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La lingua del Paradiso

Un viaggio linguistico alla scoperta di Dante per celebrare i 700 anni dalla sua morte

«… nam alii oc, alii oil, alii sì affirmando locuntur, ut puta Yspani, Franci et Latini.»

Paradiso

In occasione dei 700 anni dalla morte di Dante, l’Ufficio dei Beni Culturali dell’Arcidiocesi della città di Vercelli ha organizzato alcune serate in compagnia di scrittori, dantisti, musicisti e artisti per rivivere i passi più celebri della Commedia. L’appuntamento di venerdì 3 dicembre (ore 17.30) avrà come ospiti Paolo Pomati, giornalista professionista e scrittore, e Paolo Tarizzo, ingegnere edile e dottore in Acustica Fisica, che accompagneranno i presenti alla scoperta del terzo dei tre regni dell’Oltretomba evocato anche dalle installazioni site-specific di Antonio Toma.

 

La lingua del Duecento

Quando pensiamo a Dante, oltre a venirci in mente una serie di qualifiche quali sommo poeta o corona del Trecento, scatta un collegamento alla lingua della Divina Commedia. A tutti gli effetti quello che compie il poeta non è soltanto un viaggio nei regni dell’Oltretomba, è soprattutto un percorso nella lingua, o meglio, nelle forme che essa può assumere.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Quella che possiamo definire l’Italia del Duecento si presentava come una rosa di varietà linguistiche, o per meglio definirle, di volgari, cioè lingue parlate. Considerando che ciò che intendiamo per Letteratura italiana inizierà soltanto tra il XII e il XIII secolo, non esisteva una lingua standard per i componimenti poetici. Il latino, infatti, veniva utilizzato principalmente in ambito giuridico, per la pubblicazione di opere in prosa ed era la lingua ufficiale della Chiesa cattolica. Dunque il volgare (regionale) veniva utilizzato nella lingua di tutti i giorni, ma non nella composizione scritta di opere.

Il primissimo esempio (di cui si conosca l’autore) di volgare impiegato nella lauda è quello del Cantico di Frate Sole di Francesco D’Assisi. Esso spunta tra i primissimi documenti di poesia (in questo caso sacra e soprattutto di lode verso il Signore e le sue creature) scritta in volgare umbro.

Negli stessi anni (tra il 1220 e i 1266 circa) nasce una scuola molto importante che, di fatto, deciderà le sorti della letteratura italiana: la scuola siciliana fondata da Federico II di Svevia. Qui, infatti, i membri (per lo più notai) si dilettavano nella composizione di poesie liriche in volgare siciliano. Gran parte di queste poesie sono state raccolte in canzonieri e poi passate, di mano in mano, ai copisti toscani. Dante, dunque, conosceva le rime siciliane. Ma le conosceva davvero per com’erano? Ecco, la risposta è ma con delle precisazioni: i copisti toscani, nel laborioso lavoro di copiatura, hanno, a causa della diversità di volgare, cambiato la lingua di quei componimenti toscanizzandola. Di conseguenza Dante ha letto le rime di Giacomo da Lentini in una forma toscanizzata.

 

« […] naturale amore a propia loquela»

Data questa varietà linguistica Dante si interroga su quale volgare debba ricadere la scelta e così nasce il De Vulgari Eloquentia, un trattato in cui passa in rassegna i vari volgari italiani, arrivando a definire volgare illustre quel tipo di lingua che sia al tempo stesso aulica, regale, cardinale e curiale.

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Su quale volgare cade, dunque, la scelta? Purtroppo il De Vulgari Eloquentia si interrompe a metà del secondo libro e così anche tutta la trattatistica che avrebbe continuato la teorizzazione del volgare illustre. Di fatto, però, la scelta che fa Dante nella composizione delle sue opere poetiche è quella del volgare fiorentino.

Così ritorniamo da dove siamo partiti: il “viaggio” linguistico della Commedia.

Una volta scelto di scrivere in volgare fiorentino rimaneva da capire come usarlo. Il poeta, data la varietà di temi e la lunghezza della sua opera, adotta due forme principali: un plurilinguismo e un pluristilismo, cioè quella capacità di adattare la lingua ai personaggi che incontra durante il suo viaggio nei tre regni, pur tenendo fede al realismo. Dante piega la lingua alla situazione e nulla è lasciato al caso. Il canto di Paolo e Francesca presenta un linguaggio particolarmente dolce: è infatti il momento che più sente sulla sua persona, perché egli stesso, se non avesse intrapreso quel viaggio sulla retta via, sarebbe finito tra i lussuriosi. Di conseguenza sono dolci le parole che Francesca rivolge a Dante ed è necessario lo svenimento alla fine del canto.

L’Inferno è ricco di lessico basso e man mano che si scende esso si fa aspro. Giunti nel Purgatorio il lessico non diventa necessariamente alto, tuttalpiù mantiene quella coerenza iniziale: si adatta alla situazione. Basti pensare a vecchio, veglio, sene, i tre aggettivi che utilizza per descrivere e indicare rispettivamente Caronte (Inferno), Catone Uticense (Purgatorio) e San Bernardo (Paradiso); dunque, la scelta linguistica è anche stilistica.

 

L’approdo in Paradiso

Il Paradiso (e qui arriviamo al cuore di questo articolo), invece, può dirsi il luogo in cui la lingua si fa sublime e in cui emerge l’ecosistema dantesco e la concezione medievale di Dio e del creato. Il fatto che il linguaggio diventi altissimo si nota fin dai primi versi: se per l’Inferno e per il Purgatorio Dante aveva invocato le Muse e poi Calliope, qui invoca direttamente il dio della poesia Apollo, perché necessita dell’ispirazione poetica per eccellenza.

« O buono Apollo, a l’ultimo lavoro

Fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l’amato alloro»

Nel Paradiso il lessico è ricco di latinismi e spesso è criptico; è qui, però, che si riconosce la piccolezza dell’intelletto umano e la difficoltà di Dante a spiegare a parole ciò che a parole non si può spiegare (trasumanar significar per verba non si porìa). Inoltre, emerge un Dante che, come tutti gli umani, cade nell’errore e ragiona con la mente umana. Viene, infatti, più volte ripreso da Beatrice o dagli spiriti, i quali sorridenti gli illustrano il loro distacco dalla vita terrena.

Nessuno desidera una maggior ricompensa (nessuno desidera essere da un’altra parte fuorché il cerchio in cui si trova), poiché la giustizia divina irradia tutti gli spiriti allo stesso modo. Infatti, se nei regni precedenti le colpe dei peccatori evidenziavano la natura umana degli stessi, in Paradiso gli spiriti, poiché privi di colpa, appaiono avvolti da una luce talmente forte che sembra accecare il lettore e soprattutto accecare Dante. È la luce a fare da padrona e si contrappone al buio del primo regno (non a caso l’Inferno è il luogo d’ogni luce muto).

Nel volo tra i cieli (costruzione che rispetta la teoria tolemaico-aristotelica) i concetti della dottrina cristiana (in cui vanno incluse anche parti liturgiche come preghiere e invocazioni) e della filosofia si fanno più presenti; basti pensare alla descrizione della Trinità formata da tre cerchi distinti e sovrapposti o alle forme che assumo i vari spiriti man mano che Dante li incontra.

E così il sommo poeta chiosa:

« A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

 

l’amor che move il sole e l’altre

stelle»