Officina Magazine
Magazine online d'attualità e opinioni

Le droghe e gli scrittori

Quel libro poteva essere lo stesso libro se lo scrittore non avesse sacrificato parte del suo arbitrio alla confusione tossica?

Un pesante cliché di cui gli artisti, soprattutto i romanzieri e i poeti, non si riescono a liberare è la necessità di stupefacenti e della dipendenza da essi come propulsione alla creatività. Ovviamente, come ogni luogo comune è largamente esagerato, ma i luoghi comuni sono il modo più semplice per esprimere verità complesse: d’altronde, se Alex DeLarge e i suoi drughi stimolano il “gulliver” con del ‘Latte +‘ («cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina») non è giusto che anche Stephen King, da autore, scriva imbottito di alcol e analgesici per entrare nel personaggio di Paul Sheldon e riflettere inconsciamente la sua condizione di tossicodipendenza, o che Baudelaire invochi un elogio della droga quale strumento umano per soddisfare il “gusto dell’infinito”?

Quell’artista poteva essere lo stesso artista senza aver subito l’esperienza psichedelica oltre-umana? Quel libro poteva essere lo stesso libro se lo scrittore non avesse sacrificato parte del suo arbitrio alla confusione tossica?

La vittima colpevole del sacrificio letterario

La tendenza dei creativi pare quella di sminuire o nascondere le proprie dipendenze, dietro un mantello di vergogna, <<liquidandole come una distrazione giovanile>> così come Freud disse della cocaina. Tale vergogna deriva dalla fobia che gli scrittori, ovvero l’ansia che questi hanno nei confronti dell’immagine che i lettori proiettano di loro: esiste sempre un autore reale e un autore implicito, e i due non coincidono mai come vorrebbe l’immaginazione ingenua del lettore comune. Pertanto gli scrittori e i loro agenti vogliono dividere nettamente la loro figura pubblica e la loro figura privata (come se ognuno di essi avesse dentro un cigno nero e un cigno bianco, e a seconda delle convenienze debba decidere quale piume mostrare). Il pubblico è affascinato e allo stesso tempo sconcertato quando scopre che un artista abusa di droghe di ogni genere: si sente imbrogliato quasi che il prodotto non fosse veramente frutto del talento di quell’artista, mentre l’artista specularmente si sente in colpa, quasi un impostore e quindi si vergogna.

Le generazioni viventi

La generazione Beat è quella che più si avvicina e capisce la nuova generazione dei ‘millenials’. Kerouac (nel suo «anno di squallida, perversa decadenza» condito da promiscuità sessuale e un mix di alcol, morfina, marijuana, e benzedrina) scrive e vive in contemporanea i suoi capolavori maggiori, secondo quella tecnica della “prosa spontanea” per cui si mette a inchiostro un’esperienza nel momento stesso in cui la si sta vivendo. Kerouac scrive ossessivamente sotto l’effetto degli antidepressivi per anni, mantenendosi grazie al sostegno finanziario che la madre non smetterà mai di procurargli. La sua è una fede: una scelta esistenziale per cui la sperimentazione letteraria procede di pari passo con la ricerca interiore, la cui beatitudine deriva dall’aprirsi completamente all’esperienza subitanea e alle infinite possibilità che ne derivano al fine di raggiungere un maturo distacco dalla «prigione dell’esistenza quotidiana».

Dunque il beatnik incarna il Salvatore: la vittima innocente e anche colpevole, il cui impegno umano e insieme letterario necessita un sacrificio necessario, che a volte si spende con un viaggio nel tunnel e con la conseguente rinascita, mentre altre volte persino con la vita. Direttamente i beat discendono dai ‘bohémiens’, i quali (tra una mare di droghe) vivono un atteggiamento autoannichilente e dissacrante in totale contrasto con la società che “come un coperchio” rifiuta i poeti, miscomprende l’arte, soffoca l’immaginazione e «oblia ogni scintilla nella superficialità e nel vuoto». Così il bimbo prodigio, Rimbaud, per farsi Veggente e raggiungere la sinestesia deve immergersi nelle «massime dissolutezze arrivare all’ignoto attraverso la sregolatezza di tutti i sensi».

Robert Louis Stevenson con botte di cocaina e morfina scrisse in soli sei giorni “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Tutto, il nero e il bianco, la malora e la rettitudine, insomma rendono l’uomo-artista quel che è. Non potrebbe essere tale se non vivesse appieno e senza limiti di sorta quella pasoliniana «disperata passione di essere nel mondo » (di cui spesso i morti disadorni ci chiedono di rinunciare in nome di una morale).

Il nettare degli incapaci e i romantici gesti da poser

C’è chi è convinto che i baffi, o la piuma, o un cappello, o le droghe possano rendere uno scrittore un bravo scrittore. L’idea che le droghe siano l’elisir efficace per creare capolavori ed evadere dalla realtà è di un certo romanticismo scialbo e decadente, che ha affetto generazioni di scrittori. Il confine tra ispirazione e oblio è sottile. Raymond Carver ci potrebbe dire qualcosa a riguardo: tutti i guadagni dei suoi libri finivano nel centro di disintossicazione degli alcolisti anonimi e non ci vedeva nulla di spirituale nella dipendenza; anche se «naturalmente esiste una specie di mitologia che accompagna il bere, ma non me ne sono mai dedicato. Mi dedicavo al bere vero e proprio

Ti potrebbe interessare anche...

