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La repressione del governo cinese nei confronti degli Uiguri dello Xinjiang

Il botta e risposta tra Cina e UE e il boicottaggio ai danni di H&M

Perché l’UE ha deciso di sanzionare la Cina?

L’Unione Europea insieme a Stati Uniti, Canada e Regno Unito ha recentemente approvato delle sanzioni ai danni della Cina accusata, sulla base di inchieste giornalistiche condotte anche con l’aiuto di alcune ONG e rapporti Onu, di commettere ripetutamente violazioni dei diritti umani nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri, concentrata prevalentemente nella regione cinese occidentale dello Xinjiang. Il territorio è noto soprattutto per l’enorme produzione di cotone, l’87% del totale del cotone prodotto nell’intero paese: aspetto, questo, profondamente legato alla questione degli Uiguri.

Si tratta della prima volta dopo trent’anni dai tragici scontri di Piazza Tienanmen, che l’UE decide di prendere dei provvedimenti così netti contro la Cina, la quale ha sempre negato di ricorrere a misure repressive nei confronti degli Uiguri, nascondendosi dietro la bandiera della lotta al terrorismo islamico.

I rapporti tra il paese e la minoranza uigura sono tesi da anni a causa dei movimenti indipendentisti uiguri e si sono ulteriormente inaspriti in seguito ad alcuni episodi di terrorismo risalenti al 2013 in cui furono coinvolti diversi estremisti uiguri.

La condizione attuale degli Uiguri

Dalle testimonianze raccolte, si evince che circa due milioni di uiguri, dai primi anni duemila a oggi, vengono detenuti all’interno di veri e propri campi di prigionia, che, però, il governo cinese preferisce definire “ambienti di trasformazione attraverso la rieducazione”. Significativo è uno degli ultimi eventi che ha caratterizzato l’amministrazione Trump negli USA, dove l’ormai ex Segretario di Stato Mike Pompeo ha definito il trattamento riservato agli Uiguri in territorio cinese un vero e proprio esempio di “genocidio”, una parola piuttosto pesante che in passato aveva utilizzato anche il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan in riferimento agli stessi eventi.

Il destino a cui è condannata questa minoranza etnica (non unica a subire repressioni in territorio cinese, basti pensare ai Kazaki) è a dir poco angosciante e lo diventa ancora di più se si pensa al fatto che negli ultimi anni il colosso della telefonia Huawei e la star-up Megvii – entrambe cinesi – hanno sperimentato un software in grado di riconoscere età, sesso ed etnia di qualsiasi persona attraverso il riconoscimento facciale e di mandare una sorta di allarme alla polizia qualora venisse riconosciuto un individuo di etnia uigura.

Sì, è davvero inquietante pensare che acquistando un device di marca Huawei si possa contribuire indirettamente a sperimentazioni del genere. Tuttavia, le aziende non hanno mai ammesso che il loro software fosse asservito a questi scopi, ma è appurato che in Cina, come in altri paesi autoritari, si sfruttino tecnologie simili per esercitare un maggiore controllo sulla vita dei cittadini, in modo da scovare i dissidenti e punirli.

La risposta della Cina

La reazione della Cina alle accuse, e stavolta anche alle sanzioni, non si è fatta attendere: Pechino ha comunicato con una nota pubblica che “l’Unione Europe dovrebbe smetterla di dare lezioni agli altri sui diritti umani” e ha deciso di sanzionare il Consiglio d’Europa e alcuni professori universitari europei che si sono espressi sulla condizione degli Uiguri nello Xinjiang, pubblicando anche degli studi contenenti rivelazioni che sono servite all’UE per giustificare la sua posizione.

La campagna di boicottaggio lanciata da Pechino ai danni di H&M

La Repubblica Popolare cinese, inoltre, non è solo impegnata a dare una risposta efficace all’UE e agli altri stati occidentali che la accusano, ma anche alla multinazionale H&M: l’azienda di abbigliamento svedese, come tante altre, si rifornisce di cotone prevalentemente dai produttori dello Xinjiang e ha dichiarato di voler interrompere i rapporti con i fornitori locali in quanto “fortemente preoccupata” per le ripetute segnalazioni di lavoro forzato a cui si ritiene sia sottoposta la popolazione uigura in quella regione.

Una decisione coraggiosa, visto che la Cina rappresenta una fetta consistente del mercato dell’azienda, ma anche doverosa; non a caso, è stata appoggiata da altri brand globali come Adidas, Burberry, Nike e New Balance. In questo caso, la reazione del governo di Xi Jinping è stata meno tempestiva, perché le dichiarazioni di H&M risalgono alla fine del 2020, ma è comunque arrivata forte e chiaro: da circa una settimana è partita una campagna di boicottaggio ai danni di queste multinazionali, ma in particolare di H&M, che per prima ha preso l’iniziativa.

