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L’Altra Finale

Bhutan contro Montserrat, quando a vincere fu lo sport.

30 giugno 2002, Yokohama, Giappone. Gli occhi del mondo guardano con ansia verso Germania e Brasile, le due nazionali che si contenderanno lo scettro di regina del calcio ai Mondiali di Corea e Giappone: Ronaldo e Roberto Carlos da una parte, Klose e Kahn dall’altra, ma soprattutto 200 paesi collegati e oltre 63 milioni di telespettatori. È tutto pronto, è la partita dell’anno, è la finale dei Mondiali.

Quattromila e settecento chilometri più a ovest, a 2300 metri di altitudine, un’altra partita sta per cominciare. Forse, è una partita ancora più importante di quella che si sta disputando nel Paese del Sol Levante, forse, è una partita che può cambiare le sorti, perlomeno quelle calcistiche, delle due nazionali coinvolte. È Bhutan contro Montserrat, è “l’altra finale”.

È necessario, però, fare un passo indietro, tornando ad un paio di mesi prima di quel fatidico 30 giugno. La nazionale olandese di calcio, nonostante le grandi aspettative, non si qualifica per il mondiale nipponico. Una “tragedia” nazionale, insomma. Due giovani ragazzi Oranje, però, decidono di rendere ugualmente la rassegna iridata indimenticabile; dopo una breve ricerca su Internet, scovano il ranking FIFA, ossia la classifica che raccoglie tutte le nazionali di calcio del mondo, e, dopo averlo studiato attentamente, hanno una brillante intuizione. Bhutan,202°, e Montserrat ,203°: sono le ultime due squadre della graduatoria mondiale, le squadre perfette per il progetto dei due ragazzi. I due giovani olandesi, infatti, con poche telefonate riescono a mettere in piedi una partita fra queste due nazionali, un incontro che si svolgerà proprio il giorno della finale dei più blasonati Mondiali. È la partita fra gli ultimi degli ultimi, è una finale senza clamore, senza sponsor, senza milioni di tifosi davanti ai teleschermi: è una sfida solo per amore per il calcio, solo per passione.

Fin da subito, però, gli organizzatori si imbattono in problemi logistici all’apparenza insormontabili: su tutti, la scelta del campo di gioco. Bhutan e Montserrat, infatti, non sono due Paesi come tutti gli altri.

Nessuno dei due Stati aveva mai sentito parlare dell’altro, tanto che il ‘Kuensel’, il più importante nonché unico giornale del Bhutan, aveva dedicato un’intera sezione di un suo numero chiedendosi dove fosse Montserrat. “Cercate Antigua: siamo il puntino lì accanto”, fu la risposta piccata e sarcastica degli isolani. Montserrat è infatti una piccola isola appartenente al Commonwealth, nel bel mezzo del mar dei Caraibi, passata alla ribalta solo per la tremenda catastrofe che nel 1995 la colpì, quando il vulcano Soufrière Hills, uno dei più pericolosi della zona, eruttò, seppellendo con la lava gran parte della regione e costringendo più di due terzi della popolazione a cercare fortuna altrove; la capitale stessa, Plymouth, rimase parzialmente distrutta e disabitata. Certamente, non un luogo ideale dove giocare a calcio.

Sotto molti aspetti, l’altra finalista versava in condizioni decisamente migliori: il Bhutan, infatti, ultimo regno indipendente dell’Himalaya, arroccato fra i monti più alti del pianeta, poteva godere di uno stravagante programma politico di “felicità nazionale”. Il re Jigme Singye Wanchuck aveva concentrato tutto il suo impegno politico sul benessere dei cittadini (per rendere l’idea, il Prodotto Interno Lordo non si misurava in ricchezza, ma in felicità), ottenendo l’affetto di tutti i suoi sudditi, benché fosse loro vietato di guardarlo negli occhi, pena la morte. Il Bhutan si era avvicinato al mondo del pallone già a partire dagli ’70, con il nuovo sport che spopolò per tutto il Paese, tanto che addirittura il re, prima di diventare monarca, aveva giocato come portiere nella nazionale locale. Tuttavia, anche il Bhutan, come Montserrat, non disponeva di abbastanza soldi per pagare i giocatori come  professionisti, per cui poté entrare nell’orbita della FIFA solamente nel 2001, cinque anni dopo la diretta concorrente. Due Paesi esotici e spettacolari -bagnato dall’acqua dell’oceano l’uno e sovrastato dai monti l’altro- che però davano vita alle peggiori squadre di calcio del mondo.

