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La NATO tra gli anni ’90 e la guerra in Afghanistan

L'evoluzione dell'Alleanza più longeva e potente del mondo

La NATO, North Atlantic Treaty Organization, è l’organizzazione militare più forte ed efficiente del mondo. Nata in seguito al secondo conflitto mondiale, l’organizzazione è perdurata fino ai nostri giorni, configurandosi come una delle alleanze militari più longeve della storia. Dopo il recente ritiro dall’Afghanistan, la sua efficienza è stata per la prima volta messa seriamente in discussione, ma questo senza avere una chiara visione della sua azione sulla scena afghana e in generale all’interno dei principali teatri di guerra che si sono susseguiti negli ultimi tre decenni.

 

La storia

La Nato nasce nel 1949 da un accordo tra Usa, Gran Bretagna, Francia e i paesi del Benelux, per contenere l’avanzare della minaccia comunista. La sua funzione era quindi di tipo difensivo, coerente con la politica del “containment” promossa da Truman, che prevedeva l’assicurazione della sicurezza del blocco Occidentale da quello comunista. Una volta concluso il conflitto bipolare, l’esistenza dell’organizzazione subì un momento di crisi, essendo infatti venuta meno la sua stessa condizione d’esistenza all’interno dello scenario internazionale. Tuttavia, superato il momento di apparente morte, la Nato ha mostrato in realtà una capacità di sopravvivenza straordinaria, acquisendo un potere e un prestigio sempre crescenti. Tant’è che Biden e Johnson, in un loro recente incontro in cui è stata firmata la nuova Carta Atlantica, sottolineano il ruolo della Nato come perno della sicurezza europea e globale.

Dalla fine della Guerra Fredda, l’Alleanza Atlantica ha subito un profondo processo di revisione interna. Da alleanza difensiva, la sua azione è andata sempre più allargandosi verso una posizione proattiva. Questo attraverso una revisione dell’art. 5, che afferma l’impegno dei paesi membri di assicurarsi mutua assistenza in caso di attacco a uno degli alleati. Da qui l’ambiguità, spesso attribuitale, tra il suo essere un’alleanza militare e particolaristica e il suo farsi portavoce degli interessi internazionali. Per questo è necessaria una chiarificazione: la NATO è un’alleanza basata sulla promessa di mutua assistenza militare tra i paesi membri. Non si tratta né di un’alleanza politica né universale.

 

Il cambiamento

Perché l’interesse per la difesa ha ceduto il passo a una posizione più attiva? Il contesto globale è mutato profondamente dopo la fine del conflitto bipolare. Il grande nemico sovietico era stato abbattuto, ma tale sconfitta non ha portato con sé pace e tranquillità a livello globale, tutt’altro. Le minacce si sono moltiplicate, ma non solo, sono diventate sempre più difficili da identificare. Invece di un grande mostro facile da individuare, hanno fatto la loro comparsa piccole minacce restie a farsi riconoscere chiaramente. Basti pensare al proliferare del terrorismo, soprattutto in corrispondenza di casi di paesi falliti, la cui cifra è proprio l’invisibilità e l’imprevedibilità, e ai sempre più frequenti attacchi cibernetici.

Compito della NATO divenne allora quello di individuare tempestivamente e agire con prontezza dinnanzi a uno scenario internazionale interdipendente e imprevedibile, per garantire la sicurezza in particolare della zona euroasiatica. Per capire come sono mutate, per molti versi senza grande attenzione pubblica, le modalità d’azione dell’Alleanza Atlantica è utile seguire i suoi principali interventi degli ultimi 30 anni.

 

Gli anni ’90

1994, la NATO entra in Bosnia, in seguito al sostanziale fallimento dell’intervento delle Nazioni Unite. Si tratta della prima grande missione dell’Allenza post-guerra fredda. L’esito del conflitto, che aveva infiammato il paese per 2 anni, fu positivo: la guerra civile cessò e si raggiunse un accordo tra le parti, sancito dagli accordi di Dayton, sotto la mediazione americana. Si trattò del primo grande successo dell’Alleanza nella risoluzione di un conflitto e nel mantenimento di una pace duratura. In questa occasione la NATO si era presentata agli occhi del mondo come il braccio destro dell’ONU, quindi come uno strumento in mano alla comunità internazionale.

1999, la NATO inizia un processo di Peace keeping in Kossovo, in seguito a un feroce conflitto con la Serbia. Stavolta il suo intervento avvenne indipendentemente dalle direttive dell’Onu, quindi della comunità internazionale. Intervento che sotto il profilo della giurisdizione internazionale era illegale, ma percepito come legittimo in quanto volto a sanare una crisi umanitaria: la riuscita dell’operazione farà della Nato un campione di autodeterminazione. L’azione della Nato, allora, non solo si fa sempre più indipendente, ma per la prima volta attacca direttamente uno strato sovrano, con una sostanziale approvazione internazionale. Tant’è che il segretario generale delle Nazioni Unite all’assemblea generale del ’99 incolpò l’Onu di non essere riuscita a dare una patente di legalità all’intervento dell’Alleanza.

