web, in particolare da Tiktok. La piattaforma social cinese, che conta circa un miliardo di utenti, viene sfruttata da giovani ucraini e  giornalisti per divulgare i video dei bombardamenti su Kyiv, delle file delle auto di chi cerca di scappare, dei carri armati russi che investono auto di civili, dei meme su Zelensky e Putin e, infine, per aiutare concretamente la società civile ucraina lanciando iniziative come raccolte fondi e donazioni. Lo stesso Zelensky, nel suo discorso del 24 febbraio si era rivolto ai tiktokers e agli influencer ucraini, invitandoli a dare il loro contributo per mettere fine alla guerra.

Certo, gli attacchi informatici non hanno la stessa potenza delle bombe, degli aerei e dei carri armati, cioè non possono sostituire l’elemento cinetico, ma semmai rafforzarlo. Tuttavia è evidente, come si evince da questa guerra, che il cyberwarfare e l’information warfare sono ingredienti fondamentali della guerra ibrida, destinati a svolgere un ruolo di primo piano nei conflitti attuali e futuri.