Proprio in una di queste due regioni remote e ai confini del mondo deve giocarsi la finale degli ultimi al mondo. L’intento iniziale è quello di disputare l’incontro in casa degli ultimi, quindi a Montserrat: peccato però che l’impianto sportivo dell’isola (già, c’è solo un campo da calcio in tutto la regione) fosse ancora gravemente danneggiato per l’eruzione vulcanica del 1995. Non resta che ripiegare sul Bhutan, che si dimostra fin da subito come un Paese ospitale e ben disposto all’insolita iniziativa. Anche l’ultimo problema organizzativo è quindi risolto.

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Mentre l’intero Bhutan si prepara con spasmodica attesa al grande evento, la nazionale di Montserrat affronta la lunga trasferta per arrivare fin sui monti: cinque giorni di viaggio, oltre mezza dozzina di aerei cambiati e, soprattutto, tanta strada percorsa. Come se non bastasse, i giocatori sono anche costretti a fermarsi qualche giorno di troppo a Calcutta, causa monsoni che, come si sa, in quel periodo dell’anno sono incessanti e violenti. Finalmente giunti in Bhutan, i giovani isolani, quasi come per maledizione, vengono però colpiti da un’intossicazione alimentare che costringe a letto gran parte del gruppo. I “ragazzoni” di Montserrat (la statura media della squadra è infatti piuttosto elevata) non si perdono d’animo e, incitati dal loro capitano Charles Thompson, di professione poliziotto, dopo pochi giorni di convalescenza, riprendono ad allenarsi.

I giocatori delle due squadre cominciano così a conoscersi, si scambiano opinioni, idee e addirittura musica (i ragazzi di Montserrat esportano in Bhutan il tormentone Hot Hot Hot, molto popolare nei Caraibi, che diventa ben presto un motivetto virale anche lassù, in mezzo alle montagne).

Si ritorna così al punto di partenza, a quel memorabile 30 giugno. Oltre 15.000 persone affollano lo stadio Changlimithang, a Thiumpu, capitale del Bhutan di circa cinquantamila abitanti: ognuno si sistema dove trova posto, sugli spalti, a bordo campo, dietro le porte da calcio, nelle panchine. Sulle tribune, ci sono le bandiere coloratissime delle due contendenti; in campo, da una parte la divisa giallorossa della nazionale del dragone, il Bhutan, dall’altra il Montserrat con maglia verde scuro e pantaloncini neri con bande bianche. Dietro, svettano le cime dell’Himalaya. Anche le tenute di gara, con i loro colori cangianti e particolari, sottolineano la straordinarietà dell’evento. “L’Inghilterra ne avrebbe di strada da fare per arrivare ad un simile spettacolo”, affermerà il direttore di gara Steve Bennett, chiamato per l’occasione direttamente dalla Premier League inglese, uno dei più prestigiosi campionati al mondo.

Entrambe le squadre sono cariche al massimo: i giocatori ospiti hanno recitato insieme una preghiera durante l’allenamento di rifinitura, i calciatori bhutanesi hanno fatto di meglio, sono saliti fino al leggendario monastero Dechen Pung, pregando di giocare lealmente e senza farsi male. Animi nobili, indubbiamente.

Tutto è ormai pronto, l’arbitro fischia l’inizio: è cominciata una partita che entrerà negli annali del calcio moderno.

Sul campo, però, non c’è gara: gli uomini delle montagne sono rapidi e veloci, quasi come dei giocatori veri in confronto ai colossi di Montserrat, che, sia per le vicissitudini affrontate durante il viaggio sia per l’aria rarefatta dall’altitudine, faticano ad entrare in partita. Il confronto è impietoso, finirà 4 a 0 per i ragazzi tinti di giallorosso. Il campo ha deciso, la squadra peggiore del mondo è Montserrat.

Mentre nel frattempo in Giappone Ronaldo si appresta a far vincere il quinto mondiale alla nazionale Verdeoro, Wangyel Dorji, capitano del Bhutan, festeggia la più importante vittoria per il suo Paese, ottenuta grazie ad una sua splendida tripletta (complici anche le scarse qualità del portiere avversario, edile popolare nella vita di tutti i giorni).

A vincere, però, non è stato solo il Bhutan, ma tutti i 22 giocatori in campo e i 15.000 tifosi presenti. Tutti felici, per un giorno. Felici perché hanno realizzato il loro sogno, felici perché la loro passione ha vinto contro tutto e tutti, felici, anche se ultimi al mondo, proprio come vorrebbe l’amatissimo sovrano del Bhutan (il primo articolo della Costituzione bhutanese recita, per l’appunto: “Il prodotto interno lordo è meno importante della felicità interna lorda”).

Ha vinto anche, e soprattutto, il calcio: una finale all’ombra dell’altra finale, quella mondiale ma al tempo stesso più insignificante, una finale senza interessi economici, senza sponsor, senza grandi stelle, ma con passione, gioia, voglia di mettersi in gioco, tutte emozioni che stentiamo a trovare nel calcio moderno.

A vincere, quella volta, è stato lo sport.