 

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Tempi recenti

2011, scoppia la guerra in Libia, in seguito a una sollevazione popolare a Bengasi sulla scia delle Primavere Arabe. L’allora presidente libico, Gheddafi, annuncia una rappresaglia, promettendo un bagno di sangue per riportare l’ordine. L’intera comunità internazionale, preoccupata per un’escalation di violenza, decide di intervenire, secondo la dottrina “responsability to protect” promossa all’indomani della guerra in Kossovo. Secondo tale dottrina, la sovranità nazionale è da considerarsi come condizionale: se uno stato non si dimostra all’altezza di garantire la sicurezza dei suoi cittadini o se si rende colpevole di gravi violazioni dei diritti umani, perde il suo diritto all’autodeterminazione e la responsabilità della difesa della società civile passa alla comunità internazionale. La missione è ancora una volta nelle mani della Nato, che stavolta più che mai, si presenta sulla scena di guerra come rappresentante della comunità internazionale.

Arriviamo alla missione che più di tutte ha messo le capacità e la stessa ragione d’esistenza della NATO in discussione: la missione in Afghanistan. L’Allenza entrerà nel paese mediorientale solo nel 2003, mentre la guerra era già in corso da 2 anni. Nel 2001, infatti, l’America di Bush aveva attaccato l’Afghanistan con lo scopo di distruggere le basi di addestramento di Al Qaeda e uccidere Bin Laden, in seguito all’attacco dell’11 settembre. La missione americana prese il nome di Enduring Freedom.

L’America, quindi, inizialmente si era mossa da sola, la NATO era stata tenuta fuori dalle discussioni riguardo i piani della missione. Quando i talebani furono sconfitti e le cellule terroristiche distrutte, l’America, portata a termine la missione Enduring Freedom, sarebbe stata pronta per andarsene, se le pressioni della comunità internazionale non avessero spinto verso un’operazione per ricostruire il tessuto sociale del paese in senso occidentale, quindi democratico.

 

Enduring Freedom (?)

Nacque allo scopo la missione ISAF, il cui comando inizialmente fu a rotazione tra i diversi paesi. Quando ci si rese conto della necessità di un comando stabile, intervenne la NATO. L’Alleanza da quell’anno in poi svolgerà una missione di Peace Keeping in Afghanistan, quando intanto l’America stava continuando la missione militare Enduring Freedom (che, invece di concludersi, si stava espandendo in tutto il paese). Quindi, se la NATO aveva il compito di ristabilire la pace e conquistarsi la fiducia della popolazione civile, l’America stava invece procedendo con una missione offensiva che contribuiva a perpetuare il clima di forte instabilità e insicurezza nel paese.

Non c’è da meravigliarsi allora se nel 2014, quando il conflitto era ormai considerato dall’America fallito, la stragrande maggioranza della popolazione afghana era arrivata a sostenere le forze talebane, le quali avevano già conquistato gran parte del territorio senza sguainare un sol colpo di spada.  Le conclusioni del conflitto, a causa delle contraddizioni interne alle stesse forze anti-talebane, furono allora inevitabilmente nefaste.

 

L’ambiguità della NATO

Da tali scenari emerge un’ambiguità forte nel rapporto tra NATO e potenze membri. Da un lato, a livello formale, la NATO è un’alleanza militare, i cui partecipanti mantengono una loro autonomia politica, economica e militare; dall’altra nelle principali missioni che l’alleanza ha condotto negli ultimi 30 anni si è presentata, o è stata presentata, sempre come rappresentante dell’intera comunità internazionale. Il caso dell’Afghanistan è particolarmente significativo in questo senso: l’America, membro leader dell’Alleanza, ha attaccato autonomamente il paese senza che la NATO intervenisse. Quando è poi giunta sul campo le sue direttive erano addirittura opposte a quelle delle truppe americane, creando una serie di problematiche e fraintendimenti che a lungo andare hanno compromesso entrambe le missioni.

È tuttavia necessario ricordare la vera natura della NATO e il suo rapporto rispetto ai singoli stati che la formano, quando si intavolano dibattiti sulle sua utilità e legittimità sulla scena internazionale. In particolare, per quanto riguarda la fedeltà italiana alla NATO, le critiche devono sicuramente tenere presente che, ad ora, l’addestramento delle truppe italiane si basa quasi completamente su strategie e modalità d’intervento atlantiche. In Italia, quindi, ci si dovrebbe chiedere innanzitutto quale potrebbe essere la natura stessa e il destino dell’esercito in assenza della sua dipendenza dall’Alleanza Atlantica.