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L’autunno dei beni culturali

Come la guerra non lascia mai il mondo migliore di come l'ha trovato

È il 24 aprile 2013 e un video amatoriale viene caricato online dal gruppo attivista antigovernativo Aleppo Media Center, mettendo in mostra la distruzione del minareto della Grande Moschea omayyade di Aleppo edificata nel 1094. Del patrimonio mondiale dell’umanità per l’UNESCO si scorgono soltanto più detriti e macerie.

La stessa sequenza di eventi, una settimana prima, avviene presso la celeberrima moschea Omari a Daraa, edificata nel VII secolo durante la conquista islamica della Siria, oggi distrutta e diventata simbolo della guerra. Il fenomeno mediatico esplode, l’agenzia governativa siriana Sana accusa i ribelli di avere organizzato insieme ad Al Qaeda l’attacco alla moschea e le notizie, poco per volta, si espandono sempre di più attraverso i giornali.

Gli accadimenti di Daraa e di Aleppo, però, sono solo alcuni esempi dei recenti saccheggi e distruzioni del patrimonio artistico nel Medio Oriente e della trasformazione di un immenso parco archeologico e storico, nel teatro di feroci battaglie, di cui le vittime sono anche i beni culturali.

 

Il patrimonio artistico in tempo di guerra

Durante una guerra civile che imperversa, il patrimonio artistico, con la sua valenza simbolica, con il suo fascino internazionale e turistico, diviene il perno di una propaganda politica per ogni fazione e nessuno scudo culturale o legge riesce a garantirne il riparo. Alcuni siti archeologici, addirittura, diventano oggetto, sia da parte dei ribelli sia delle forze governative, di basi militari. Le conseguenze sono inevitabilmente devastanti.

Tutti e sei i siti patrimonio mondiale dell’umanità in Siria portano i segni della conflagrazione: Damasco, Palmira, la città antica di Bosra, Aleppo, il Krak dei cavalieri, il castello di Saladino e gli antichi villaggi della Siria del Nord presentano gravi segni di depravazione, ma non solo. Anche i dieci siti candidati a divenire patrimonio mondiale o quelli innumerevoli del patrimonio nazionale o provinciale, tutti, sono segnati indelebilmente. Il saccheggio di siti archeologici e istituzioni culturali della Siria è solo un esempio delle numerose ingiustizie culturali avvenute in Medio Oriente. Non diversamente era accaduto in Iraq dopo la prima e la seconda guerra del Golfo, dove il commercio clandestino di antichità sul mercato internazionale ha avuto un ruolo rilevante.

 

La nascita delle convenzioni

Torniamo però indietro nel tempo, al 1954, quando viene stipulata la convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e, alcuni anni dopo, la convenzione per la protezione dei beni culturali e naturali dell’UNESCO del 1970, volta a proibire e impedire l’illecita importazione, esportazione e passaggio di proprietà dei beni culturali, offrendo assistenza collettiva all’azione della comunità internazionale che si impegna ad aiutare gli Stati membri della Convenzione nella protezione del patrimonio.

Dunque come è possibile che a seguito di tali convenzioni, volte allo scopo ben preciso di preservare i beni artistici, si verifichino ancora tali accadimenti?

Il 14 maggio del 1954, quando viene stipulata la convenzione dell’Aja, si riconosce che la proprietà culturale ha patito gravi danni durante i conflitti armati e se ne sente il bisogno sull’onda delle devastazioni e dei saccheggi che avevano investito l’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo scopo primario, dunque, era “impedire le interferenze di un qualsiasi potere occupante rispetto al patrimonio artistico della nazione occupata”, ma l’obiettivo produce alcune limitazioni giuridiche sottili che contrastano con la convenzione stessa e il suo scopo di preservare la proprietà culturale.

La convenzione del 1970 sarebbe dovuta servire come risposta ad una noncurante crescita esponenziale del mercato clandestino e del saccheggio di migliaia di siti archeologici. Attualmente ben 123 Stati membri dell’UNESCO hanno ratificato la convenzione, ma anche in questa istanza non mancano dei punti critici che limitano l’efficacia della normativa.

