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La Pace, miraggio tra le Nazioni

Una riflessione per iniziare a capire

An Israeli flag is seen near the Dome of the Rock, located in Jerusalem's Old City on the compound known to Muslims as Noble Sanctuary and to Jews as Temple Mount December 6, 2017. REUTERS/Ammar Awad

La Pace è una entità misteriosa. Mi chiedo spesso per quale motivo e ogni disciplina porta il suo contributo alla riflessione.

 

Possibili definizioni di Pace

Un linguista mi farebbe notare che, mentre è facile trovare una definizione autonoma di “guerra” (per esempio quella di “conflitto violento”), l’unica definizione esaustiva e puntuale di “pace” è quella di “assenza di conflitto”: non si può pensare la pace senza postulare anche il suo contrario, mentre la guerra non richiede nient’altro che sé stessa per essere concepibile.

Uno storico noterebbe come nessuna società umana abbia mai conosciuto la pace. Persino le democrazie occidentali,  pur non avendo esperienza diretta di conflitti armati da quasi un secolo, conducono campagne militari all’estero, come avviene in Medio Oriente.

Un matematico citerebbe la teoria dei giochi e mi dimostrerebbe, numeri alla mano, come la pace sia utopica. Il mantenimento della pace richiede che tutte le parti in campo vogliano evitare uno scontro, mentre lo scoppio di una guerra richiede che un singolo attore si comporti in modo ostile. Consideriamo per comodità un ambiente ideale di dieci Stati, ognuno dei quali ha davanti a sé due opzioni (guerra e pace, per l’appunto). Le probabilità che i dieci Stati scelgano in contemporanea l’opzione “pace” sono molto inferiori a quelle che un singolo Stato scelga l’opzione “guerra” in autonomia, costringendo gli altri a fare altrettanto per autodifesa.

Questa riflessione, che presso l’Università di Pisa ha dato vita a un nuovo corso di laurea in “Scienze per la Pace”, non deve diventare un alibi. Il Novecento ha visto un repentino crollo del numero e dell’intensità dei conflitti. Una maggiore interdipendenza economica e scambi culturali più frequenti tra le Nazioni rendono sempre meno conveniente – e quindi più improbabile – per gli Stati scegliere l’opzione “guerra”.

 

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La guerra fa parte del mondo…

Il sogno di un mondo senza guerra, tuttavia, non resta confinato ai regni quantitativi dell’economia e della matematica applicata. La guerra fa parte del mondo, eccome, e non basta la cooperazione finanziaria o l’esportazione di serie TV per eradicarla. Ne sono la prova vivente alcune zone del pianeta in cui si continua a combattere: zone calde, dove i conflitti hanno radici culturali prima che economiche. Ho sempre studiato quelle zone da autodidatta, con l’interesse dell’aspirante diplomatico o dell’aspirante professore, finché non ne ho avuto una esperienza quanto più possibile diretta. Solo che non mi sarei mai aspettato che avvenisse proprio nel cuore della tranquilla cittadina in cui vivo.

Ho conosciuto uno studente universitario come me, nato in Libano. Io  nutro ammirazione per i successi politici, strategici ed economici che lo Stato di Israele consegue dalla sua fondazione in poi. Era impegnato in una requisitoria contro il comportamento delle IDF (Israeli Defence Forces) nei Territori Occupati, quando mi sono sentito in dovere di difendere la legittimità dello Stato Ebraico, seppur non giustificandone alcuni eccessi. Non ci siamo scannati, abbiamo parlato con educazione e serietà. E ho imparato molto.

 

…ma trovare un punto di incontro sul linguaggio è il primo passo verso la pace

La prima cosa è che, come dice Umberto Galimberti, la tragicità dell’esistenza sta nel non capirsi. Io adottavo un punto di vista analitico e distanziato dai fatti che mi impediva di toccare le corde del mio interlocutore, nato in un Paese che aveva subìto a più riprese offensive israeliane. “I palestinesi rifiutarono la soluzione dei due Stati nel 1948 e la Nakba è stato il risultato della loro incapacità di mediare”. D’altro canto lui si lasciava condizionare da una dimensione troppo emotiva, dominata dal ricordo degli attacchi israeliani e dal senso di ingiustizia, senza riuscire a superare il desiderio di resistere. “Io non avrei mai accettato. Israele vuole sempre di più”. Trovare un punto di incontro sul linguaggio – inteso come apparato di comunicazione di un messaggio, tra lessico, sintassi e immaginario – è il primo passo da compiere per pensare la pace. E riuscire a pensare la pace è il primo passo da compiere per raggiungere la pace.

Oltre al linguaggio, conta il messaggio, ovvero il contenuto che il linguaggio veicola. Io e il mio interlocutore trovammo due punti di incontro. Io ero consapevole che la legittimità dello Stato di Israele non si espande a quelle azioni militari offensive non strettamente necessarie alla sua difesa. Lui sapeva che Israele è ormai una realtà consolidata da settanta anni abbondanti, che non può essere cancellata con un tratto di penna dall’area. Da questo piccolo incontro abbiamo iniziato a dialogare.

Erano giorni di fuoco. I palestinesi invocavano inchieste sull’assassinio di Shireen Abu Akleh e i media italiani si trinceravano in un silenzio assordante, ma noi eravamo seduti a discorrere. A parlare, a cercare di comprendere le ragioni dell’altro. E qualcosa in comune alla fine lo abbiamo trovato.