Come funziona il boicottaggio
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I prodotti del marchio di abbigliamento svedese sono stati rimossi dalle piattaforme di e-commerce cinesi, l’applicazione dell’azienda non è più disponibile per android, i negozi sono stati cancellati dalle mappe online e alcuni testimonial famosi hanno deciso di interrompere la partnership con l’azienda.

L’aspetto più rilevante, però, è che il boicottaggio trova pieno consenso da parte dei cittadini cinesi, in quanto fa leva sull’orgoglio nazionale, già profondamente minato dagli insulti e dalle discriminazioni che il popolo cinese sta subendo a causa del fatto che è proprio la Cina il paese in cui è scoppiata la pandemia da Covid-19 che sta mettendo in ginocchio il mondo; un dato che è stato strumentalizzato da alcuni esponenti politici per alimentare odio e disprezzo nei confronti dei cinesi e dell’intera comunità asiatica, basti pensare all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump che nelle fasi più acute della pandemia, quando si registrava il più alto numero di morti in America, si riferiva al Covid-19, la causa di quelle morti, utilizzando l’espressione “China virus“.

Perché i paesi a maggioranza musulmana restano in silenzio?

Quest’intreccio di accuse, sanzioni, indignazione e dichiarazioni che suscitano scalpore induce necessariamente a fare delle considerazioni, o, quantomeno, a porsi delle domande.

Innanzitutto, sorge spontaneo chiedersi quali siano le ragioni del silenzio delle nazioni musulmane, che in altre occasioni non hanno tardato a mostrare la propria indignazione con interventi a dir poco estremi: il sospetto è che la Cina rappresenti un alleato commerciale troppo importante per questi paesi, per i quali, evidentemente, non vale la pena rischiare di compromettere i propri interessi economici per difendere una piccola minoranza musulmana nel nord-ovest della Cina da torture e abusi.

Tra l’altro, alcuni di questi paesi a religione musulmana, hanno aderito al progetto Belt and Road Initiative (BRI) (la nuova Via della Seta, progetto al quale ha aderito anche l’Italia in occasione del Memorandum of Understanding di Roma del marzo 2019), grazie al quale hanno davanti grosse opportunità di investimenti e anche di ottenere finanziamenti dalla Repubblica Popolare per rilanciare le loro economie. Questo solleva dei dubbi riguardo al concetto di “solidarietà musulmana“, diventata  sempre più selettiva e asservita a interessi che sono ben distanti da autentici principi religiosi.

Altra motivazione altrettanto plausibile e fondata è che questo disinteresse potrebbe essere legato al fatto che anche in diversi paesi arabi i diritti umani siano scarsamente rispettati, per cui questi stati non hanno interesse ad attirare attenzione su tematiche di questo tipo.

UE più assertiva?

Altra considerazione da fare è che, spesso, la critica che viene rivolta all’Unione Europea riguarda un aspetto in particolare della sua politica estera, ovvero la tendenza al cosiddetto doppio standard, espressione che sta a indicare un atteggiamento di incoerenza, da parte dell’Unione, in termini di diritti umani, in quanto si ritiene che, negli anni, abbia adottato standard diversi a seconda dei casi rispondendo in modo realmente sanzionatorio solo nei confronti di violazioni commesse da paesi meno rilevanti per l’UE e le sue politiche economiche.

Le recenti sanzioni contro la Cina contribuiscono sicuramente a dare una risposta efficace a questo tipo di critiche e mettono in evidenza un altro elemento di rilievo che rappresenta in parte una novità: sebbene l’interesse economico continui giustamente a essere quello preponderante, il confronto con la Repubblica Popolare Cinese non è più soltanto di carattere commerciale, ma inizia anche ad assumere connotati politici, è un confronto tra diversi sistemi di valori. Quest’ultimo aspetto non è affatto secondario se si considera che oggi la domanda che ci si pone quando si pensa alla Cina è se sia diventata un paese revisionista, che abbia l’obiettivo di sfidare o eventualmente scardinare l’ordine liberale globale, il cui garante sono gli Usa, lo stesso paese che, però, negli ultimi tempi, forse più della Cina, ha contribuito a indebolire.

Nella posizione assunta dall’UE si rileva anche un tentativo di un ruolo ancora più centrale nella politica internazionale, forse anche più indipendente sia nei confronti degli Stati Uniti che della Cina o quanto meno volto a evitare di finire ancora una volta a essere il centro della disputa tra due superpotenze.

Quali prospettive per il futuro?

In ultima analisi, è inevitabile chiedersi quanto gli eventi recenti possano incidere sulla conclusione del Comprehensive Agreement on Investment, l’accordo tra UE e Cina volto a rafforzare l’intesa commerciale attraverso il superamento di alcuni ostacoli che storicamente hanno rappresentato un limite ai rapporti economici tra i due attori.

È evidentemente difficile fornire una risposta definitiva a questi dubbi, le questioni sono delicate, spinose, ma proprio per questo impongono delle riflessioni approfondite.