 

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Falliti tentativi di comunicazione…

La direttrice dell’UNESCO, Irina Bokova, nel 2012 dice :”La nostra diversità è un’avvisaglia per lottare contro il traffico di opere d’arte, abbiamo bisogno del concorso di tutti”. È il 40º anniversario della convenzione dell’UNESCO del 1970, un momento di riflessione sui successi, ma anche sulle sconfitte, una sfida per rimediare agli errori del passato e con queste parole la direttrice si impegna nel sensibilizzare la cooperazione tra gli Stati. Tuttavia, ancora non basta.

La sinergia operativa tra il potere occupante e le autorità nazionali di un Paese occupato, secondo l’articolo cinque della convenzione, stabilisce l’importanza di preservare l’integrità della proprietà culturale “limitatamente a quei beni danneggiati dalle operazioni militari e solo nel caso in cui le autorità nazionali non siano in grado di intraprendere misure adeguate”.

Cosa potrebbe accadere a tutti quei siti o monumenti vittime di atti vandalici o possibili saccheggi che non rientrano in questo novero? Domanda senza risposta. La norma lascia dunque spazio a paradossali interpretazioni e ha un’applicazione circoscritta.

 

… e di salvaguardia

Il valore dei due principi cardine della convenzione dell’Aja, l’idea di salvaguardia e di rispetto, è ancora oggi da non sottovalutare, ma non si può fare a meno di pensare che, sebbene siano state idee innovative, si siano rivelate poco efficaci.

Se, come si legge nel preambolo della convenzione del ’54, “il danno alla proprietà culturale appartenente a un qualsiasi popolo è un danno alla proprietà culturale dell’umanità intera poiché ogni popolo rende il suo personale contributo alla cultura umana”, come possiamo comprendere la profanazione del patrimonio culturale del Medio Oriente giustificando anche la creazione di basi militari da parte degli alleati anglo americani nel cuore di alcune città storiche e simboliche, come ad esempio in Iraq?

Se i principali ispiratori di questa stessa convenzione avessero almeno provato ad oltrepassare le numerose contraddizioni e i punti deboli della convenzione UNESCO per l’azione delle forze della coalizione, oggi forse la situazione sarebbe diversa. Le leggi, dunque, rischiano di essere soltanto delle formalità prive di spirito vitale che nessuno rispetta se non esiste la volontà di farlo.

 

La cultura è un bene dell’umanità

Il disperato appello del 30 marzo 2012 della direttrice generale dell’UNESCO Irina Bokova è rimasto, infatti, inascoltato:”Dal momento che il patrimonio culturale della Siria è sinceramente minacciato dal conflitto in corso, desidero esprimere la mia sentita preoccupazione per eventuali danni a siti di inestimabile valore e soprattutto invitare tutte le parti coinvolte nel conflitto ad assicurare la protezione dello straordinario retaggio culturale che la Siria ospita nel suo territorio”.

Come si può parlare, però, di danno all’eredità culturale da parte di diverse Nazioni quando è proprio la mancanza di coesione culturale e le profonde spaccature delle società dei Paesi arabi a provocare tali fenomeni? Le realtà socioculturali sono eterogenee, le motivazioni e le cause di tali conflitti ancora di più, i caratteri differenti di storia e tradizione più vivi che mai nonostante l’apparente comunanza della religione islamica.

È nelle primavere arabe, dunque, e non solo, ove la democrazia e le convenzioni si smarriscono, che si lascia spazio ad infinite distruzioni di monumenti e siti archeologici in un infinito autunno dei beni culturali. Si è soliti dire che “si fa la guerra” quando non si conosce abbastanza il proprio nemico e non si riesce a comprenderlo, eppure l’arte e il patrimonio culturale di qualunque popolo sono un bene di tutta l’umanità, un bene collettivo che unisce. Allora negli ultimi anni sta forse accadendo il contrario, meglio si conosce il proprio nemico e più ci si fa la guerra?