Le ostie letterarie

L’unica condizione per poter scrivere è: avere qualcosa da dire e dirla tanto bene da suscitare babilonie emotive. Non può né il lettore, né il critico, né tanto meno uno scrittore dire a uno scrittore come dovrebbe scrivere, quali esperienze dovrebbe vivere e quali attitudini dovrebbe avere uno per poter incanalare il proprio io nella pagina. Ognuno ha la propria routine, e ognuno ha i propri rituali per affrontare la pagina bianca. Non è il nostro compito travestirci da chirichetti e ammonire questa o quella faccenda privata dell’autore, o prescrivere ostie, o ancora educare e bacchettare il suo comportamento come un figlio irriverente che non rispecchia il nostro sistema di credenze. Possiamo al massimo sussurrare qualche consiglio in punta di piedi.

Con un poco di zucchero…

(Jean Cocteau diceva parlando del suo amato oppio, a cui non riusciva a rinunciare perché aveva a tal punto esaltato le sue capacità di scrittura che Les enfants terribles venne composto in appena diciassette giorni). Le droghe diventano una sublimazione creativa per chi vuole, sono come quel poco di zucchero con cui la pillola va giù. Scandagliare il proprio animo in qualche parole, non è certo affar da poco.

D’altronde la “vera droga dello scrittore resta sempre la scrittura, la letteratura che lavora sul ricordo”. Lo sa bene Proust che per proseguire la Recerche bevve in un giorno così tante tazzine di caffè da rimanere sveglio per settantadue ore. Il Time scrive che Ginsberg è “il capofila riconosciuto di un gruppo di eccentrici che celebrano l’ alcol, la droga, il sesso e la disperazione”, ma uno come Burroughs non se ne cura. Lui era andato a Tangeri, ricorderà poi, perché “poteva fumare in tranquillità ogni tipo di erba, incontrare ragazzi di tutte le nazionalità, farne i suoi amanti e scrivere in tutta libertà“.

Non si può osannare lo scrittore e condannare la persona. È la vita che conta, sono le esperienze che ne fanno parte a creare il ricordo da cui prende corpo la genesi del testo; elimini l’esperienza, elimini il ricordo, elimini l’opera. Huxley dice “non potremo mai liberarci dalle droghe, perché la smania di trascendere se stessi è un bisogno innato dell’uomo”. Alla fine del viaggio si ritorna al mondo abitudinario rinnovati e con vivo interesse verso ciò che prima era etichettato solo come banale.

Analfabeti emotivi

Certamente non possono servire agli “analfabeti emotivi” e funzionali del nostro tempo, inseguiti dall’”ospite inquietante” – il nichilismo- e incapaci di dare una domanda di senso intellettuale alle droghe che non sia il compulsivo e conformista «sballo di massa del weekend». Ne parlano spesso i romanzieri oggi. Gli autori devono avere i propri demoni, e non ci dovrebbe stupire la vista di qualche corna o lingua di fuoco, perché senza aver visto il fondo del baratro non potrebbero capire così in fondo la natura umana.

Non è un’apologia degli scrittori maledetti, ma una consapevole riflessione su ciò che rende l’arte arte, per avere una maggiore comprensione della creazione letteraria.

 

Bibliografia

  • Alberto Castoldi, Il testo drogato. Letteratura e droga fra Ottocento e Novecento, Einaudi, Torino, 1994
  • Aldous Huxley, Le porte della percezione – Paradiso e inferno [1980], traduzione di Lidia Sautto, collana Piccola Biblioteca, Arnoldo Mondadori Editore, 2005
  • Anthony Burgess, Arancia meccanica [1969], traduzione di Floriana Bossi, Super ET, Einaudi, Torino, 2005
  • Antonello Sciacchitano, Il demone del godimento, in AA.VV., Godimento e desiderio, aut aut 315 2003
  • Charles Baudelaire, I Fiori del Male [1893], traduzione di Luciana Grezza, Pillole BUR Rizzoli, 2010
  • Emilio Renda, Droga. Immaginario e realtà., Armando Editore, Roma, 1994
  • Henri Murger, Scene della vita di Bohème [1851], tradotto da A. Panzini, Elliot, 2015
  • Charles Baudelaire, I paradisi Artificiali, [1860], Mondadori Oscar Classici, Milano, 2014
  • Jack Kerouac, I viaggiatori del Dharma, [1961], traduzione di Nicoletta Vallorani, Mondadori, Milano, 2016
  • Michael Brooks, Radicali liberi. Elogio della scienza anarchica, edizioni Dedalo, 2012
  • Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci [1953], Garzanti, 1993.
  • Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli, Milano, 2008