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La tua maglietta nuova uccide il pianeta

Conseguenze sociali e ambientali del nostro modo di vestire

15 marzo 2019, 24 maggio 2019. Primo e secondo sciopero mondiale per il clima. Undici anni per salvare il pianeta, dimezzare le emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e azzerarle per il 2050. Cifre, date, formule, fatti.

L’ondata ambientalista degli ultimi mesi non si è messa in disparte neanche durante le recenti elezioni europee. I ragazzi di Fridays for Future lo scorso sabato hanno occupato il suolo del Parlamento Europeo di Bruxelles, proprio a ridosso dell’ultimo giorno di votazioni.

Elezioni europee che hanno visto protagonisti i Verdi un po’ in tutto il vecchio continente spinti proprio dal voto dei più giovani . Gli ecologisti diventano secondo partito in Germania, Irlanda e Finlandia, terzo in Francia. In Italia restano lontani dalla soglia di sbarramento fissata al 4%. Risultati importanti che segnano, però, un evidente divario tra le forze ecologiste del Nord e Sud Europa.

Ormai ci si chiede spesso quali siano le azioni quotidiane che possiamo compiere per salvare il nostro pianeta. Come esempi si propongono sempre quello della riduzione della plastica e della raccolta differenziata. Tuttavia, il nostro impatto ambientale passa anche attraverso i vestiti che decidiamo di indossare ogni giorno.

Il fenomeno della fast fashion è così esteso che almeno una volta tutti ne siamo venuti a contatto. Con fast fashion si intende quel settore dell’industria dell’abbigliamento che, ispirandosi all’alta moda, ne ripropone lo stile a un prezzo contenuto, rinnovando a grande velocità le proprie collezioni.

Eppure, fast fashion non è semplicemente sinonimo di vestiti economici: i costi ambientali e umani che comporta sono davvero enormi.

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Ambientali perché la produzione tessile è la seconda industria più inquinante al mondo dopo quella del petrolio. La stessa fast fashion, sfruttando soprattutto tessuti sintetici, ha un impatto molto alto sul nostro ecosistema.

Umani perché, dovendo dare luogo a una produzione molto rapida, è possibile fare ciò solo in quei paesi che offrono una manodopera a basso costo, dove la sicurezza dei lavoratori è assente.

Di fronte a questo interesse per l’ambiente, molte aziende hanno cominciato a dare di sé un’immagine più ecosostenibile di quanto non sia in realtà. È il fenomeno del greenwashing, termine nato dall’unione di “green” (colore simbolo dell’ecologia) e il verbo “to whitewash”, “imbiancare” nel senso di nascondere.

Uno dei marchi che più di recente ha messo in atto questa ingannevole politica nei confronti del consumatore è stato H&M promuovendo la collezione Conscious. Questo tipo di marketing non solo implicitamente ammette che il resto della propria produzione non sia sostenibile, ma usa i ricavi derivati da una produzione di tipo fast per sovvenzionare una “collezione attenta all’ambiente”.

Come siamo diventati attenti al cibo che consumiamo, allo stesso modo dobbiamo prestare attenzione agli abiti che deciamo di indossare. Leggere le etichette, informarci sulle condizioni dei lavoratori, prediligere abiti di produzione locale, ma soprattutto rinunciare agli acquisti superflui e riutilizzare gli abiti che già possediamo sono tutte azioni significative.

“E in tutto questo presente / Noi fatichiamo a definirci / Ma il vuoto dentro si vede meno / Siamo riusciti a coprirci / E di vestiti ne abbiamo / Un capo diverso per giorno / Schiavi pieni di contanti / Un capo diverso per giorno”.

Sono parole tratte dalla canzone Lettera al prossimo del gruppo torinese Eugenio in Via di Gioia, da sempre coinvolto in questioni sociali e ambientali. Ennesima dimostrazione che anche le scelte che prendiamo in un contesto frivolo come la moda hanno conseguenze importanti sull’ambiente e la società in cui viviamo.