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Le jour de gloire est arrivé!

La Francia batte 4 a 2 la Croazia ed è campione del mondo.

Chi, sin dalla giornata inaugurale della competizione appena terminata, associava il 15 luglio con l’immagine di Hugo Lloris con la Coppa del mondo tra le mani, non aveva formulato un’improbabile previsione.
Bastava, in fondo, riflettere sulle reali chances di trionfo da parte delle più accreditate antagoniste della Francia: da vent’anni a questa parte, il calcio sudamericano (avente il Brasile come sua attuale massima espressione) si è dimostrato incapace di fronteggiare efficacemente le avversarie europee, da cui sono state eliminate anche in questo mondiale.
Dopo la conquista del Mondiale 2010 e degli europei 2008 e 2012, la Spagna aveva cessato di imprimere concretezza nel suo caratteristico possesso palla e così, proprio come nel 2014 e nel 2016, anche in quest’ultima competizione internazionale gli iberici hanno percorso ben poca strada.
La Germania, inoltre, ha confermato come il successo di quattro anni prima possa lenire la fame di vittoria che si mantiene maggiore in chi, invece, si approccia al Mondiale senza un titolo da difendere.

Gli ostacoli più ostici per i transalpini potevano piuttosto essere rappresentati da squadre come Belgio e Croazia, forti di una generazione di campioni da cui attingere e prive dell’ansia di vittoria patita dalle nazionali di grande tradizione.
Ieri la Croazia è andata vicino a scombinare gli equilibri del destino.
La squadra capitanata da Modric rappresentava e rappresenta un paese di quattro milioni di abitanti, figlio della guerra ed il cui popolo, da quando nel 1991 la Croazia si è resa indipendente, non aveva mai avuto occasione di scendere in piazza per festeggiare una gioia e celebrare un orgoglio grande come quello che la loro nazionale ha regalato loro.
Tale carico di responsabilità ha fatto sì che, per il primo quarto d’ora di gara, ci fosse solo una squadra a proporre una manovra fluida e pericolosa. Non la Francia di Dechamps.
Ma spesso le grandi vittorie sono il risultato del connubio tra fortuna e capacità di sfruttare al massimo i suoi risvolti. Proprio come in Francia-Uruguay quando, dopo un gol su palla inattiva ed uno causato da una papera di Muslera, i francesi hanno gestito il vantaggio difendendosi con undici uomini ed attendendo il momento giusto per usufruire della velocità degli esterni nelle ripartenze.
Lo stesso è avvenuto nella semifinale contro il Belgio in cui, dopo il gol da calcio d’angolo, la Francia ha adottato il medesimo copione tattico.
Per questo, quando al 18′ della Finale Mandzukic devia nella sua rete un cross proveniente da calcio piazzato, a tutti appare chiaro per chi il fato faccia il tifo e che la Francia, per assecondarne i favori, si sarebbe presto chiusa in un intricato catenaccio.
Questa volta, però, dopo dieci minuti dal vantaggio francese, Ivan Perisic si aggiusta col destro un pallone che la difesa avversaria tentava di allontanare e, col sinistro, trafigge Lloris con un siluro memorabile che vale l’1 a 1.
Ma in questo mondiale la buona sorte parla francese: quando al termine del primo tempo non manca molto, l’arbitro Pitana è chiamato a consultare il Var per un tocco di mano in area proprio da parte di Perisic, l’uomo che aveva segnato il preziosissimo pareggio contro l’Inghilterra in semifinale e che lo stesso ha fatto in una finale che sembrava dovesse saltare per infortunio.
Il direttore di gara rimane davanti alla schermata per un tempo superiore alla media: la decisione, non scontata, che prenderà cambierà le sorti della Finale e del Mondiale. Infine, viene indicato il dischetto e da lì Griezmann non sbaglia.

Quel che accade nel secondo tempo ridimensiona il ruolo giocato dalla fortuna nella vittoria francese: prima Pogba e poi Mbappé, con le loro conclusioni da fuori area, battono Subasic sulla sua destra.
Il momentaneo 4 a 1 evidenzia i meriti qualitativi dei campioni del mondo e la giustizia con cui la Coppa inizia a viaggiare verso il paese rappresentato da una formazione semplicemente più forte di tutte le altre.
Come detto, per essere stati sotto nel punteggio per un totale di soli nove minuti nel corso di tutto il Mondiale (agli ottavi contro l’Argentina), è stata necessaria una buona dose di accidentalità favorevoli che, tuttavia, nulla sarebbero valse senza l’abilità sulle palle da fermo, la rapidità degli esterni alti e le capacità difensive di chi ne ha beneficiato.
Per tutto il torneo, ed in special modo nell’ultimo atto di esso, la Francia ha eretto un muro dato dalla buona linea difensiva di cui dispone e da due dighe di centrocampo come Kanté e Pogba. Inoltre ha adoperato Giroud come quel riferimento avanzato avente il compito, non tanto di trovare lui stesso la rete (per lui neanche un tiro in porta nel corso di tutte la partite della squadra a cui egli ha sempre preso parte), quanto di far salire i compagni ed innescare, col supporto dell’ottimo trequartista che è Griezmann, esterni come Matuidi e soprattutto Mbappé, a cui pochi terzini sono in grado di tenere il passo.

Il gol di Mandzukic, che toglie il pallone dai piedi di Lloris come Benzema aveva fatto con Karius nell’ultima finale di Champions, rende il passivo meno severo ma non è preavviso di una clamorosa rimonta.
Quando la partita finisce, i giocatori croati non stramazzano a terra abbandonandosi a lacrime di disperazione: prevale la sommessa fierezza di aver emozionato e reso orgoglioso il loro popolo, di aver comunque raggiunto un nuovo traguardo nella storia della Nazionale croata.
Quella medaglia d’argento che viene loro consegnata non è immediatamente sfilata dal collo come spesso capita quando il finalista perdente non considera il secondo posto come una mezza vittoria.
In questo caso tant’è ed il virtuale applauso del mondo rivolto alla Croazia lo sottolinea.

In Italia, il titolo conquistato dalla Francia non è stato di certo accolto con notevoli esibizioni di giocondità. Ad ogni modo, una sana e “cavalleresca” rivalità è tutt’altra cosa rispetto agli inutili tentativi di sminuire il successo francese da parte di taluni esponenti del senso comune che oggi regna sovrano nel nostro paese: stupirsi eccessivamente della presenza di così tanti giocatori di colore tra le fila di una nazionale europea, segna un’italiana sconfitta valoriale molto più grave di quella calcistica.
Il carattere multietnico e multiculturale della nazionale campione non è che la “trasposizione in scala” di una società francese storicamente capace di far convivere diverse religioni, costumi e tradizioni entro una cultura più ampia che instaura con le minoranze un rapporto di reciproco rispetto.
Questo ha reso la Francia capace di non macchiarsi dell’intolleranza crescente al di là delle Alpi, anche dopo i terribili attentati che l’hanno colpita.
Questo ha fatto sì, tra le altre cose, che al termine della partita, a festeggiare con i calciatori della Francia, ci fosse Emmanuel Macron e non un altro presidente.

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