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La vita in quarantena

Come (non) sto affrontando la pandemia

Essere in quarantena mi ha improvvisamente riportata ai mesi gloriosi dell’anno della mia maturità, di quando facevo le quattro del mattino per finire di studiare e mi alzavo alle sei per ripassare.

Non sta andando tanto diversamente in queste settimane di reclusione forzata, i miei ritmi circadiani sfasati sono tornati prepotentemente alla ribalta (sì, anche queste righe sono scritte nel bel mezzo della notte, per giunta del giorno in cui si passa all’ora legale, ottima scelta insomma).

Sono ritornata una liceale nerd anche per la quantità imbarazzante di tempo trascorso di notte su YouTube a guardare video delle coppie cinematografiche che hanno segnato la mia adolescenza, come Katniss e Peeta di Hunger Games e Tris e Quattro di Divergent.

Voglio dire, abbiamo guardato tutte quest’ultimo film per la trama spettacolare e il profondo significato che si cela dietro una fittizia società distopica del futur… No, ma Theo James senza maglietta era comunque una valida ragione.

E ci terrei a sottolineare che io avevo scovato nei meandri oscuri dell’internet la versione originale di Skam molto prima che tutti i paesi del mondo decidessero di farne un remake. Rifare il letto ascoltando 5 fine frøkner di Gabrielle in norvegese credo sia stato uno dei momenti più alti della mie vacanze di Natale 2016.

Pur essendo andata a vivere da sola da più di un anno per l’università, essere ritornata a contatto con mia madre per un periodo di tempo più lungo di un fine settimana mi ha messa di fronte alla certezza di essere completamente incapace a cucinare. Sospetto che nutrivo già da qualche tempo, ma che si è concretizzato quando sono riuscita a bruciare nel forno il pranzo che lei stessa mi aveva già preparato.

Tra le conseguenze della pandemia che mai mi sarei aspettata, di sicuro che il Presidente del Consiglio Conte diventasse un sex symbol non era nemmeno lontanamente immaginabile. Giuseppe è la bambina brutta che prendevi sempre in giro a scuola: nel corso dell’estate tra la terza media e il primo anno di liceo è diventata bellissima e tu puoi solo restare a guardare.

Oppure è la ragazza pre e post rottura con il fidanzato Salvini, a voi la scelta.

La verità di tutta questa situazione è che probabilmente sono rimasta l’unica italiana a non aver preparato una pizza di sabato sera, cosa che ora non potrei comunque fare visto che metà della popolazione si è trasformata in panificatori razziando farina e lievito di birra nei supermercati. Cosa che in ogni caso è meglio che non faccia viste le mie scarse capacità poco prima menzionate.

Sono giorni strani questi, di quelli in cui a fine giornata ti senti stanca pur non avendo fatto praticamente nulla anche se di cose da fare ne avresti comunque visto che gli esami e la tesi di laurea non si preparano da sole.

Giorni in cui aspetti le 18:00 per il solito bollettino della Protezione Civile, la solita conferenza o discorso alla Nazione che ti diano una qualche speranza che le cose stiano andando meglio, che i morti e gli infetti stiano diminuendo, così come i guariti aumentando.

Giorni in cui però allo stesso tempo rimani volontariamente lontana dalle notizie di cronaca sapendo che ormai tutti i media sono dominati dagli stessi argomenti. La tua mente è stanca di sapere e allora forse non sapere è quasi meglio.

Giorni in cui ripensi a fine febbraio e un po’ ti senti in colpa per aver detto tante volte :“È solo un’influenza, cosa vuoi che sia” quando questo virus era ancora lontano e non ti toccava personalmente.

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Giorni in cui non ti ricordi più nemmeno che giorno è, tanto è uguale a ieri e al giorno prima ancora. Il tempo si sfalda tra le mani e non sai più quando le cose sono accadute, tutto è diventato relativo.

Giorni passati in tuta o in pigiama, spettinata, struccata, tanto chi vuoi che mi veda, non devo uscire.

Uscire.

Sto uscendo così poco che proprio non riesco ad abituarmi a vedere le persone coprirsi il volto con le mascherine e tenersi a distanza, la fila al supermercato e in farmacia, gli sguardi strani a chi porta a spasso il cane o va a correre, le strade deserte e i negozi chiusi fino a data da destinarsi.

Non so bene cosa ricorderò tra qualche anno di questi giorni quando tutto questo sarà finito. Probabilmente nulla, come il senso di vuoto che ormai ci circonda.

Perché sì, potremo anche provare a tenerci occupati con lo studio, la lettura, i film, le serie tv, l’esercizio fisico, ma conosciamo ormai tutti la sensazione di amaro in bocca che lascia la fine di una videochiamata con una persona che amiamo.

Abbiamo tutta la tecnologia di cui abbiamo bisogno per sopravvivere a questo isolamento forzato, ma la verità è che non ci basta.

Manca la quotidianità, mancano i treni e i bus presi di corsa per non arrivare tardi, manca il caffè della macchinetta in biblioteca in cui passerai la giornata a studiare con le amiche, manca la pausa sigaretta anche se non fumi, ma esci comunque per stare in compagnia, manca il venerdì sera nel solito bar in centro.

Ho Instagram intasato di live, challenge, tag come se fossimo ripiombati nel 2015, cerchiamo modi alternativi per passare le serate insieme anche se separati da uno schermo.

Ci manchiamo, si vede, si sente e questi sono gli unici modi che abbiamo per farcelo sapere, per stare vicini.

Non finirà presto, è inutile mentire.

Ma se c’è una cosa che possiamo promettere ora è di tenerci stretti una volta che potremo tornare a farlo senza timore.

E non lasciarci mai più andare.